Sindrome imperiale

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Che l’amministrazione Bush si aspettasse effettivamente una rapida conclusione della guerra irachena, oppure avesse messo nel conto la possibilità di un trascinarsi del conflitto, è nei fatti che gli Stati Uniti si sono preparati ad una lotta di lunga durata. Lo ha detto in numerose occasioni il presidente Bush, e lo ha anche scritto nel documento che raccoglie gli orientamenti fondamentali della nuova politica estera americana, La strategia nazionale di sicurezza degli Stati Uniti, presentato da Bush al Congresso il 20 settembre scorso. L’amministrazione Bush, in effetti, ha preso dei provvedimenti tali da introdurre modificazioni profonde nel paese, preparandolo non ad una guerra-lampo, ma ad uno stato di guerra di durata indefinita. Nell’anno e mezzo che ci separa dall’11 settembre, infatti, abbiamo assistito al varo del Patriot Act, che cancella molte fondamentali garanzieconquistate in trent’anni di lotte per i diritti civili: oggi negli Stati Uniti si può intercettare, perquisire, sorvegliare sulla base di un semplice sospetto. Il Patriot Act venne seguito, a nemmeno un mese di distanza, dalla restaurazione delle commissioni militari: il Military Order del 17 novembre 2001 riduce drasticamente i diritti di difesa, esclude il processo di appello, mette nelle mani del segretario alla Difesa la nomina di giudici e avvocati, il calendario e il luogo dei processi, il giudizio sull’ammissibilità delle prove. Nel frattempo l’Fbi aveva incarcerato un migliaio di cittadini musulmani, con metodi che trovano un precedente solo nella repressione che ebbe per oggetto i giapponesi d’America dopo Pearl Harbor. Un anno dopo, l’Homeland Security Act dà vita a quella che, per gli Stati Uniti, è una novità istituzionale: il “Dipartimento della sicurezza della Patria “; “il nuovo dipartimento – spiega il presidente Bush il giorno della firma – analizzerà le minacce, sorveglierà i nostri confini e aeroporti, proteggerà le infrastrutture critiche e coordinerà la risposta della nostra nazione alle future emergenze”. Queste misure interne hanno una loro logica: restrizioni nei diritti dei cittadini, aumento dei poteri di polizia, militarizzazione di settori civili si accompagnano abitualmente allo stato di guerra. Il fatto che gli Usa li abbiano adottati colpisce profondamen- te, ma serve a far capire che questo paese è entrato veramente in guerra, che l’11 settembre è un fatto, che il terrorismo internazionale è attivo, che gli “stati canaglia” sono un pericolo reale. Quel che preoccupa è l’attribuzione “imperiale” che gli Stati Uniti fanno a sé stessi di essere ad un tempo accusatori, giudici, arbitri, depositari della verità e custodi della libertà. La nuova strategia messa a punto nella politica estera è lo specchio di tale atteggiamento. “Nuova” lo è solo come scelta di governo; ma non è affatto tale come prospettiva di pensiero. La guerra contro l’Iraq era in realtà voluta da alcuni settori conservatori ben prima dell’11 settembre 2001; gli attentati hanno avuto l’effetto di creare le condizioni perché una strategia politica che ancora aveva degli avversari trovasse, d’improvviso, la strada aperta. E così si è imposto, diventando la politica dell’amministrazione Bush, un filone di pensiero che potremmo chiamare neo-conservatore. Diffuso attraverso libri, saggi, articoli e convegni, si è sviluppato nel decennio successivo alla Guerra del Golfo; chi ha voglia di leggere può trovarne una sorta di “summa” nella raccolta di saggi pubblicati già nel 2001 da Robert Kagan e William Kristol, Present dangers: crisis and opportunity in american foreign and defense policy, che analizza i nuovi problemi degli Usa nella situazione “unipolare” creatasi dopo il crollo del muro di Berlino. Gli autori ricoprono ruoli importanti nelle università, nel giornalismo, nei vari laboratori del pensiero conservatore quali l’American Enterprise Institut; alcuni di essi, oggi, fanno parte del governo, come Paul Wolfowitz e il recente dimissionato – per un grave conflitto di interessi – Richard Perle. L’idea centrale è l’uscita dall’isolazionismo che, secondo gli autori, avrebbe caratterizzato i due mandati presidenziali di Bill Clinton, per realizzare una “egemonia globale e benevolente ” sul mondo da parte degli Usa. Una egemonia che ha davanti a sé degli ostacoli rappresentati da alcuni stati che, per le loro scelte dichiarate sono, secondo i nuovi conservatori, nemici irriducibili degli Stati Uniti. Primo fra tutti l’Iraq; seguito dall’Iran, dalla Siria, dalla Corea del Nord. Paul Wolfowitz, già professore alla Johns Hopkins University, collegato anch’egli all’American Enterprise Institut, è ora segretario alla Difesa. Già in una intervista al New York Times di oltre due anni fa, il 15 gennaio 2001, otto mesi prima degli attentati di settembre, spiegava uno dei punti centrali di quella che sarebbe diventata la strategia di Bush. Wolfowitz non rifiuta l’idea che gli Usa debbano essere i “poliziotti del mondo”; ammette semplicemente che non hanno le forze per farlo; per questo chiama in campo le forze di opposizione interna ai regimi considerati pericolosi, sia perché apertamente schierati contro gli Usa, sia perché la loro debolezza li rende permeabili all’azione del terrorismo e del fondamentalismo islamico: “Penso che un principio universalmente valido è se noi possiamo condurre un altro popolo a fare il lavoro per noi e lavorare con noi, che è molto, molto meglio che doverlo fare noi