Sole, per non lasciarli soli

Soledad, Sole per gli amici, è madre di tre figli, di cui il secondo, Jaime, è affetto da autismo. Un disturbo delle funzioni cerebrali che si evidenzia con alcuni sintomi ormai ben noti, consistenti in una grande difficoltà a comunicare con gli altri e col mondo esterno. Solitamente si manifestano sin dalla prima infanzia e permangono per tutta la vita, se non interviene un’adeguata e costante cura ed attenzione, che rende possibile una crescita relativamente normale, a seconda della gravità del caso. Praticamente dai primi mesi di vita di Jaime, Soledad si reca tutti i giorni in ospedale con il figlio per la riabilitazione. Lì si ritrova con altre mamme, i cui figli hanno lo stesso tipo di problemi e di difficoltà del suo. Le soste in sala di attesa diventano occasioni preziose di conoscenza reciproca, di scambio di informazioni. Come ricorda Soledad, soprattutto le situazioni di due mamme richiamano fortemente l’attenzione delle altre. Si tratta di una donna gitana e di una marocchina. Si trovano lì, lontane da casa, perché la salute dei figli lo richiede. Ma quello della malattia non è il solo loro problema. Alla separazione dalla famiglia e dagli altri figli, si aggiungono grosse difficoltà economiche dovute alle spese di soggiorno in città per lunghi periodi. Un giorno a Soledad capita di trovarsi in ospedale proprio accanto alle due mamme… e le balza davanti in tutta la sua crudezza la loro situazione. Non è giusto, si dice, che suo figlio, solo perché nato in una famiglia benestante, abbia maggiori possibilità di recupero dei figli di quella gitana e di quella marocchina. Vorrebbe fare qualcosa. Ma cosa? Qualche tempo dopo, partecipando ad un incontro dei Focolari, sente parlare della proposta di Economia di Comunione. Quel principio di solidarietà immesso nel circuito delle attività economiche ed imprenditoriali mette le ali ad un pensiero che ha iniziato a prendere corpo nella sua mente. Quel senso profondo di inquietudine per l’ingiustizia che andava toccando con mano inizia a trasformarsi in una miriade di idee, di progetti a cui non sa dare una priorità. La prima urgenza, senza dubbio, è permettere a questi bambini di accedere alle cure che il servizio sanitario mette a disposizione. Ma anche trovare i supporti necessari per sostenere le famiglie nella loro lotta contro la malattia. Per tutto questo occorrono mezzi. Un aspetto fondamentale che non sfugge certamente a Soledad, la quale appartiene ad una famiglia di imprenditori nel campo dell’abbigliamento. Ne parla a fondo con suo marito Javier. Vorrebbe avviare lei stessa un’impresa solidale, basata sui princìpi dell’Economia di Comunione. Sarebbe così possibile dar lavoro ad alcune mamme e, nello stesso tempo, reperire i fondi necessari per le cure ai figli. Javier è d’accordo al cento per cento, e con sua moglie studia il progetto nei dettagli. Sole si licenzia dall’azienda di famiglia per mettersi in proprio. Non vuole certo che altri siano compromessi in questa sua impresa. Sorge così una piccola azienda di servizi per l’industria della moda: disegno delle collezioni, riproduzione in scala a seconda della taglia, creazione di modelli per le sartorie… Lei può contare sull’azienda di famiglia, che diviene il suo maggior committente, ma non tarda a farsi conoscere anche da altre case di moda, che iniziano ad apprezzarla per il suo servizio altamente specializzato. Con una grande simpatia per quella donna e la sua impresa, che, dicono, non è come le altre. Oggi Sole è soddisfatta: la sua impresa, pur giovane, è solida. Il lavoro non manca, ed ormai quell’impresa in cui parte degli utili va a sostenere i ragazzi disabili e le loro famiglie è diventata un punto di riferimento. Perché, si sa, una ciliegia tira l’altra, e le iniziative solidali si sono moltiplicate. Sole e Javier sono attualmente fondatori e presidenti di un’associazione di educatori specializzati nella rieducazione psichica, motoria e relazionale dei bambini autistici. I genitori vengono coinvolti in prima persona nella messa a punto di tutta una serie di programmi di recupero, che si sono andati arricchendo in base all’esperienza accumulata e condivisa negli anni. Ultimamente sono in via di realizzazione due progetti di comunicazione alternativa e di promozione di autonomia personale per dieci bambini affetti da autismo, che stanno dando risultati soddisfacenti. Soprattutto, la parola d’ordine è occhio alla loro integrazione, sia in famiglia che fuori. Affinché poi imparino a muoversi in un ambiente familiare, si cerca di coinvolgere in questo processo soprattutto i loro fratelli, aiutati così a non sentirsi fratelli unici di un caso raro e ad apprendere altri modi per comunicare col proprio congiunto malato. Evidentemente, tutto ciò richiede energie e tempo. Ma Sole sottolinea piuttosto il fatto che sino ad ora non sono venute meno le elargizioni dei suoi soci amici, sui quali può sempre contare. Per lei una riprova, se ce ne fosse bisogno, dell’intervento di Dio, della sua provvidenza, che si tocca con mano giorno dopo giorno.

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