Son tornato a bussare a quella porta

Son tornato a bussare a quella porta
Via Fillunga, a Lucca, è una strada stretta tra antichi palazzi, in pieno centro cittadino. All’ultimo piano del n°35, in cima ad una ripida scala senza ascensore, aveva il suo piccolo appartamento Maria Florinda Marchetti, Nella per gli amici. Solo quando lei non si trovava in casa, quella porta rimaneva chiusa al richiamo da terra. Ma ciò si verificava raramente. Normalmente, invece, una voce forte e ferma rispondeva sempre con un Vieni!, mentre una luce fioca rendeva meno oscuri i gradini sconnessi del vecchio palazzo. Sembrava che fosse sempre lì ad aspettarci, senza sapere mai di sicuro chi sarebbe arrivato a pranzo o a cena. L’accoglienza, poi, era di quelle premurose riservate alle persone care. L’avevo conosciuta più di vent’anni fa tramite amici comuni di sua figlia Caterina, che assieme al fidanzato animava le attività e gli incontri dei simpatizzanti dei Focolari. Quell’anziana donna, nella sua semplicità, ha reso meno gravosi i primi anni del mio lavoro in carcere, e meno acuta la nostalgia della famiglia lontana. Lei riusciva a conquistarsi la nostra fiducia: potevamo raccontarle tutto, o quasi: non approvava le chiacchiere, e lo faceva subito capire. Fu Massimo, geometra al catasto e fuori sede come me, a portarmi un giorno da lei. Mi accolse, ricordo, con un abbraccio, lasciandomi intimidito e perplesso per quella forma di benvenuto cui non ero abituato. Non avrei mai immaginato, allora, quale peso avrebbe avuto nella mia vita una semplice casalinga, che per bontà apriva la sua casa a noi giovani, specie a quanti di noi erano, o si sentivano, soli. Né, tanto meno, avrei potuto supporre le innumerevoli volte che avrei calpestato quei gradini: dopo quel Vieni!, non li trovavo poi così ripidi. Li facevo di corsa, rin- cuorato dalla certezza di un’ospitalità senza riserve. Subito Nella si preoccupava di sapere se avevi mangiato, oppure no. In tal caso, ti offriva quanto aveva, scusandosi di non aver previsto la tua venuta. E non di rado trovavi accomodato a tavola qualcun altro con i tuoi stessi problemi. Lei non chiedeva niente… e noi, allora, non guazzavamo certo nell’abbondanza. Non occorrevano convenevoli: quella casa era il nostro rifugio, il luogo d’incontro senza orari, le quattro mura in cui sostare, condividere gioie e crucci, o semplicemente avere il conforto di una saggia amica, capace come pochi di ascoltarti in silenzio. Nella aveva poco, e certamente poteva offrirti poco. Ma nella sua piccola casa potevi trovare il calore e il conforto di una famiglia. Era una donna di poche, essenziali parole. Ma quando era il caso, non lesinava nell’offrirci con semplicità la parola che ci voleva. Voi, con la vostra umanità…, segnava l’esordio di un richiamo alla dignità e all’onestà, quando doveva rimproverarci per un comportamento non del tutto corretto. Non usava giri di frasi, allorché ci ricordava come bisognava agire in questa o in quella circostanza, con i colleghi di lavoro o con le probabili fidanzate. E lo faceva anche senza averle chiesto un consiglio, quando lo vedeva necessario. È questa l’ora?, era il rimprovero affettuoso per chi, come me, arrivando spesso in ritardo, trovava qualcosa da mangiare messo in serbo per lui. Ero, ricordo, ancora a Lucca, quando Nella venne ricoverata in ospedale in seguito a un incidente domestico. Oggetto di visite continue da parte di tutti noi, le compagne di stanza le chiesero se eravamo tutti suoi figli. Lei, che ne aveva avuta solo una, rispose di sì, e nessuno sembrò meravigliarsi, tale era la premura e l’affetto delle sue raccomandazioni nel salutarci. In seguito, ormai trasferito in un’altra città, sono tornato spesso a Lucca per rivedere persone amiche con le quali avevo condiviso vicissitudini, gioie e qualche sofferenza. Tra queste, non potevo fare a meno di ritornare in via Fillunga. Nella, come sempre, mi accoglieva, quasi scusandosi di non aver preparato un pranzo da offrirmi, come se fossi ancora bisognoso di un pasto caldo e di una casa. Io desideravo solo riabbracciarla, dirle soprattutto quanto mi fosse cara e dirle grazie per tutto il bene che mi aveva voluto. Già, perché lei non era stata soltanto una persona altruista. Nella sua semplicità, è stata maestra di vita. È questo che le dobbiamo: la felicità di portarla nel cuore, tanto da desiderare di chiamarla ancora da quel pianerottolo, solo per sentirci rispondere: Vieni!.

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