soli”. Si tratterebbe, cioè, di aiutare le opposizioni interne ai vari regimi pericolosi a ribellarsi o a trasformare la situazione dei loro paesi. Ma è Michael Ledeen, – altro analista dell’American Enterprise Institut -, a spiegarci come questo principio può venire applicato, quando, guardando al dopo-Iraq, descrive l’Iran come una prigione nella quale un’opinione pubblica fortemente filo-americana vorrebbe rovesciare il regime: a questa opposizione dovrebbero andare gli aiuti statunitensi. Gli europei sono accusati di intrattenere rapporti commerciali e finanziari con l’Iran, dandogli, in questo modo, un aiuto. Dunque, secondo Ledeen bisognerebbe già comportarsi con l’Iran come se fosse nella lista dei nemici in attesa di invasione, anziché sviluppare quei rapporti pacifici – economici, ma anche culturali – che servono ad evitare le guerre. È un buon esempio di che cosa significhi la “logica di guerra”, denunciata da Giovanni Paolo II, quella che detta proprio quei comportamenti che servono a far apparire la guerra inevitabile. La deposizione di Saddam e l’instaurazione di un regime collaborativo sarebbe dunque soltanto il primo anello di una catena che va al di là della regione mediorentale e arriva molto più lontano, verso est: “La strategia per la sicurezza nazionale degli Usa – spiega Bush – sarà improntata ad un internazionalismo marcatamente americano che rispecchia l’unità dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali”. L’asse portante di tale strategia non è affatto costituito dalle organizzazioni internazionali esistenti, quali l’Onu, ma dalla creazione di coalizioni militari specifiche, guidate dagli Stati Uniti, capaci di creare un nuovo equilibrio di potere nella regione interessata. In questo quadro, il posto primario è tenuto dalla forza delle armi: “È ora di riaffermare – è sempre Bush che parla – il ruolo essenziale della forza militare americana. Dobbiamo costruire e mantenere le nostre difese al di là di ogni sfida. La nostra massima priorità militare è difendere gli Stati Uniti”. E tutto questo senza contrarre obblighi di alcun tipo con le organizzazioni internazionali: “Nell’esercitare la nostra leadership rispetteremo i valori, i giudizi e gli interessi dei nostri amici e partner. Tuttavia saremo pronti ad agire da soli quando i nostri interessi e le nostre sole responsabilità lo richiederanno “. E, beninteso, dichiarando di non voler sottoporre in alcun caso l’operato dei militari americani ad una autorità superiore: “”Non siamo indeboliti dal potenziale investigativo, di indagine o di azione penale del Tribunale internazionale (Icc), la cui giurisdizione non si estende agli americani e che noi non accettiamo”. All’indomani dell’11 settembre, gli Stati Uniti avevano la grande possibilità storica di diventare effettivamente il leader morale del mondo, lanciando una strategia planetaria di libertà nella fraternità; facendosi carico per primi, cioè, non solo dei propri immediati problemi di sicurezza, ma anche di quelli di sviluppo e di dignità umana degli altri. Avrebbero potuto dare così, alla propria sicurezza, il fondamento solido della partecipazione e del benessere di tutti. Le scelte dell’amministrazione Bush sono andate in una direzione diversa; diversa, soprattutto, dalla tradizione solidaristica e umanitaria degli Stati Uniti. E questo accade, in primo luogo, perché non sono stati aiutati. L’Europa per prima non è stata all’altezza della situazione; non ha compreso che il colpo subito dagli Stati Uniti suonava come un ultimatum anche per lei: tutto l’occidente veniva messo in discussione, e tutto l’occidente ha, ora, il compito di sviluppare non una guerra generalizzata, ma una politica che superi alla radice i problemi di giustizia e di sviluppo del mondo. Se gli Stati Uniti si allargano fino ad una dimensione imperiale, è perché trovano uno spazio vuoto che consente loro di farlo. Ma anche, in secondo luogo, perché ha prevalso una prospettiva molto lontana dalla fraternità, come testimonia il discorso di Richard Perle davanti alla Commissione Esteri del Congresso, il 27 febbraio 2002; egli contesta l’idea che la povertà unita alla disperazione sia una causa del terrorismo: “Si tratta di un pregiudizio liberal che, se accettato, può condurre la guerra contro il terrorismo al cul de sac di un grande progetto di sviluppo del Terzo mondo”. È evidente che nessuno pensa di assolvere il terrorismo con la scusa della povertà: il terrorismo è anche frutto di scelte personali, di convinzioni ideologiche, di azioni di supporto da parte di stati o di loro apparati. Ma è altrettanto evidente che le ingiustizie presenti nel mondo forniscono arruolamenti al terrorismo; ed è notevole che Perle si preoccupi tanto che l’argomento non venga nemmeno aperto, per assicurarsi che il progetto bellico venga condotto senza remore e fino in fondo. È evidente che non sono in discussione le buone ragioni degli Stati Uniti, né il valore della libertà del quale si sentono i massimi difensori e nei confronti del quale hanno avuto – e a mio parere hanno ancora – una missione storica. Ma quando si cerca di imporre tale valore agendo e decidendo da soli, senza tenere conto degli sforzi che l’umanità nel suo insieme sta compiendo nella stessa direzione, e svalutando le istituzioni come l’Onu che, per quanto imperfette, rappresentano la concretizzazione di questi sforzi, anche la migliore delle intenzioni rischia di generare effetti opposti a quelli voluti.

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