Siria. A che punto siamo?

Sembra calato il silenzio sul conflitto in corso dal 2011. Passi avanti e passi indietro, difficile conoscere come stanno veramente le cose

Difficile dire la situazione in Siria. Per capirci qualcosa occorre districarsi almeno un po’ nei meandri di alleanze mutevoli, fra accuse di “terrorismo” che lasciano trapelare ben altri interessi e una marea di roboanti indignazioni funzionali a scelte politiche che poco o nulla hanno a che fare con la vita delle persone e ancor meno con la ricerca della pace o almeno di un dialogo.

Del conflitto siriano si parla sempre meno in Europa. Nell’opinione pubblica internazionale rimane la dolorosa sensazione di un conflitto di tutti contro tutti e un mare di profughi e sfollati. C’è qualcosa di vero e molto di sconosciuto o anche falso in tutto ciò, ma soprattutto c’è una gran confusione che, unita a mancanza di criteri di valutazione e dati attendibili, rende la miscela viscosa e inafferrabile.

Ma qual è realmente la situazione in Siria? Semplificando molto, si potrebbe direche da una parte l’esercito siriano (circa 150 mila uomini) è affiancato da varie milizie filo-governative. Vi sono poi vari gruppi alleati provenienti da Libano, Iran, Iraq e Afghanistan: quello più consistente è costituito dagli sciiti libanesi di Hezbollah (fra 10 e 15 mila uomini). L’Iran, il principale sponsor regionale dei governativi, ha inviato combattenti e consiglieri militari, stanziando notevoli risorse. I russi, entrati ufficialmente in scena a settembre 2015, hanno fornito una forte e decisiva copertura aerea e imposto una svolta significativa al conflitto. Dall’altro lato la situazione è alquanto più liquida: i “ribelli” non sono più quelli del 2011, ma una miriade di gruppi in maggioranza islamisti e/o jihadisti, confinati in regioni molto limitate: in sostanza la provincia di Idlib e una parte della periferia di Damasco. A Sud, a Daara e vicino a Damasco vi sono ancora piccoli gruppi armati in prevalenza non islamisti. Gli Usa e numerosi Paesi arabi e occidentali, tra cui Inghilterra e Francia, fin dall’inizio hanno accompagnato con raid aerei la lotta contro il Daesh in Iraq e in Siria. Per molto tempo la coalizione ha foraggiato in Siria ribelli veri e islamisti camuffati da ribelli, accomunati e mescolati solo in funzione anti-Assad, bollato come un tiranno da eliminare. Certamente nel passato e nel presente del presidente vi sono zone oscure, scheletri negli armadi e violazioni dei diritti umani. Ma un grande numero di siriani, circa la metà della popolazione, l’ha sempre sostenuto e lo sostiene tuttora. Solo per la pressione russa si sono da poco chiusi i rubinetti di soldi e armi che andavano a gruppi interessati solo ad abbattere Assad, non a contrastare il Daesh. Il Fronte al-Nusra è una ex costola siriana di al-Qaeda, che da poco più di un anno ha cambiato il nome in Jabath Fatah al Sham: è comunque il più importante gruppo jihadista in Siria, ed è composto soprattutto da siriani. Pare vi sia un riavvicinamento ad al- Qaeda. Il Daesh (Isis) era il gruppo jihadista più organizzato e brutale. Nelle sue fila hanno militato molti foreign fighter provenienti da Paesi islamici, e una minoranza anche dai Paesi europei. Dopo l’intervento nel conflitto siriano, nel 2013, Daesh è arrivato a controllare quasi il 40% del territorio siriano combattendo contro tutti: Assad, al Nusra, ribelli e curdi. Daesh è attualmente confinato solo nella regione di Deir Ez Zour (nella parte orientale della Siria), circondato dai combattenti curdi, milizie sciite e quelle Hezbollah, oltre che dai governativi siriani. Anche se il silenzio sulle operazioni militari è quasi totale, il Daesh è pure combattuto a Raqqa, capitale dello Stato islamico e dintorni, da una alleanza un po’ estemporanea che comprende chi non è sciita e non sta dalla parte di Assad. I curdi siriani (rojava) hanno approfittato del ritiro dell’esercito governativo dalle loro regioni del Nord-Ovest della Siria per stabilire un’amministrazione autonoma. Possono contare sull’aiuto internazionale e della coalizione a guida statunitense nella lotta contro il Daesh. Contendono però al governo siriano di Assad il controllo del territorio, e controllano oltre tre quarti del confine turco-siriano. I turchi, a loro volta, sono intervenuti soprattutto in funzione anti-curdi (Ypg) e sono localizzati in un’area strategica a Nord di Aleppo. Ultimamente il presidente turco Erdogan è stato convinto dai russi a schierarsi a favore di Assad, dopo anni di contrasti. La svolta si è verificata dopo la battaglia di Aleppo, vinta dai governativi, e gli accordi Russia-Usa di alcuni mesi fa per far cessare i combattimenti nella parte occidentale del Paese, e concentrare le forze sulla sconfitta del Daesh lasciando cadere l’opposizione ad Assad. Secondo fonti occidentali, in effetti, il governo siriano controlla oltre il 50% del territorio, le parti più densamente popolate, dove vive il 65% della popolazione (11 milioni di persone), mentre oltre 4 milioni di siriani sono rifugiati o emigrati, e si parla di 350 mila morti nei 6 anni di conflitto. Secondo le stesse fonti, il resto del Paese (5-6 milioni di abitanti) sarebbe controllato da curdi (25%), Daesh (13%) e variegati gruppi di ribelli (11%), in maggioranza islamisti.

Lo svedese Aron Lund, esperto di Siria alla Century Foundation, uno dei think tank (letteralmente: deposito di pensiero) più prestigiosi, fondato quasi un secolo fa a New York, scrive di fronte alla situazione attuale in Siria: «La guerra continua ma, strategicamente, Assad ha sconfitto quelli che pensavano di deporlo e, salvo imprevisti, penso che il governo siriano si riprenderà il Paese pezzo dopo pezzo».

Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah e principale alleato di Assad, ha dichiarato in questi giorni: «Abbiamo vinto la guerra, resta soltanto qualche battaglia sparsa», aggiungendo che gli oppositori di Assad «hanno fallito nei loro progetti e ora cercano di ottenere qualche piccolo vantaggio nei negoziati». Con tutto ciò, cosa rimane della Siria? Un Paese distrutto, certo non privo di risorse ma ormai senza infrastrutture e mezzi finanziari, dilaniato da ferite inferte alla società civile che solo il tempo potrà lenire. Un Paese a rischio sociale e umanitario, sul quale incombe il proiettile vagante della scelta pregiudiziale anti-sciita espressa a Riad nell’aprile 2017 dal presidente Trump a sostegno di sauditi e israeliani e con la questione curda che soffia sul collo. Forse gli unici che osano di nuovo sperare sono proprio i cittadini siriani liberati, non del tutto, da missili, bombe ed esecuzioni sommarie. La gente in Siria comincia a respirare di nuovo.

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