“Signore, tu hai superato di molto tutti i miei desideri”

L'incontro con Chiara Lubich nel 1965. I primi incontri internazionali delle religiose e consacrate. Una nuova missione grande come il mondo.
Immaculata Demasure
Da quando avevo 14 anni, Gesù divenne per me un grande amico, per lui ero pronta a tutto. Avevo tanti ideali, tante amiche e ricevevo affetto da tante persone. Fu soprattutto questo affetto che dovetti lasciare, per essere totalmente di Dio. Così a 21 anni entrai nel convento delle Suore di Ingelmunster.
  

Avendo visto un film di Padre Damiano1, chiesi alle suore di andare in missione, perché volevo curare i lebbrosi. In quel tempo c’era una missione in Congo e così a 25 anni andai in Africa, convinta che non sarei mai più tornata in Belgio. Era il 1950. Dopo due anni in missione, tornai molto ammalata. Avevo 27 anni e i miei sogni erano andati in fumo. Un sacerdote mi disse: “Suor Immaculata, lasci fare a Dio”.

 

La scoperta dell’Ideale

 

Fino a quel momento avevo fatto quello che volevo io. Lessi da qualche parte: “Puoi avere uno strumento e cercare di suonare quello che Dio chiede da te, ma dare lo strumento nelle sue mani e permettere che Lui suona, è un’altra cosa”. Avevo capito: “Non quello che volevo io, era importante, ma quello che voleva Lui”.

 

Nel 1965 fui scelta come assistente di Madre Achillia, che era stata eletta come nuova responsabile. Ciò voleva dire che avremmo portato insieme la responsabilità della nostra Congregazione. In quei giorni venne nominato anche il nostro nuovo direttore spirituale, Pieter Reynaert, che non conoscevamo affatto.

 

Un giorno, prima di partire per un ritiro, ci chiese di poter passare da noi. Non dimenticherò mai quel giorno. Ci ritrovammo in una stanzetta. Tirò fuori un libretto, contenente dei pensieri di Chiara, e ci lesse questo passaggio: “Quando la croce ci viene incontro, occorre abbracciarla dicendo: è questo Signore che desideravo!”.

 

Madre Achillia ed io ci guardammo. Non eravamo abituate a un tale linguaggio! La meditazione continuò, intercalata dalle sue brevi spiegazioni sul Movimento dei Focolari. Tutto quanto venivamo a sapere di questa spiritualità, cadeva su un buon terreno e Madre Achillia ci disse: “Desidero che tutte le religiose della Congregazione conoscano questa spiritualità, ma nessuna deve sentirsi obbligata a viverla!”.

 

Ogni mese il nostro direttore ci passava regolarmente il commento alla Parola di Vita, spiegandoci come metterla in pratica. Era da noi solo da qualche mese quando ci invitò a partecipare ad una serata con delle persone che vivevano la Parola di Vita.

 

Man mano che le persone parlarono, capii che questa vita era “costruita sulla croce!”, e mi vennero in mente le nostre suore missionarie, barbaramente uccise l’anno precedente dai ribelli in Congo: ero certa che esse avevano pagato con la vita, quanto di nuovo stava fiorendo nella nostra Congregazione.

 

Confesso che quella notte non dormii. Quella sera, tornando dall’incontro, decisi di vivere anch’io con la stessa radicalità, anche se, in fondo, non sapevo come fare concretamente, perché mi dicevo: “Abbiamo la nostra Regola, le nostre Costituzioni, una grande comunità…”.

 

Così chiesi consiglio al nostro direttore: “Ho un solo desiderio: vivere come ha testimoniato quel laico, ma come fare?”. E il direttore: “È molto semplice: devi amare, amare, amare, soprattutto quelle suore della Congregazione o le persone che, per un motivo o per un altro, ti sono meno simpatiche. È su quest’amore che sarai giudicata. E non dimenticare: siamo soprattutto noi a doverci convertire e non gli altri”.

 

Anche la vita in comunità, vissuta lasciando vivere Gesù in me e vedendo Gesù nelle altre, cambiò, generando una vita tutta nuova. E poi c’era il patto di misericordia che fu molto importante per poter vedere le suore ogni giorno nuove: senza passato e senza futuro.

