Sipario aperto sulla politica italiana

Cosa ha caratterizzato gli scenari della politica italiana alla fine del 2015 e cosa possiamo attenderci nel 2016 nella prospettiva di importanti appuntamenti elettorali e referendari. gli scenari possibili e il rischio di una campagna elettorale permanente
VOTO

 

Il primo sondaggio, all’interno della trasmissione Di Martedì condotta da Giovanni Floris su La7, che ha tastato il polso del Paese sul suo indice di gradimento nei riguardi del premier e del governo. Era incentrato su tre tematiche: la norma “Salva Banche”, le tematiche fiscali, la percezione di una ripresa economica. Sul primo tema (caso Banca Etruria e conflitto d’interessi della ministra Maria Elena Boschi), nonostante il decreto del governo, secondo il sondaggista, gli investitori hanno perso fiducia nel sistema, tant’è che oggi il 57 percento dichiara di non ritenere sicuri i propri risparmi. In riferimento alle tematiche fiscali, il 55 percento degli italiani non crede che la Tasi venga realmente abolita e che tornerà magari con un altro nome (come più volte accaduto). Infine, é stato chiesto al campione di dare un giudizio sugli eventuali cambiamenti del tenore di vita in questo ultimo anno: per il sondaggio, a parere della maggioranza assoluta, pari al 65 percento, non è stata percepito alcun miglioramento.

Sondaggi, certo. Sempre da prendere con le molle. Ma una cosa è certa: «sta cedendo la lunga luna di miele che Matteo Renzi aveva avuto con gran parte dell’opinione pubblica e anche di una quota ampia delle classi dirigenti di questo paese» (“Fine dell’ottimismo?”, Paolo Pombeni – www.mentepolitica.it – 03.12.2015).

 

Il secondo sondaggio, pubblicato sul Corriere della sera, riguardava invece gli orientamenti degli elettori nei confronti dei partiti. I dati emergenti parlano di una progressiva riduzione della distanza tra Pd e Movimento 5 Stelle. Il Pd oggi si collocherebbe al 31,2 percento, in calo di 3 punti dall'inizio del 2015, mentre in grandissima ascesa sarebbe il Movimento Cinque Stelle, che raggiungerebbe il 29 percento guadagnando più di otto punti da gennaio. Secondo il sondaggista, la strepitosa rimonta dei grillini sarebbe dovuta, oltre che al calo di consensi nei confronti del Pd,  anche alle divisioni interne al centrodestra (con la Lega al 15 percento, FI al 10,4 percento e Fratelli d'Italia al 4 percento) ed alle sue difficoltà a trovare un leader che ne faciliti la coesione.

 

Ancora secondo Pagnoncelli, se si andasse al voto nel 2016 con l’Italicum, le tre liste Pd, M5S e centrodestra unito (Lega, FI, Fratelli d’Italia), potrebbero arrivare a distanza ravvicinata, con il Pd  ancora davanti per una “incollatura” rispetto alle altre due liste concorrenti, che seguirebbero pressocché testa a testa. Il sondaggista azzarda previsioni sui possibili ballottaggi. Se dovessero disputarlo il Pd con il M5S, sarebbero questi ultimi a prevalere di 5 punti (per l’orientamento verso i cinquestelle di parte degli elettori di FI); mentre in caso di ballottaggio fra il Pd ed il centrodestra sarebbero i dem a vincere di quasi 10 punti (perché, a parere di Pagnoncelli, gli elettori pentastellati si orienterebbero verso il Pd).

 

Anche qui si tratta di sondaggi, e quindi ancora da accogliere con beneficio d’inventario. Ma quanto basta per far commentare così il sondaggio da parte di Alessandro Di Battista, deputato e membro del direttorio del M5S, che vede il suo Movimento a un passo dai dem e soprattutto vincitore di un ballottaggio: «Nell'ultimo anno le nostre idee sono passate tra l'opinione pubblica. E la svolta c'è stata con la marcia per il reddito di cittadinanza del maggio scorso. Dobbiamo parlare sempre di più delle nostre proposte: continuando così, quei due punti di distanza dal Pd si ridurranno ulteriormente».

 

 

 

L’anno che si apre

Due gli appuntamenti che scalderanno l’agone politico nel 2016: le elezioni amministrative di primavera (che riguarderanno 1291 comuni, e soprattutto importanti città come Milano, Torino, Bologna, Roma, Trieste, Napoli) e il probabile referendum confermativo sulle riforme costituzionali dell’autunno. E’ prematuro azzardare previsioni sugli esiti di queste due consultazioni. Ma è indubbio che in entrambi i casi peserà la quota di elettorato che si recherà alle urne per esprimere legittimazione/delegittimazione popolare all’azione politica del governo. E, in particolare, sull’esito dell’eventuale referendum graveranno pesanti incognite sugli scenari futuri.

 

Infatti, se l’elettorato confermerà la revisione costituzionale del titolo V della Costituzione, il presidente del Consiglio potrebbe ricevere una forte spinta verso la sua permanenza a Palazzo Chigi fino al 2018. Se dovessero invece prevalere i “no”, si aprirebbero le porte ad una probabile crisi politica con il possibile ricorso ad elezioni anticipate, che metterebbero a nudo la precaria efficacia del nuovo sistema elettorale. L'Italicum, infatti, è costruito per produrre un vincitore, assicurando la maggioranza dei seggi a chi prevale (anche al ballottaggio), ma nell’unica Camera prevista, quella di Montecitorio. Se prevalessero i “no” al referendum, facendo rivivere il Senato, l’Italicum varrebbe tanto quanto il Porcellum: assicurerebbe la maggioranza alla Camera ma non anche al Senato, con prospettive di precaria governabilità. Remake di un film già visto.

 

In questa cornice, tuttavia, ciò che maggiormente preoccupa è lo spettro di una campagna elettorale che durerà un anno intero, mettendo in secondo piano la vita del Paese, narcotizzandolo e distraendolo dai suoi gravi problemi aperti che chiedono attenzione e attendono da tempo proposte concrete di soluzione politica.

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