Solidarietà, futuro per l’Europa

Sulle questioni cruciali, sintonia e convergenze tra cattolici dell'Est e dell'Ovest. A Danzica, culla di Solidarnosc, il primo appuntamento continentale.
Solidarietà

I suoi grandi baffi bianchi non li hanno visti. Eppure si trovavano a casa sua o, meglio, in un ambiente a lui familiare. Erano infatti stipati nel disadorno, basso salone in cui nel 1980 si svolsero le trattative tra scioperanti e governo comunista.

Lech Walesa – l’elettricista che guidò la protesta dei lavoratori dei cantieri navali – non è riuscito a intervenire all’appuntamento con i trecento delegati della Chiesa cattolica dei Paesi dell’Unione europea. Era a Varsavia, proprio quel 10 ottobre, dove il presidente della Repubblica polacca, Lech Kaczynski – non proprio un europeista – apponeva la firma alla ratifica del Trattato di Lisbona sull’Unione europea.

Un segnale importante nello stentato procedere dell’Ue, apprezzato da quei variegati partecipanti che, pur orfani di Walesa, stavano seguendo soddisfatti un documentario su Solidarnosc. Un racconto di vicende che, partite da qui, si propagarono come un’onda sismica sino a sgretolare l’impero sovietico e la Cortina di ferro.

Vicende note ma che, ripercorse proprio in questi ambienti dov’è passata la Storia, continuano ad emozionare quanti tra i presenti le vissero pur da lontano con intensa partecipazione. Non è quindi casuale che la visita ai cantieri navali faccia parte integrante del programma delle Giornate sociali cattoliche per l’Europa sul tema “La solidarietà, una sfida per l’Europa”. La scelta di Danzica, proprio in questo 2009, intende ricordare i vent’anni dal crollo del muro di Berlino, i trent’anni dalla prima visita di un papa polacco (il vero picconatore) e i settant’anni (il 1° settembre scorso) dall’inizio della Seconda guerra mondiale. Perché i primi colpi di cannone contro soldati polacchi partirono da una nave nazista ormeggiata nelle acque del Baltico di questa città.

 

La parola solidarietà ha pertanto qui un’accezione particolarmente pregnante. E in questa prima edizione delle Giornate sociali s’è cercato di declinarla con attenta cura, tanto più adesso che la crisi ha spinto Paesi e famiglie a pensare solo ai propri problemi.

«In Europa siamo in un periodo in cui si rischia un prosciugamento e un letargo della solidarietà», ha precisato, aprendo i lavori, mons. Adrianus Van Luyn, vescovo di Rotterdam e presidente della Commissione delle 27 conferenze episcopali della Comunità europea, organizzatrice dell’appuntamento. 

Scuote tutti, pur nel consueto tono pacato, il card. Tettamanzi: «Al profetismo delle parole deve corrispondere il profetismo dei fatti» e invita ad «una solidarietà di fatto, perché rimanda ad una solidarietà che non può esaurirsi nelle intenzioni e nei sentimenti. Non basta qualche gesto generoso, occorre uno stile complessivo di vita».

Ricorre al cantautore italiano Giorgio Gaber l’arcivescovo di Dublino, mons. Martin. Parafrasando la canzone La libertà è partecipazione, sottolinea che «la solidarietà è partecipazione, è responsabilità per promuovere quei valori che costituiscono lo spirito continentale dell’Unione europea». Compiaciuto del recente voto favorevole dei suoi concittadini irlandesi al Trattato di Lisbona, precisa che la costruzione della nuova Europa «dipende non solo dalle istituzioni, ma pure dalle persone che sostengono la partecipazione sino a influenzare l’opinione pubblica».

 

Persona umana e famiglia, fondamenti della solidarietà, modello socio-economico europeo e bene comune mondiale sono stati gli ambiti di approfondimento, con l’apporto anche di esperti, docenti universitari, parlamentari europei.

«Non si può guardare con favore l’Unione europea solo quando si ottengono vantaggi per il proprio Paese – ammonisce l’estone Tunne Kelam, parlamentare europeo –. Adesso bisogna passare dai diritti propri alla tutela dei diritti di tutti nell’Ue». Concorda lo sloveno Alojz Peterle, e si spinge a sostenere che «adesso ci sono maggiori opportunità di aiutare l’evoluzione dell’Ue e i cristiani possono contribuire con la ricchezza dei loro contributi».

