Solo contro un topo

La bravura del narratore di oggi, Fausto Russo Alesi, non fa rimpiangere l’assenza del fabulatore di allora, Giorgio Gaber – ed è tutto dire -, che più di quindici anni fa si cimentò con una originale e pregnante prova d’autore: il monologo Il Grigio scritto in coppia con Sandro Luporini, ripreso oggi dalla giovane regista Serena Sinigaglia per il Piccolo di Milano. In questo divertente e riflessivo racconto teatrale, non mancano al giovane attore palermitano Alesi la ricchezza di toni e l’argu- zia espressiva dell’aneddotica, né la scioltezza dell’impasto verbale per rendere la puntigliosa cronaca della dura battaglia sostenuta da un uomo in crisi contro un indesiderato ospite, un topo, subdolamente installatosi nella nuova casa, col quale ingaggia un impari duello. La vicenda di quest’uomo qualunque, disgustato dalla volgarità del mondo, che ad un certo punto della sua vita si allontana da tutto per chiudersi in solitudine, altro non è che un bilancio spietato, sia nell’ironia che nell’angoscia, della propria esistenza. Perché in realtà quell’astutissimo topo – antagonista invisibile – non appartiene al regno animale, bensì è, forse, la voce della coscienza, il simbolo di tutto ciò che si contesta, il ricettacolo di tutte le frustrazioni. E il roditore diventa ben presto un’ossessione, per trasformarsi, infine, in testimone, complice, e alter ego. Nella scatola-stanza con le alte pareti trasparenti che lasciano intravedere due musicisti impegnati dal vivo a dare ritmo al racconto, l’inquietante avversario lo costringe a rivedere i suoi rapporti con gli altri, Dio incluso, e a fare i conti con sé stesso. Per giungere ad una ritrovata riappacificazione simile alla tenerezza, che gli fa dire: Bisognerebbe essere capaci di trovare l’indulgenza e l’amore che dovrebbe avere un Dio che guarda. L’ottimo Alesi conquista la platea con la straordinaria comunicatività della sua matura presenza scenica. Un’Elettra sotto cuffia Una grande vetrata ci separa dai protagonisti che si muovono oltre la parete trasparente. Isolati, li sentiamo però realisticamente vicini. Sotto una cuffia stereofonica udiamo i loro sussurri, il loro respiro ansimante, il risuonare amplificato dei loro movimenti. Veniamo immersi in un universo sonoro che ci trasmette, inoltre, scalpitii di cavalli, abbaiare di cani, corse affannose da una stanza all’altra, sbattere di porte, passi furtivi, una pioggia scrosciante, infine, che cesserà lasciando l’eco di un lento gocciolare. E istintivamente ci giriamo, guardiamo in alto o accanto, cercando la fonte di questi suoni e rumori. Il particolare coinvolgimento sonoro è dovuto a una sofisticata tecnica detta olofonica, ideata da un ingegnere-mago del suono quale è Hubert Westkemper, insieme al regista Andrea De Rosa, per questa originale Elettra di Hugo von Hofmannsthal. Nella tragedia di Sofocle della vendetta dei due figli di Agamennone, Elettra e Oreste, riletta dal drammaturgo austriaco ai primi del Novecento, sono assenti gli dei e rimane solo il dolore di una tragedia famigliare tutta umana che rimanda alla frantumazione delle certezze individuali e collettive di quell’epoca. In abiti eleganti e illuminati da tagli di luci geometriche, i personaggi vivono in un buio fisico e dell’anima bloccato dal tempo. Un’immobilità che scolpisce le parole di Elettra quando fronteggia duramente la madre Clitennestra, o quando cerca la complicità della sorella Crisotemi per spingerla al matricidio. Gesto che si compirà con l’arrivo di Oreste dopo la struggente scena dell’agnizione carica di tensione. Il senso del tragico trova in questo intenso e bellissimo allestimento una nuova drammaturgia del suono che si fa immagine vibrante. Ed esperienza sensibile. Grazie anche alla magnifica prova di quattro attori: la protagonista Frederique Loliée, Grazia Mandruzzato, Moira Grassi e Gabriele Benedetti. G.D. Al teatro India di Roma. (Produzione Teatro Mercadante di Napoli, in scena fino al 12/

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