 

Il nostro refettorio, molto spazioso, accoglieva 60-70 suore in tavoli da sei. Prima, sceglievo il mio posto accanto a quella suora che mi era simpatica o con la quale potevo facilmente dialogare. Da quel momento in poi andai a sedermi anche accanto a quella suora che non mi era simpatica. Avevo sentito dire che se Gesù fosse entrato nel refettorio, ci saremmo meravigliate del posto che lui avrebbe scelto. Si sarebbe seduto accanto al più debole. Cercai di fare anch’io come lui.

 

Così con alcune suore iniziammo a vivere l’amore in tante piccole cose e le altre suore lo notarono e ci chiesero: “Ma com’è che riuscite a fare tutto questo?”. Risposi: “Se lo desiderate, possiamo incontrarci noi dieci per capire come fare…”. Infatti cominciammo a incontrarci regolarmente e, come dice Chiara, si realizzarono nella nostra comunità le sue parole: “All’inizio questa vita si diffondeva come un fuoco intorno a noi”. Dopo breve tempo nei nostri incontri parteciparono 60-70 suore, la maggioranza di Ingelmunster e parecchie di altre Congregazioni.

 

I primi incontri internazionali

 

Il primo incontro internazionale delle religiose del Movimento si svolse a Rocca di Papa. Ci ritrovammo in un piccolo gruppo. Fra noi c’erano alcune superiore generali. C’erano tante difficoltà nelle diverse Congregazioni, tutto doveva cambiare!

 

Il primo tema di Chiara che ascoltammo fu: “La religiosa oggi”. Ricordo ancora la prima frase: “Il vero rinnovamento della vita religiosa consiste nel fatto che le religiose possono rivivere il loro fondatore nel XX secolo e riviverlo proprio come lo vivrebbe lui se oggi fosse qui”.

 

A questo proposito Madre Achillia commentò: “Dobbiamo venire a Roma per sapere qual è il nucleo del vero rinnovamento, la sua essenza!”. Per noi era tutto così straordinario!

 

Da quel momento, pur non incontrandola personalmente, Madre Achillia stabilì con Chiara un rapporto d’anima profondissimo. In una lettera del 1978, le scrive: “L’incontro con lei è il cielo, è Dio che è presente. Quale abisso d’amore da parte di Dio e da parte sua. I due abissi non sono che uno solo… Carissima Chiara, devo ancora dirle la più grande cosa per la quale la ringrazio: il suo grande amore per Dio, il più grande amore che abbia scoperto in una persona vivente nel nostro tempo. Questa è la mia più grande gioia ed è piena”2.

 

“Rivivere il fondatore”, dunque, fu la prima grande scoperta: per questo sentimmo di dover riscrivere la Regola, mettendo a base di essa sia gli scritti del fondatore che la spiritualità del Movimento.

 

Il secondo punto – anche questo nuovo direi – fu mettere in rilievo i valori essenziali della vita religiosa, vivendoli però in una luce tutta nuova. Fino a quel momento avevo creduto di amare, anche perché, durante il nostro noviziato, si era sempre sottolineato il rapporto d’amore verso il Signore e l’amore fra noi.

 

Ma con tutti i contatti avuti in seguito… questa vita crebbe sempre più. Per esempio, il valore essenziale, l’amore, l’ho visto in una luce tutta nuova: amare tutti, amare per primi, amare in modo disinteressato, farsi uno con gli altri. Era un amore tutto diverso da quello che vivevo prima.

 

Nella mia comunità incontravo ogni due settimane una quindicina di suore “anziane” – come le chiamavamo, perché noi eravamo giovani – ed erano i momenti più belli della settimana. Ricordo una religiosa di 80 anni che mi disse: “Sr. Immaculata, da quando ci hai detto di vederci nuove, senza passato né futuro, ogni mattina mi alzo dicendomi: ‘Oggi è il primo giorno che sono in convento, non conosco nessuno!’. Poi vado in refettorio e cerco un posto libero, dove capita, tanto ‘non conosco nessuno’, perché è vero che quando incontri qualcuno per la prima volta, sei spesso molto gentile e piena d’amore. Ebbene, ogni giorno cerco di comportami così con ogni suora”.

