So una notizia bellissima…

Contro l'anonimato nel quartiere. Il contributo di Gianfranco, pensionato dal cuore giovane.
Gianfranco Manganella
Cuore del quartiere romano Delle Vittorie, sorto ai primi del Novecento là dove un tempo si estendevano i Prati di Castello, è piazza Mazzini. Pressappoco qui (ma quanti lo sanno?) si attendò nel febbraio 1890 il Wild West Show, il famoso circo di Buffalo Bill, durante la sua tournée italiana. Circondano la piazza palazzi dalle dignitose facciate, ed è all’ultimo piano di uno di questi, con la vista magnifica della cupola di San Pietro, che abitano Gianfranco, ex regista della Rai, e la moglie Stella, già attrice di prosa.

Il mio amico, uno degli ultraottantenni più “giovani” di spirito che io conosco, è dotato di un humor spiazzante. Me ne accorgo quando snocciola un esempio dietro l’altro di come lui, che per l’educazione ricevuta sarebbe piuttosto riservato, è riuscito a tessere con semplicità una serie incredibile di rapporti, dai negozianti al giornalaio musulmano, al vigilante della banca, al pizzaiolo…

«È il mio contributo per contrastare l’anonimato e l’indifferenza in questo quartiere dove viviamo ormai da mezzo secolo», afferma. E spiega da cosa ha preso il via questo impegno che dà sapore alle sue giornate di pensionato: «Quando nel 2000 Chiara Lubich, divenuta cittadina onoraria romana, si impegnò per una Roma più fraterna, presero vita qua e là nella capitale gruppi più o meno piccoli, spesso in case private, in cui scambiarsi esperienze sul Vangelo. Qui risposero con entusiasmo alcuni nostri conoscenti, che cominciammo ad incontrare a casa nostra».

E racconta di una signora novantenne venuta per curiosità a quegli appuntamenti mensili: «La terza volta ci confidò che da decenni nutriva un forte risentimento verso una persona che l’aveva offesa gravemente; ora, però, contagiata dall’atmosfera fraterna, si sentiva finalmente capace di perdonare, liberandosi di un peso».

 

Spassosi sono anche gli espedienti con cui Gianfranco riesce ad iniziare un approccio con persone sconosciute. «Ad esempio, se incontro qualcuno insieme ad un grosso cane, provo a chiedergli: “Che razza è, un bassotto?”. E, viceversa, se il cane è di taglia piccola: “È un molosso napoletano?”. Raramente si indispettiscono e così il discorso è avviato e, se trovo disponibilità, la conoscenza può continuare».

Col tempo, la sua “tecnica” si è andata perfezionando ed è diventata più disinvolta. «Se vedo una persona pensosa, chiedo: “Problemi? Posso aiutarla?”. Se m’imbatto in qualcuno che mi sembra in difficoltà nel consultare una cartina stradale, mi metto a disposizione per indicargli la strada o accompagnarlo per un tratto».

«Altre occasioni – continua – si presentano nell’ascensore del supermercato da cui ci serviamo, dove prima di premere il bottone m’informo: “A che piano va?”: frase un po’ sciocca, lo ammetto, considerato che c’è solo un piano, ma che, strappando un sorriso, serve a rompere il silenzio imbarazzato che cala tra chi usa l’ascensore.

«Oppure, quando faccio la fila al bancomat, a chi mi sta davanti chiedo: “Per favore, ci lasci qualche banconota anche per me”. E se i tanti extracomunitari che vendono calzini ed altro mi tirano per la giacca chiamandomi “papà”, rispondo loro con un cordialissimo sorriso: “Ciao, figliolo!”».

Una mattina, per avviare il discorso col portiere che spazzava le foglie secche davanti al suo palazzo, Gianfranco ha gettato lì: «È autunno». E l’altro, un po’ tristemente: «Già, cadono le foglie e cadremo anche noi». «No, invece, noi ascenderemo: ci attende il Paradiso». «Ci crede davvero?». «Sì, certo, ne sono sicuro». Risposta che lo ha lasciato più sereno.

Facendo amicizia con un giovane coinquilino, il mio amico ha scoperto la sua attrazione per la vita religiosa. «L’ho messo in contatto con altri giovani e, dopo alcune ricerche, ha scoperto la sua vocazione francescana. Ora fa parte di una comunità dove, a quanto dice sua madre, è davvero felice».

Se avverte nell’altro un atteggiamento di simpatia, Gianfranco non manca di aggiungere ciò che più gli sta a cuore: «Ho saputo una notizia bellissima». E mentre quello si accende d’interesse: «So che Dio l’ama immensamente». Alcuni sorridono: «Ah, già, già»; altri chiedono: «Perché mi ama?». La risposta è sempre la stessa: «Perché Dio è amore e non può non amarla».

 

L’autobus offre tante occasioni propizie per avviare brevi conversazioni. «Ieri, da quando sono salito fino al capolinea, ho affrontato con una signora argomenti non banali: grazie alla spiritualità induista, lei asseriva di aver superato una fase di ateismo pessimista e introverso; quanto a me, le ho accennato alla scoperta, dovuta a mia moglie, di un cristianesimo autentico, che ha dato significato alla mia esistenza».  

E un’altra volta: «Una anziana signora mi chiede, quando arriverà il 495, un aiuto per issare a bordo il suo carrello della spesa. Nell’attesa, mi confida la sua preoccupazione di avere ancora una mente lucida per poter conversare con figli e nipoti quando vengono a trovarla. Intanto arriva l’autobus e l’aiuto a salire con quel carrello che pesa come piombo. La conversazione continua anche con la signora più giovane che le ha ceduto il posto. È un’insegnante. Alla domanda se i suoi alunni hanno voglia di apprendere, scuote la testa mestamente. “Ma qualcuno fa eccezione e le dà soddisfazioni?”. Ammette di sì, più lieta. Anche a lei ricordo che Dio la ama immensamente».

Altro scambio con una signora impietosita dai cavalli delle carrozzelle: «Poveretti! L’asfalto è troppo duro per i loro zoccoli». «Sì, sarebbe meglio un prato fiorito», commenta Gianfranco. Poi s’interessa di un suo dito ingessato e le augura pronta guarigione.

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