«Sì, ma come?», sembra chiedersi la slovacca Anna Zaborska, un seggio all’europarlamento. Prendiamo la Carta dei diritti della famiglia. «Non contiene una chiara definizione di famiglia, non è specificato il sesso dei coniugi e nella menzione dei “due genitori” omette volentieri i termini “padre” e “madre”». Poi tira fuori la domanda da un milione di euro: «Siamo, noi cattolici impegnati nella vita politica, in grado di promuovere la famiglia secondo il Vangelo ma con un linguaggio istituzionale e politico secondo i meccanismi del funzionamento amministrativo comunitario?».

 

Nei confronti dell’Unione europea lo stato d’animo dei delegati presenti è articolato. A chi la vede ancora positivamente s’affiancano quanti costatano il procedere farraginoso e il dominio consolidato degli euroburocrati, mentre c’è chi vede addirittura nell’attuale Ue un tradimento dello spirito originario che animò i tre padri fondatori. Eppure a spazzare via la nostalgia ci pensa un’anziana, raffinata signora. «Mio padre, come Adenauer e Schuman, aveva un sogno, ma non era un sognatore – ha chiarito Maria Romana De Gasperi –. L’Europa è chiamata a ritrovare la propria identità e i cattolici sono invitati ad offrire con più convinzione il loro contributo».

Guardare con coraggio in faccia al futuro è la partita di questo tempo. E i risultati non sono da disprezzare. «La storia ci dimostra che con l’allargamento vinciamo tutti perché i benefici sono comuni, mentre sembrava che i Paesi più ricchi dell’Ue dovessero solo rimetterci», commenta Maria Martens, olandese.

Mentre la quotidianità passa anche attraverso 1.500 siti web con pornografia infantile. Spiega il francese Jacques Barrot, vicepresidente della Commissione europea: «Servono ancora tanti mezzi per combattere questa piaga su Internet». E in fatto di migrazioni, reclama un significato anche positivo di quel termine: «Sino al 2050, l’Europa perderà il 50 per cento degli abitanti. Quindi abbiamo bisogno di persone. È necessario pertanto uniformare le legislazioni tra i Paesi, ma resta indispensabile fondare la solidarietà a livello europeo».

Ecco un dei punti fermi di queste prime Giornate sociali cattoliche. La solidarietà non rimane un nobile principio etico a cui guardare ma si prova a coniugarla come categoria economica e politica.

Piena sintonia tra cattolici del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest sui temi della persona, della famiglia, delle migrazioni, dell’Europa, del co-sviluppo con i Paesi più poveri, in particolare l’Africa. Un patrimonio, questo, da porre subito, con intelligenza civile e politica, a servizio del futuro dell’Ue.

Paolo Lòriga

 

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Una buona base

su cui lavorare insieme

 

Il dato più significativo?

«C’è stata una convergenza sui temi della persona, della solidarietà e dell’Europa nonostante che il cattolicesimo in Europa sia così plurale – sostiene Edoardo Patriarca, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani –. C’è una buona base su cui lavorare e quello avviato è comunque un percorso strategico. Ci siamo anche detti, recuperata la memoria dei padri fondatori, tutti cattolici, di non fermarsi alla memoria, perché poi rischiamo di tradirli, ma di sviluppare nuove vocazioni di politici impegnati per l’Europa».

 

Quali consegne da Danzica?

«Abbiamo rilevato – commenta Luigi Borgiani, segretario nazionale Azione cattolica – una tensione a superare una visione ristretta della solidarietà per una concezione ampia, fatta di elementi economici, politici, culturali, ma soprattutto di valori di spiritualità. Abbiamo costatato anche una Chiesa che ha delle differenziazioni come vita pastorale, ma l’unità in Cristo ci deve spingere a non essere scettici e a lavorare per l’integrazione dei popoli. Siamo chiamati a formare una sola famiglia umana.

«Infine, quando ci occupiamo del sociale, rischiamo di perdere il nostro compito che è essenzialmente di evangelizzazione. Allora dobbiamo aiutarci a far sì che questa cultura penetri e si incarni maggiormente nel territorio, a livello di Unione europea e ancor più internazionale».

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