Sport e violenza

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I valori dello sport si difendono anche con lo studio. Su questa convinzione l’Università di Teramo ha istituito, nella sua sede di Atri, il corso di laurea in Scienze giuridiche, economiche e manageriali dello sport. Oltre trecento studenti, dedica tre anni di studi ad approfondire lo sport in ogni suo aspetto, guidati da docenti di sociologia, diritto, filosofia, storia, economia, psicologia, giornalismo. Dal loro interesse è nata una domanda: di fronte al diffuso e ricorrente dramma della violenza nello sport, perché non provare ad affrontare la questione da tutti questi punti di vista, con uno specifico convegno di studi? In linea con quel “formare le coscienze”, obiettivo primario per il presidente del corso, il filosofo politico Giuseppe Sorgi, che ha voluto, in questa occasione, il contributo culturale anche di Sportmeet, la nuova piccola ma già internazionale rete di sportivi ed operatori dello sport che lavorano per un mondo unito. Tutti i relatori hanno ammesso che l’aggressività sia una realtà insita nell’uomo stesso, propria della sua natura, con radici affondate ben prima e ben al di là dello sport. Tuttavia la violenza, proprio nello sport, nel calcio in particolare, oggi spettacolarizzato dagli interessi economici e gonfiato dai media, vede amplificate le proprie potenzialità di espressione. Essa, in senso lato, ha acquisito dimensione politica, ovvero ha assunto i caratteri di protesta sociale, di coagulo di frustrazioni, di espressione della difficoltà di conciliare la realizzazione di sé con il diritto dell’altro di essere diverso da me, anche come vincitore. Da più di una voce è venuto in rilievo come, in particolare, la repentina evoluzione finanziaria delle società di calcio degli ultimi anni ne abbia mutato la natura stessa. Secondo lo storico, il professor Pepe, l’azienda sportiva, oggi, ha praticamente trasformato non solo gli atleti in mercenari, in senso economico, ma i tifosi stessi, in senso emotivo: violate le regole dello sport, vincere è divenuto oggi, sotto le pressioni economiche, un obbligo, creato così un vuoto sul quale la violenza fiorisce e si diffonde. “Il calcio è solo uno spettacolo, uno spettacolo eccellente, ma non è più uno sport, un’accezione che oggi va limitata alle discipline olimpiche” ha ribattuto polemicamente il giornalista sportivo Italo Cucci, docente dell’ateneo, ricordando come la pressione economica abbia mutato radicalmente la fisionomia del calcio, riducendo a comprimarie le società con pochi soldi, cancellando inoltre per sempre le società sportive come enti senza fini di lucro, affinché potessero accedere ai diritti televisivi, “obbligandole in tal modo a vincere sempre”. Il professor Rosati, avvocato, docente di impiantistica sportiva, nell’esporre le ripetute ingerenze della politica nello sport con i decreti antiviolenza, ha rivendicato la priorità della prevenzione rispetto alla repressione con la forza, della necessità di interazione con il tifo favorendo l’auto-organizzazione dei controlli negli stadi da parte dei tifosi stessi, della cooperazione con le società sportive, e soprattutto la necessità di far crescere nel tessuto sociale una nuova cultura dello sport. In questa direzione è andato anche l’intervento di Paolo Crepaz, a nome di Sportmeet, nel quale in modo provocatorio, ma propositivo, si è messo l’accento sul riscoprire e far riscoprire, soprattutto nei ragazzi, “una cultura della vittoria, per una nuova cultura della sconfitta”, riscoprire il “saper perdere” come qualcosa di più che una rassegnazione dignitosa di fronte ad un risultato avverso. Molti gli esempi, offerti nell’intervento, di questo riconoscimento del valore dell’altro nello sport: coltivare i vivai giovanili, riconoscere il diritto di sbagliare specie ai più giovani, ammettere i propri limiti di fronte all’ambiente naturale, passare la palla negli sport di squadra, liberarsi dal mono-alimento calcistico per scoprire la bellezza di altre discipline, praticare uno sport anziché seguirlo dalla poltrona.

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