 

Il mio rapporto personale con Chiara

 

Un giorno, ricevetti una telefonata da Roma. Chiara voleva parlarmi. L’indomani partii con l’aereo. Ma, di fatto, non vidi Chiara. Eppure mai l’ho incontrata come quella volta! Scrissi a Chiara e non dimenticherò mai questa sua risposta: “Sr. Immaculata, se tu mi vuoi incontrare, gettati in Gesù Abbandonato e lì mi troverai sempre, sarò sempre all’appuntamento!”.

 

Attraverso questi episodi, queste esperienze, ho visto il dolore in tutt’altro modo. Sono ancora vive in me queste sue parole: “Se hai un profondo dolore che non ti permette di vedere una via d’uscita e non sai più cosa fare, va’ in cappella e davanti al tabernacolo, abbraccia Gesù Abbandonato per Lui stesso, con lo stesso amore col quale hai pronunciato i tuoi voti!”.

 

Posso confermare che la mia relazione con Chiara è stata soprattutto spirituale. L’ho vista diverse volte, ma non ho mai parlato con lei, tranne che al telefono. Mi sono resa conto che l’unità con lei non si costruiva umanamente, ma in Dio. Ho visto Chiara anche qualche volta nei congressi delle religiose, quando veniva a trovarci.

 

Ora, come prima, rinnovo ogni giorno l’unità con Chiara nel patto di unità dopo la Comunione ed è un momento molto intenso! Quando recitiamo il Rosario, c’è sempre un posto riservato a Chiara e all’Opera. Noi preghiamo spesso, abbiamo il nostro breviario e preghiamo per diverse intenzioni. La mia unità con Chiara si realizza soprattutto nel vivere quanto ci domanda: mettendo in pratica sul serio la Parola di Vita di ogni mese, come pure il Collegamento, ma prima di tutto l’amore reciproco.

 

Una volta Chiara ci disse che dobbiamo avere una passione: non solo l’amore verso le consorelle o verso le persone del nostro ambiente, ma anche nell’amare Gesù in ogni persona che incontriamo. Può essere un piccolo gesto, un saluto con amore, un’attenzione. Così che tutto parte da Gesù e tutto torna a lui.

 

La mia unità più profonda con Chiara è l’unità in Gesù Abbandonato. Devo dire che dopo tutto quello che è successo in questi ultimi tempi, ancor più intensamente mi sono proposta di vedere il patire che incontro, e che sto vivendo, come un incontro amorevole con Gesù Abbandonato. Vado in cappella, lo abbraccio per lui stesso, e “vedrai” – dice Chiara – che torni dalla cappella cambiata”. Ed è vero: in Gesù Abbandonato c’è gioia e pace profonda.

 

In questi ultimi anni, mentre Chiara era malata, ogni sera avevo l’abitudine di pregare nella mia camera per lei che ci aveva parlato della notte collettiva e culturale. Ho detto a Gesù che anch’io voglio fare tutta la mia parte nel portare questo grande patire del mondo che Chiara ha vissuto.

 

Aggiungo ancora questo: ripensando a tutti i Paesi che ho visitato per l’Opera di Maria, ho visto che il Signore mi ha ridato la mia vocazione missionaria, non solo per il Congo, ma per il mondo intero. E mi piace ricordare – in proposito – le parole di santa Teresina di Lisieux: “Signore, tu hai superato di molto tutti i miei desideri”.

 

 

 

1 Padre Damiano de Veuster (1840-1889), belga, sacerdote della Congregazione dei Sacri Cuori. Missionario nell’isola di Molokai (Hawaii), si dedicò particolarmente alla cura dei malati di lebbra. Nel 1995 è stato proclamato beato da Giovani Paolo II.

 

2 Achillia Vergote, (1925-1978), è stata responsabile della Congregazione dal 1965 fino alla morte. Il Centro delle religiose del Movimento dei Focolari porta ora il suo nome: “Villa Achillia”.

 

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