Sneider e gli altri

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Adagiata su un altopiano della Cordigliera delle Ande, a 2.600 metri di altitudine, Bogotà vive e respira di una sua vita propria, tra le case basse ed eleganti dei quartieri spagnoli e le imponenti e avveniristiche strutture dei grattacieli. Con i suoi sette milioni di abitanti – mi spiega l’amica colombiana che mi va mostrando le immagini della sua terra – è una città di città. Bogotà, infatti, è anche l’ammasso di casupole aggrappate sui fianchi delle colline, dove migliaia di vite in caduta libera conducono la loro battaglia quotidiana per la sopravvivenza. German Caycedo, giornalista noto nel suo paese, denuncia la drammatica realtà della capitale di un paese-simbolo dell’America latina, simbolo a sua volta, e quasi concentrato, di tutte le sue contraddizioni. Scrive in Colombia amarga: Bogotà è contemporaneamente quattro città. Una di giorno, un’altra di notte; una nei giorni della settimana, e l’altra nei giorni di festa. E la Colombia non è solo cocaina, eppure tanta parte della sua realtà è condizionata dai traffici che ruotano intorno agli affari illeciti. Nello stesso tempo la grande maggioranza della gente vive del suo lavoro. È la stessa Colombia di Elkin Patarroyo, scopritore del vaccino contro la malaria, e di Gabriel Garcia Marquez, premio nobel per la let- teratura. Ed è in quel paese che le forze vive dell’impegno civile e religioso conducono le loro battaglie quotidiane per giustizia e pace anche se a prezzo di molte vite. Si spiegano così i forti contrasti sociali, la dicotomia netta tra chi è straordinariamente ricco e chi per campare deve cedere a compromessi alimentando la catena dell’illegalità. Di qui, anche, la fuga dalla vita dura dei campi, e il proliferare incontrollato dei barrio, le baraccopoli dove si concentrano centinaia di migliaia di persone, senza acqua, luce, strade degne di questo nome. È in questo ambiente che si situa il delicato lavoro di recupero alla convivenza scolastica e sociale di un’insegnante colombiana impegnata nei Focolari, cui viene affidata una classe speciale di ragazzi che non hanno potuto frequentare regolarmente la scuola. Sono giovani dai 9 ai 18 anni, spesso del tutto analfabeti, o con gravi lacune scolastiche. L’insegnante cerca di coinvolgerli in semplici attività di gruppo. Ma anche una partita di pallone diventa causa di furiosi litigi. L’unico linguaggio con cui riescono a comunicare tra loro – dice – sembra essere quello delle botte. Quel che è peggio, sono abituati a portare con sé armi per difendersi e per aggredire, e sono disposti ad usarle. Hermencia Caro comprende che non deve lasciarsi condizionare. È giovane, ma non alle prime armi. Soprattutto è motivata intimamente a condurre la sua battaglia. Mi feriscono i loro occhi da vecchi in quelle facce di bambini. Sono volti tristi, senza un sorriso, senza affetto, senza sogni, su fragili corpi violati, denutriti. Sono sguardi pieni di risentimento, che vedono nemici dappertutto. In aggiunta, alcuni di questi ragazzi sono affetti da varie inabilità sia uditive sia visive non diagnosticate. Hermencia Caro non si rassegna. Quei ragazzi hanno già subìto troppi torti. Ogni mattina si preoccupa di arrivare in tempo per rendere l’aula ordinata e, possibilmente, confortevole. È importante per chi non possiede nemmeno un tavolo o una sedia. I ragazzi arrivano spesso assonnati, ma non importa. Cerca di stabilire un rapporto con ciascuno di loro, accogliendoli in classe con cordialità. Ciò li fa sentire importanti, attesi almeno da qualcuno. Lei cerca di rendere le sue lezioni leggere e interessanti. Ogni mattina – dice – rinnovo dentro di me il proposito di dare a