Solo una trasferta

Un banale incidente che costringe al ricovero. Le “lezioni di fiducia” di Giovanni.
Giovanni Compostella
Inizio torrido di stagione, in un’estate che è promessa di incontri familiari, di riposo e di viaggi, per qualcuno sinonimo di ritrovo di cari lontanissimi, praticamente dall’altra parte del mondo. Nell’attesa, la natura generosa va curata e quel giardino con gli alberi da frutto è un inno alla vita e alla ricchezza della terra… Certo che se uno si azzarda a salire su un albero a una veneranda età, può anche rischiare il peggio.

 

Giovanni questo lo sapeva, ma si sentiva sicuro. Fino a quel pomeriggio, invece, in cui, a causa di un malore, era caduto dalla scala appoggiata a un albero di mimosa, picchiando violentemente la testa. Le conseguenze avrebbero potuto essere gravissime. Invece familiari e amici di Giovanni ancora si chiedono come possa essersi “solo” rotto un femore. Intendiamoci, data l’età una frattura del genere non è proprio niente, ma non c’è paragone con le complicazioni neurofisiologiche che avrebbero potuto minare per sempre l’efficacia della persona.

 

Ma chi è Giovanni? Una vita avventurosa in giro per il mondo, una sposa affezionata e cinque figli, ora lì accanto al suo letto d’ospedale. C’è anche la figlia che abita negli Usa, giunta in Italia proprio tre giorni prima dell’incidente. Visitare questo patriarca in ospedale è stato toccare con mano la saggezza, la speranza certa, il saper andare al di là dell’apparenza o dei fatti. Il morale alto, nonostante la stanchezza e la faticosa ospedalizzazione, il sorriso accennato, ma convinto. Sono gli occhi splendenti a stupire e a fare da specchio a quello che passa per l’anima.

 

E non sembra di aver percorso per arrivare fin qui centinaia di metri di corsie, in questo mega-ospedale modernissimo, che assomiglia ad un centro commerciale, con le sue scale mobili, i negozi, gli scintillii argentei di tutto l’arredamento, le cupole a vetri e acciaio. Forse camminare un po’ fa bene, uno si prepara, trova modo di pensare a cosa vedrà o dirà. Adegua empaticamente il respiro del cuore a quello dell’amico o del parente che, una volta entrato nell’angusta cameretta, esclamerà: «Ma guarda chi si vede!».

 

Tutti, nel caso specifico, si aspettavano di dover forse incoraggiare un Giovanni provato, perché l’ospedalizzazione degli anziani, si sa, è un momento complesso e rischioso. E invece, lui è più vispo che mai; nel suo racconto pervaso di humour non si colgono recriminazioni o dubbi, ma solo certezze. Nell’età del “fai i conti con la tua debolezza e fragilità fisica”, mi ritrovo davanti a un navigato e sicuro “capitano”.

 

«Ma cosa ci facevo sempre a casa io – dichiara Giovanni, fingendo di non notare lo sbigottimento negli occhi di chi lo ascolta –, a chi potevo raccontare del grande disegno che Dio ha su ciascuno di noi, stando nel mio bel cortiletto di casa? Così lui avrà deciso di mandarmi in trasferta. Per esempio in quest’ospedale. Ma sai quante persone incontro tutti i giorni, stando pur qui fermo senza far nulla?».

 

Il silenzio viene interrotto dai passi felpati dell’infermiera che entra a misurare la febbre. Giovanni sorride, ancora solo un impercettibile ingenuo cenno di rassegnazione. Qualche battuta scherzosa e lei si dilegua, riservata, quasi non voglia disturbare quel qualcosa di sacro che ci sfiora.

 

«Insomma: Dio mi ama immensamente – sbotta il nonno – e devo dirvelo, perché questa è l’unica cosa che conta, l’unica che davvero mi interessa e mi fa vivere. Se non avessi la certezza di questo amore, si spegnerebbe tutto il mio mondo, sì, l’unico sole che splende per me. Se non potessi più parlarne, esserne cosciente – e qui lo sguardo si fa severo –, la vita non avrebbe senso».

 

Ci parla dei suoi quaderni, che gli servono per non perdere il filo delle sue scoperte umane e spirituali: «Quando sei in dubbio o stanco, puoi rileggere ciò che lui ti ha fatto scoprire e te lo imprimi bene nel cuore e nella mente, così non ti perdi d’animo».

 

Qualcosa scalda l’ombra della sera anche in questa stanzetta d’un ospedale modernissimo e assolutamente asettico. Qualcuno accenna a un sorriso. Giovanni ora s’informa della famiglia di uno, del figlio dell’altro. Il mondo di amici e parenti con le sue solitudini, preoccupazioni, malattie ora diventa di sua cura. E dal cuscino impartisce la sua bella lezione di fiducia: «Ricordati che Dio ti ama immensamente, sempre».

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