Soffio

Può sembrare una storia d’amore banale, scontata, sin troppo esile. Una coppia in crisi, tradimenti incrociati, riconciliazioni e nuove crisi. Ma, trasportata nel mondo incantato di Kim Ki-duk, intessuto di sottili intuizioni e idee folgoranti, anche una banale storia d’amore come questa riesce ad essere raccontata come un evento magico, unico e irripetibile. La donna tradita cerca di ritrovare sé stessa tornando da un vecchio fidanzato, rinchiuso nel braccio della morte e in attesa dell’esecuzione. Ne nasce una storia intensa, buffa, poetica e disperata, scandita dagli incontri in parlatorio e costantemente osservata attraverso le telecamere a circuito chiuso del carcere da un misterioso deus ex machina che agevola in ogni modo la relazione tra i due. Forse il carico di segni e di metafore è eccessivo rispetto all’esile materiale narrativo a disposizione e troppi fili della trama rimangono sciolti, ma ci sono momenti di bel cinema e il film emoziona. I temi sono quelli ricorrenti nei film del regista coreano: l’amore vissuto alle estreme conseguenze, il silenzio inteso come impossibilità di parola, la violenza dell’autorità incapace di capire le persone. Fioriscono anche i rimandi, non sappiamo quanto voluti, ad altro cinema: le canzoni ispirate alle stagioni che la donna canta in parlatorio richiamano gli intermezzi musical de Il buco di Tsai Ming-Liang, mentre la scena finale con la canzone cantata in macchina fa venire in mente quella analoga de La stanza del figlio di Nanni Moretti. Non il miglior film di Kim Ki-duk, ma non per questo meno capace di farci discendere negli abissi dei sentimenti umani per riuscirne poi con qualcosa di nuovo e mai visto. Regia di Kim Ki-duk; con Chang Chen, Zia, Ha Jung-Woo.

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