questi ragazzi l’affetto e la stima di cui hanno bisogno più del pane. I ragazzi inizialmente non capiscono l’atteggiamento della nuova insegnante. La sua disponibilità sembra un segno di debolezza. Cercano di metterla in difficoltà, di smontarla. Ma lei non si scompone. E, ciò che è più strano, si accorgono che lei non vuole bene solo a chi è più bravo, o non crea problemi. E questo li fa pensare. Spontaneamente – prosegue l’insegnante – si consolidano i gruppi in cui i più capaci prendono con sé i compagni più svantaggiati. Humberto, il ragazzo che prima rubava, è ora il maestrodi Sneider, che grazie a lui riesce a leggere speditamente. Viene anche il momento in cui è possibile una conoscenza reciproca più profonda, attraverso il racconto della propria storia. È una tappa importante. Capisco che non posso rimanere fuori, ed inizio io col raccontare fatti ed episodi della mia infanzia. Per poi passare, una volta diventata adulta, a parlare del mio incontro con Dio amore. Il loro ascolto silenzioso ed attento e le loro tante domande mi incoraggiano ad andare avanti. I ragazzi si avvicendano nel racconto. Sneider, un ragazzo minuto di 17 anni, svela le violenze subite dal fratello maggiore e mostra le cicatrici che gli sono rimaste. Dice che a cinque anni era già sulla strada. È finito in un orfanotrofio. Aveva dodici anni, quando sua madre è andato a prenderlo promettendogli che lo avrebbe tenuto con sé. Abbandonato di nuovo poco dopo, si è messo a lavorare nella raccolta del materiale da riciclare, una delle poche possibilità di lavoro per un ragazzo di strada. Ma alcuni compagni lo derubavano regolarmente dopo averlo picchiato. È andato allora alla ricerca di un altro lavoro, ma nessuno lo prendeva perché analfabeta. Per questo – continua – io stesso ho chiesto di frequentare questa scuola. Adesso abito presso la compagna di mio padre, ma anche lì mi trattano male perché non pago l’affitto. È poi il turno di Andrés, un quattordicenne timido e solitario. Racconta che i suoi genitori sono morti nell’incendio della loro casa. Ora lavora da un meccanico e dorme in un angolo dell’officina. E così per il resto della mattinata: sono tutte storie accomunate dalla sofferenza per la miseria materiale e morale, la violenza e l’abbandono. Ho una forte stretta al cuore – dice Hermencia – e mi sforzo di non piangere. Ringrazio uno per uno i ragazzi, per averci reso partecipi della propria vita e per il coraggio con cui si sono espressi. Ma arrivata a casa, piango a lungo per ore. Il peso di tanta sofferenza mi pesa come un macigno. Dopo alcuni giorni di assenza, Sneider ritorna in classe. È serio e preoccupato. Spiega che la compagna di suo padre l’ha cacciato di casa, e da tre giorni dorme nel parco. È digiuno e non sa cosa fare. Comunico la situazione ai dirigenti della scuola, nella speranza di avere un aiuto. Ma – continua l’insegnante – questo tarda a venire. Penso alla parabola evangelica del buon samaritano… e capisco che posso ugualmente rimboccarmi le maniche per andare a soccorrere i poveri della città. Sneider in quel momento aveva bisogno del mio aiuto. Hermencia si mette alla ricerca di un alloggio ed anticipa dal suo stipendio il primo mese di affitto. A casa mia – dice – c’è un letto per gli ospiti. Lo prendo assieme al suo corredo di lenzuola e di asciugamani e lo porto dal ragazzo. Gli preparo anche alcune stoviglie e piatti, assieme a qualcosa da mangiare. Sneider è alle stelle: non ha mai avuto una stanza tutta per sé. Ed è così che, giorno dopo giorno, Hermencia è divenuta un sicuro punto di riferimento i suoi alunni e per tanti amici colombiani che hanno preso a cuore le loro sorti.

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