Springsteen: tutti i dolori del mondo

Per qualche motivo – meno misterioso di quel che sembra – sono spesso i grandi artisti laici quelli che, nel rock come in altre forme indirette di comunicazione escatologica, sono riusciti a cogliere e ad esprimere poeticamente l’essenza più profonda di certi misteri religiosi. Penso, per esempio, al Guccini di Dio è morto, al De Gregori de L’agnello di Dio, e alla recentissima Jesus was an only son del redivivo Bruce Springsteen. Il Boss del New Jersey è riapparso sui mercati a tre anni dal suo precedente The Rising, album fortemente segnato dalle tragedie del settembre 2001. E non mi pare affatto casuale che il summenzionato brano stia quasi al centro del suo nuovo lavoro, intitolato, guarda caso, Devils & Dust (Demoni e Polvere). Prodotto dal fido Brendan O’Brian utilizzando pochi strumenti acustici (una chitarra folk, una pedal- steel, un’armonica, un violino, e una sezione ritmica essenziale) l’album ha suoni rustici e scarnificati che riportano ai suoi album più folk come Nebraska e The ghost of Tom Joad, ma anche una passionalità energetica non lontana dalle incisioni con la E-Street Band, sostituendo però alle antiche matrici rhythm’n’- blues quelle del gospel. Una struttura sonora perfetta per sostenere l’universo poetico delle nuove canzoni e i personaggi che le animano: Sono tutte canzoni – spiega nel dvd allegato – che parlano di persone le cui anime sono in pericolo, e questo pericolo è determinato da dove si trovano, e dagli eventi che il mondo porta nella loro vita. È una costante che vale per tutti, a prescindere dal fatto che si sia o meno credenti. Ognuno di noi percepisce la precarietà in cui oggi viviamo. Paure, dolori e inquietudini che permeano tutto l’album: quelle camuffate sotto le risate di una prostituta in Reno, quelle della coppie desolate di All the way home e Long time comin’, del ra- gazzino in fuga attraverso le terre marginali di Black Cowboys, dell’orfano di Silver Palomino, quelle del pugile suonato di The Hitter, degli immigrati clandestini di Matamoros Banks. Sofferenze di figli e di madri soprattutto, mirabilmente sintetizzati proprio nel brano cui accennavo in apertura dove Springsteen accompagna Gesù e Maria lungo il Calvario, fin davanti alla Croce, proprio là dove le lacrime di lei davanti al suo unico figlio la rendono madre dell’umanità tutta: Gesù baciò le mani di sua madre sussurrando: Madre non piangere più, ricordati che ciò che l’anima dell’Universo aspettava è arrivato. Ci sono quasi dieci anni di lavoro dietro questo nuovo album (dove per altro non tutto è assolutamente inedito). Un album essenziale, dolente, ancora una volta così autentico e cinematografico che per molti versi viene spontaneo paragonarlo ai capolavori del neo-realismo. Insomma, il Boss è sempre lui, forte di un rigore, di una forza, e di una credibilità che i miliardi e trent’anni di successi non hanno inquinato. Una manciata di grandi canzoni, da ascoltare e riascoltare con attenzione, nell’attesa del suo ormai imminente ritorno concertistico in Italia. Uno Springsteen ancora una volta orgogliosamente alieno alla disperante banalità di un music-business sempre più patinato, vuoto, e agonizzante: proprio come l’America che continua a far da sfondo, e da sudario, alle sue canzoni. CD NOVITÀ BEN FOLDS SONG FOR SILVERMAN Sony Music Questo eclettico cantautore e pianista statunitense rielabora e personalizza lezioni antiche: quelle dei Beatles e dei Beach Boys, di Elton John e di Bruce Hornsby. Undici belle canzoni intrise dei sogni e delle illusioni del presente. ANGUNN LUMINESCENCE CAROSELLO A sette anni dal folgorante debutto internazionale, la graziosa indonesiana ci riprova con un disco decisamente orientato verso il pop radiofonico. Il risultato ha una lontana assonanza con la Noa più disimpegnata e cosmopolita, ma dopo tutto questo tempo da questa talentuosa fanciulla ci aspettavamo qualcosa di più profondo e appassionante.

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