Spirito d’arrampicata

In un film le scalate estreme di Tondini e Sartori: un'ottima occasione per scoprire il senso profondo dell'arrampicare.
«L’arrampicata è emozione, è natura. È tenacia, è avere un obiettivo, volerlo raggiungere e metterci tutto. È connubio bellissimo di forza, tecnica, equilibrio, gestualità». Nicola Tondini, ingegnere, guida alpina e istruttore di guide, direttore del centro di arrampicata di Verona King Rock, oltre venti vie in libera e due prime invernali assolute.

 

Assieme a Nicola Sartori, per anni uno degli italiani più forti nel circuito della coppa del mondo di arrampicata, ha aperto di recente due vie nuove, spettacolari e difficilissime, l’una al Sas dla Crusc, in Val Badia, e l’altra sul Monte Cimo, a picco sulla Val d’Adige. Due pareti scoscese, repellenti, ostili. «L’arrampicata – spiega Sartori – è un gioco, e come in un gioco ci si diverte. È conoscere i propri limiti. È sacrificio: spesso sono bastonate, a volte soddisfazioni. Ma grandi».

 

La riflessione sull’impresa aiuta a scoprire, con le parole di grandi alpinisti, cosa sia lo spirito dell’arrampicata, del salire cioè su pareti di roccia o artificiali, utilizzando unicamente le proprie capacità e forze, con la corda solo per la sicurezza in caso di caduta. Chi glielo fa fare? Erri De Luca, scrittore, da sempre arrampicatore, ci risponde così: «È una domanda molto italiana, perché presuppone sempre che ci sia qualcuno dietro che istiga a fare mosse. Non ce lo fa fare nessuno. In più è un’attività completamente libera da tornaconto, non serve a niente. In quella centrifuga in cui siamo tutti immersi, in cui tutto deve produrre un vantaggio, un utile, un tornaconto personale, l’arrampicata è fare mosse precise e inservibili».

 

Fausto De Stefani, naturalista, esploratore, ha scalato senza ossigeno le 14 montagne più alte della Terra. Tra i fondatori di Mountain Wilderness è da tempo impegnato in progetti umanitari in Nepal. Spiega: «Attraverso quelle tribolazioni, attraverso quelle fatiche ho capito cose che altrimenti, purtroppo, non avrei capito. Qualcuno ci chiede se occorra fare tutte quelle fatiche per capire. Si vede che qualcuno ci arriva prima di te e tu hai bisogno di fare percorsi diversi». Sorride al sole che gli brilla negli occhi e prosegue: «La montagna è uno dei palcoscenici più straordinari, l’ultimo regno del silenzio, un luogo per grandi avventure, ma intese come avventure interiori. In montagna non c’è niente né da conquistare, né da sfidare».

 

Erri De Luca aggiunge altre espressioni efficaci: «Quando salgo là sopra, so che sto lontano da tutto: dal fondo, dalla valle, dalla mia giornata, dall’abitudine. Mi sono procurato un piccolo deserto. L’arrampicata è dare spalle a tutto, all’abisso, e mettere il naso a pochi centimetri dal muro, respirargli contro». Getta uno sguardo alla parete del Sas dla Crusc e poi continua: «Il bello della montagna, è che non è di nessuno. Là sopra ti senti, anche fisicamente, un ospite, un intruso. Minuscolo di fronte al gigantesco che ti dà una buona lezione sulla tua unità di misura: lì non siamo più dilaganti, numerosi, strapotenti, schiaccianti come sulla faccia del pianeta, ma in inferiorità numerica e fisica. È una bella lezione di educazione fisica: avere una buona educazione nei confronti della natura, del mondo che abitiamo».

 

Johanna Ernest studia al ginnasio sportivo: a soli 16 anni è la campionessa mondiale di arrampicata del 2008: «Non so quasi nulla della storia dell’alpinismo. Ho iniziato ad arrampicare quando avevo 8 anni: la sensazione di essere sempre più in alto è semplicemente fantastica. Non si deve far altro che provare».

Alla sua sconcertante semplicità risponde Adam Holzknecht, fortissimo alpinista a 360 gradi, presidente dei Catores, le guide della Val Gardena: «Grazie all’arrampicata ho imparato a muovermi in situazioni molto estreme. In certi momenti devi decidere: sì o no, e non forse sì o forse no. È così anche nella vita».

 

Un maestro riconosciuto dell’arrampicata è Armando Aste. Al suo attivo un’infinità di prime ascensioni assolute, di prime invernali e di prime solitarie di livello internazionale. Sua l’apertura, con Solina, della famosa Via dell’Ideale alla Marmolada; sua la prima ascensione italiana della nord dell’Eiger. «Ogni alpinista è, a suo modo e più o meno consapevolmente un cercatore d’infinito. È uno che non si accontenta, che vuole andare avanti, oltre, sempre oltre. È un cammino di conoscenza l’alpinismo, come altre attività umane. Il limite? Mi fanno pena quanti corrono alla ricerca del proprio limite: dopo non c’è altro. Sono contento di non averlo raggiunto perché mi rimane la domanda di cosa avrei potuto fare di più!». La paura? Muove quelle dita, grosse e callose, che gli hanno permesso tante scalate e risponde: «La prima difficoltà che l’alpinista incontra non è quella tecnica, lo strapiombo, la placca. È la paura, il limite dentro di te. È qualcosa che pesa sul tuo spirito: non sai cos’è, ma sai che esiste e che ti frena. Superato quello, resta solo l’ostacolo fisico, che è di altra natura ed è inferiore».

 

Chiude il confronto Silvia Metzeltin, docente in scienze geologiche e scrittrice. In prima assoluta ha scalato oltre 50 montagne. Con il marito Gino Buscaini, da poco scomparso, ha privilegiato un alpinismo creativo, di ricerca, di esplorazione: «Quando salivamo in coppia, abbiamo anche rinunciato. La nostra vita insieme valeva più della cima».

 

 

Spirito d’arrampicata è il film che vede Nicola Tondini e Nicola Sartori alle prese con difficili vie di arrampicata in Val d’Adige e Sas dla Crusc.  Altri protagonisti del documentario sono: Adam Holzknecht, Armando Aste, Erri De Luca, Fausto De Stefani, Johanna Ernst, Rolando Larcher e Silvia Metzeltin. Il film è distribuito da www.xmountain.it/verona.

infoverona@xmountain.it

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