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In profondità > L'intervista

Bertin, Caritas Somalia: Donne sempre meno libere

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

La presenza della Chiesa in uno dei luoghi più difficili della Terra. Intervista a monsignor Bertin, presidente di Caritas Somalia e Djibouti

La carità è l’abbraccio di Dio verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli ultimi. La Chiesa porta nel mondo questo abbraccio, in alcuni Paesi con una presenza numericamente rilevante, in altri con il servizio generoso di pochi. In Somalia, attraverso una presenza discreta ma capillare ed efficace la Chiesa, operando a favore dei più deboli, veicola il messaggio della fraternità e della pace. Ce ne parla mons. Bertin, presidente di Caritas Somalia e Djibouti.

Mons Bertin, in questo momento quali progetti state realizzando in Somalia?
In Somalia la Chiesa e quindi anche la Caritas, di fatto, non può essere presente in modo molto aperto per questioni di sicurezza e allora lo facciamo di solito attraverso delle amicizie locali, delle organizzazioni locali con l’eccezione, in questo momento, di un progetto a favore dei rifugiati dalla guerra dello Yemen. In questo progetto siamo proprio presenti come Caritas Somalia e abbiamo un responsabile somalo a nome di Caritas Somalia. Più o meno questa è la situazione. In questi anni – sono quasi ormai ventotto anni che noi lavoriamo – siamo presenti per esprimere la solidarietà della Chiesa, dei discepoli di Cristo a questa parte del mondo musulmana e lo facciamo in questo modo molto discreto.

In che modo siete presenti, come cristiani, in Somalia?
Abbiamo una presenza di un sacerdote nel nord della Somalia. Lì avevamo una chiesa, ci hanno chiesto di chiuderla e allora celebriamo la Messa in una casa. Ma accanto a questo aspetto tipicamente religioso, abbiamo continuato a portare avanti da anni questi progetti in questa zona del nord: sosteniamo, aiutiamo dei bambini ad andare a scuola. Lo facciamo in modo diretto e in modo indiretto, attraverso delle amicizie locali. Mentre, nell’altra parte della Somalia che è molto più insicura, per esempio nella zona del Puntland, in questo momento abbiamo un progetto di laboratorio per donne yemenite e un progetto per uomini, per pescatori. Abbiamo un altro progetto nella zona a nord del paese di cosiddetta “permacultura” che dovrebbe aiutare la gente a utilizzare i mezzi tradizionali per far fronte ai problemi legati alla fame. Nel sud della Somalia, nel profondo sud, fino all’anno scorso avevamo aperto due scuole per bambini sfollati. In tutta la Somalia ci sono poco più di due milioni di sfollati, che hanno dovuto abbandonare le loro terre, le loro zone, sia per la siccità, ma soprattutto per la insicurezza a causa della presenza di movimenti islamisti estremi.

Qual è la situazione della donna?
La donna in Somalia ha perso in libertà. Trent’anni fa era più libera. Adesso con questo crescente islamismo di forma un po’ radicale, la maggior parte delle donne ha perso in libertà, basti vedere il modo in cui vestono, i limiti che hanno anche verso la scuola, dunque la situazione della donna rimane più difficile. Ecco perché è importante che, attraverso il mondo, il ruolo della Chiesa e della Caritas sia di aiutare le diverse comunità ad aprirsi di più, ad essere più sensibili alla situazione della donna.

E i bambini?
Probabilmente il 60% non va a scuola perché con la fine del regime precedente tra il 1989 e il 1990 è crollato tutto il sistema scolastico, dei servizi pubblici e allora è stato ripreso in parte da iniziative individuali o di organizzazioni, però penso che in questo momento ancora il 60% non abbia alcuna forma di scuola. Il nostro appoggio è piccolo perché non possiamo lavorare con grandi progetti – vista anche la nostra identità cristiana – come Chiesa, come Caritas, ma possiamo lavorare con piccoli progetti che non diano troppo nell’occhio.

In che modo vi relazionate con i soggetti politici?
A livello individuale noi li possiamo incontrare, per esempio sono stato ad Argheisan nel Somaliland circa tre settimane fa e ho incontrato il ministro degli affari religiosi a cui ho parlato della situazione della libertà religiosa e gli ho dato anche il documento firmato dal Papa con l’Imam di Al Azhar ad Abu Dabi. A livello individuale una certa azione è sempre possibile.

In che direzione si orienterà l’azione di Caritas Somalia nei prossimi anni?
Pensiamo di dare un grande rilievo soprattutto all’aspetto ecumenico, all’aspetto interreligioso perché ci troviamo in un mondo completamente musulmano e ci troviamo anche in compagnia di altre organizzazioni di origine cristiana che lavorano e noi privilegeremo soprattutto questo aspetto. Naturalmente cureremo anche l’aspetto della advocacy a favore della pace. La nostra presenza, anche se molto ridotta, a livello internazionale può aiutare a destare l’attenzione sulla Somalia perché non sia abbandonata.

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