Spirito d’infanzia

È proprio vero che Dio si rivela nei particolari. Infatti i particolari più particolari della vita, minimi accanto alle grandi fanfaronate degli adulti, sono i bambini e tutti i, come loro, piccoli, ai quali il Padre rivela le cose che nasconde ai sapienti e agli intelligenti. Questo libro di racconti, edito dalla San Paolo, è pervaso – ne è consapevole l’autore? – di spirito di infanzia come il cielo di luce, e offre raggi e lampi che a volte sono veri diamanti, come Il mondo secondo Zoltan, Polvere sulle strade di montagna e Un sari bianco per la madre (minuscolo, madre, – perché in lei convergono Madre Teresa di Calcutta e la madre di Ram). Insomma, nel panorama di oggi queste cose non si trovano, perché anche in letteratura tutto è cautelosamente avvolto di ideologia magari in versione understatement nichilistico, oppure liofilizzato in emozioni puntiformi che alla fine ti lasciano sul palato un bel niente. Chi ha il coraggio di abbracciare con le parole il sorriso e il pianto della vita senza aver l’aria, anzi la smorfia, del già visto, già detto? D’Alessandro lo ha, perciò dice che non c’è dimensione più preziosa, nella vita, della meraviglia; perché è l’unica cosa che rimane , conservando le prime emozioni che non avevano nome (…), perciò erano vere. Ecco uno spiraglio sulla partita che lo scrittore autentico gioca con le sue parole: sfiorare con esse, come in un omaggio, le cose indicibili, ovvero la meraviglia, ovvero la vita; e non pretendere di afferrarla, e proprio in questa rinuncia raggiungerla. Dicevo: spirito di infanzia (o meraviglia, è lo stesso), che mi ricorda il grande mandato di Bernanos a sé stesso: non disonorare il bambino che era stato; e i brevi racconti di Dostoevskij traboccanti di confidenza spirituale come Il fanciullo presso Gesù. Così il duenne Zoltan nel suo orfanotrofio può capovolgere il mondo: È tua madre la vera abbandonata: dall’uomo con cui ti ha concepito, da una famiglia, da sé stessa, dall’amore. E per lei, che è grande, non c’è neanche un posto, come l’orfanotrofio, dove stare. Dovresti adottarla, così diventeresti padre a due anni; con un amore un po’ al contrario, se vogliamo, ma sempre tra madre e figlio. Così la bambina sbeffeggiata dalle compagne per il goffo vestito da festa che nasconde-rivela la sua povertà, fa rabbrividire la natura: In quel momento una nuvola s’impadronì del sole. Una nota inquieta percorse l’aria (…). Il vento alitò inquieto una domanda alle foglie e queste gli risposero, a migliaia, raccontandogli l’accaduto con le loro voci di seta. Il gorgogliare della fontanella quasi si azzittì nel sospiro del mondo. Così le vecchiette all’ospedale dove il giovane D’Alessandro è stato ricoverato in Pronto soccorso ritrovano vita fanciullesca proprio al racconto della sua disgrazia; e il giovane paraplegico indiano che è stato salvato da Madre Teresa sovrappone a lei nel giorno del suo funerale l’immagine di assenza della madre che lo aveva abbandonato; così due bimbetti sulmonesi inducono un giovane soldato tedesco a diventare bambino con loro e a beneficarli; e un ragazzo di fronte a un bellissimo Crocifisso, in cui crede e non crede, trova una nuova possibilità (infantile) di credervi; e una vecchia-bambina ritardata, chiusa per sbaglio in una chiesa, tra vita e morte penetra quasi fisicamente nel presepio che ammira e che le è evangelicamente destinato. Non so, ripeto, se D’Alessandro consapevolmente abbia perseguito questo filo d’oro, ma di fatto l’artista D’Alessandro lo dipana e non lo perde di vista un attimo: sia nella tragica vicenda del giovane auriga celta che va a far parte dello strame sanguinoso della storia che i fanfaroni adulti – sempre loro – insozzano; sia in quella del ragazzo vittima della guerra greco-gotica, che con sua madre rivive, simbolo e realtà dell’umanità tutta di tutti i tempi, vendendo santini nella cattedrale di Gerace invasa da turisti; sia in quella dell’altra vecchiabambina che nei sotterranei notturni della metropolitana di Budapest parla con i fiori che vende (a chi, a quell’ora?) davanti al passante italiano con cui non può intendersi ma si capisce benissimo. Ed è sempre lì che riappare l’infanzia- meraviglia, nella terra, nei fiori, nelle stagioni e nelle epoche: nella misura in cui (voglio riscattare la brutta espressione sessantottesca) 1’essere umano di qualunque spazio e tempo sa rendersene conto con vera umiltà. D’Alessandro sa bene, come Manzoni, che la storia non attraversata e compenetrata dalla luce unica di Cristo è solo tenebra (non lo credono soltanto gli storici-ideologi che si consolano con l’inesistente feticcio delle magnifiche sorti e progressive); e non ne nasconde nessuna atrocità e squallore: ma lo fa sempre – è questo sempre che persuade – dalla prospettiva umilmente redentiva del Vangelo. Se non volete le vane chiacchiere dell’industria culturale, leggetelo; oltre a tutto ciò che ho per cenni elogiato, aggiungo che ha scritto un libro di vera poesia in prosa narrativa.

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