Siria, rebus senza fine

Per i media occidentali la Siria non fa più notizia, dopo il Covid e l’invasione russa dell’Ucraina. Ma di Sirie ce ne sono ormai almeno tre: una in mano ai curdi, con aree infestate dall’Isis, tutt’altro che debellato; una a Idlib occupata da innumerevoli milizie islamiste e filoturche o jihadiste; al centro c’è la Siria del regime di Damasco, di fatto protettorato russo. Senza contare gli statunitensi a sud e il loro sostegno ai curdi
AP Photo/Burhan Ozbilici

Durante il mese di ottobre si sono verificati nel Nordovest siriano scontri a fuoco, con diverse decine di morti e feriti, e misteriose manovre di milizie. L’area è quella a nord di Idlib, dove sono stati imbottigliati alcuni anni fa i ribelli antiregime.

Difficile capire cosa stia realmente succedendo e soprattutto cosa ci sia dietro. Poco si sa, qualcosa si può intuire e molto si può ipotizzare. I fatti nudi e crudi dei giorni scorsi sono costituiti da scontri intorno ad Afrin, una cittadina un tempo fiorente, situata nell’angolo nordovest della Siria, che dista da Aleppo solo una sessantina di Km. Abitata, prima della guerra, da 36 mila persone (170 mila nel distretto), siriani in maggioranza curdi ma anche arabi, assiri, caldei, armeni, circassi, ceceni e turcomanni. La regione di Afrin era famosa per le sue campagne coltivate, le colline ricche di olivi e frutteti, e tanta acqua. La maggior parte degli abitanti se ne sono andati a marzo 2018, fuggiti all’arrivo dei turchi che hanno bombardato e poi occupato la città (ed altre zone) per “difendersi” dai curdi, che, come sostiene il presidente turco, sarebbero tutti pericolosi terroristi affiliati al Pkk. Il sospetto, ovviamente, è che la realtà non sia così netta.

Il territorio di Nordovest era stato occupato da milizie islamiste inquadrate in un improbabile Syrian National Army (Sna), composto da circa 50 mila miliziani suddivisi in almeno una trentina di sigle, e da gruppi armati jihadisti, alcuni legati all’Isis, altri ad al-Qaeda: tra questi ultimi il più consistente e temuto è Hayat Tahrir al-Sham (Hts), l’ex Fronte al-Nusra, che ha cambiato nome ma non molto altro. In questo forzato affollamento, la vita degli abitanti rimasti è segnata da centinaia di rapimenti e relativi riscatti, arresti, confische, “tasse” sulla propria casa e ritorsioni (migliaia di ulivi distrutti) per chi non paga. Dopo una recente protesta degli abitanti, all’inizio di ottobre è stato ucciso ad al-Bab un attivista (e sua moglie) che criticava non solo il regime di Damasco ma anche l’amministrazione islamista. Il gruppo jihadista Hts avrebbe così deciso di approfittare del caos e del malcontento per occupare Afrin, cacciandone i miliziani islamisti. Secondo i jihadisti c’era un accordo per rafforzare il controllo del fronte anti curdi e anti regime. Ma l’accordo, se pure c’era, era solo con qualcuno. Altri gruppi (sempre islamisti dello Sna) hanno accolto a fucilate i jihadisti occupanti, con morti da tutte le parti: jihadisti, islamisti e ovviamente civili inermi.

Il centro del problema, però, potrebbe non essere il dissidio interno, soprattutto alla luce del fatto che tutti, islamisti dello Sna e jihadisti di Hts sarebbero sostenuti e riforniti dai turchi. Ma di fronte agli scontri dei giorni scorsi i militari turchi presenti se ne sono rimasti da parte a “guardare di nascosto l’effetto che fa”. Qualche osservatore smaliziato sostiene che l’operazione sarebbe in realtà un tentativo di mixaggio di gruppi rivali promosso dai turchi stessi al fine di controllare meglio una situazione ingovernabile.

Strano? Neppure troppo se si considerano alcune recenti evoluzioni della situazione nella regione. Per esempio: Putin non intende mollare la protezione al regime siriano (e le basi militari nel Mediterraneo) e l’avrebbe fatto presente a Erdogan, in luglio a Teheran e poi in agosto a Sochi. In più, Mosca avrebbe detto no anche ad una imminente iniziativa turca anti-curdi. Quindi? Ankara è stata “invitata” a riallacciare i rapporti con Damasco, dopo oltre 10 anni di minacce a Bashar al Asad. Così nell’ambito della “cooperazione competitiva” tra Ankara e Mosca (alleata di Damasco e Teheran), si starebbe delineando una nuova geopolitica siriana della Turchia, che avrebbe bisogno di scaricare in qualche modo, o almeno ridimensionare, i dissidenti di Idlib (Sna e Hts).

E poi c’è un altro problema in vista delle elezioni turche 2023 (i sondaggi non sono attualmente favorevoli a Erdogan): c’è bisogno di rimandare in Siria un consistente numero di profughi siriani presenti in Turchia.

Ok, e allora? I turchi stanno costruendo case popolari nelle zone che hanno occupato cacciandone gli abitanti curdi: l’obiettivo sarebbe di trasferirci un bel po’ di profughi. Profughi siriani, certo, ma arabi, insediandoli così in una terra che da curda potrebbe diventare araba e filoturca. Ma per attuare questa operazione di trasformazione etnica c’è bisogno di controllo e gestione delle indisciplinate milizie islamiste e jihadiste.

Insomma, giochi di potere complicati sulla pelle dei siriani, arabi o curdi che siano.

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