Sognare un Olimpo l’ultima volta

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Napoleone e Giuseppina Beauharnais stanno accanto, in due tele da poco resuscitate, in posa statuaria: classica. Siamo nel 1796, la Rivoluzione chiude i battenti, ma non il culto della Grecia e di Roma. Mai in verità uscite di scena, anzi, quasi una nuova religione da decenni: dei nuovi “repubblicani”, francesi e no, ma anche dei filosofi “illuminati”, degli artisti e dei reggitori di stati e staterelli italiani ed europei. Sfilano infatti in rassegna le teste coronate di principi, cardinali e pontefici – ritratti o busti marmorei -, nei quasi 3000 mq del Palazzo reale milanese, sotto le volte che Andrea Appiani ha affrescato con le glorie napoleoniche, ora ridotte a frammenti dopo il bombardamento dell’ultima guerra. C’è parecchio in mostra: dipinti e sculture, stampe, disegni, mobili, poltrone, arazzi. Un mondo dove tutto è pieno di “grazia”, cioè idealmente armonioso, naturalmente elegante. Il fiume del Neoclassico straripa verso la fine del secolo diciottesimo: si moltiplicano i tour dei nobili europei (inglesi e tedeschi in testa) nel Sud, cioè nell’Italia: Roma e le sue passate glorie e il Mezzogiorno, terra del mito e della vita “naturale”, incontaminata. È un sogno di felicità sotteso a questi “pellegrinaggi”: un ritorno alle origini, che ha una precisa connotazione ideologica ed esistenziale: ritrovare l’equilibrio naturale, quale sembrava possedessero gli “antichi”. E, con essi, gli ideali di giustizia, di libertà che il mondo di Atene e di Roma avevano rappresentato. Di qui, da parte degli artisti, l’impegno a visualizzare, idealizzandoli, i fatti delle storie antiche, e insieme l’indagine sui fenomeni della natura, le eruzioni dei vulcani, le cascate selvagge o la città della follia, Venezia, nelle vedute dei Guardi o dei Canaletto. E in Italia, non c’è corte che non abbia a cuore il recupero del mondo classico. Questo, se vogliamo, c’era già stato nel Rinascimento. Ora, tuttavia, la visione è profondamente cambiata. Il mondo antico non è più una civiltà da ritrovare per attingere nuova linfa ed innestarla sulla radice cristiana. Il Neoclassicismo è l’età della nostalgia, dell’illusione consapevole che questo è il sogno estremo, l’ultimo tentativo di riproporre, attraverso un ritorno all’Olimpo, l’aspirazione ad una universale felicità. C’è una cosciente evasione dal reale, in questo mondo, che potrebbe apparire freddo, insincero. Per fortuna, non è così. Il Venere e Adone di Canova lo rivela. Quello che è stato forse il massimo artista di questa cultura fa cantare nella luce bianca un inno all’amore che richiama i versi di Foscolo o di un Goethe, la musica del Tancredi rossiniano o del primo Beethoven. Lo sguardo dei due giovani, di classica bellezza, è un gioco di sentimenti accennati, di pudore espressivo, ma anche di calore umano, che è rivelatore: c’è vita sotto il biancore di questo gruppo, c’è un cuore! Così, il culto dell’antico riesce ad esprimere l’eternità del sentimento, il desiderio di qualcosa che resti bello, come lo è al suo nascere. Chissà che non sia qui il messaggio del neoclassicismo, – al di là di tante altre sue manifestazioni caduche -: il ritorno alla purezza originaria del sentimento. Forse per questo, ha avuto senso fare una mostra a Milano, in piena epoca mediatica.

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