Sibiu, le ferite e la volontà

Iscritti che non risultano più iscritti; prenotati che si ritrovano a cento chilometri di distanza; stanze singole a cui approdano dopo otto ore di pullman tre persone insieme… Un po’ di pepe per l’impatto con l’Eea3 (la terza Assemblea ecumenica europea) – titolo La luce di Cristo illumina – che non è stato dei più tranquilli. Anche se poi le cose col passare delle ore si sono aggiustate per l’ospitalità e la fantasia dei rumeni. Sembrava quasi che l’impatto fosse la metafora di un ecumenismo che naviga nella precarietà tra scogli sempre nuovi, come se l’unità dei cristiani fosse osteggiata al di fuori e all’interno delle Chiese. Ma a Sibiu un aspetto ha invece funzionato a dovere: le relazioni. Ogni angolo della città era buono: caffè, museo, panchine, trasporti… Il distintivo azzurro dell’Eea3 apriva cuori e menti persino a svedesi e tedeschi, e non solo a spagnoli o italiani. Momenti di ecumenismo spirituale o di popolo o della vita o dell’amore: chiamiamolo come vogliamo, ma Sibiu 2007 ha mostrato la centralità della concretezza ecumenica. Il luogo giusto La grande kermesse ha luogo in una città che evidenzia due eredità di divisione. Anzi tre. C’è la separazione tra le diverse Chiese, eredità di secoli di incomprensioni e scomuniche reciproche, e la frattura politica che nel secolo scorso ha diviso l’Europa in due, tra comunismo e democrazia liberale. Ma c’è pure una terza frattura, quella tutta recente di u n ‘ E u r o p a schiava di mille relativismi. Impresa disperata, quella di superare tali fratture, cui tuttavia si costringono i 2300 delegati – e 600 giornalisti – che hanno come scopo la piena e visibile unità della Chiesa, come recita una formula astrusa ma teologicamente esatta. E lo fanno a Sibiu, luogo ecumenico per sua natura: attorno alla Piazza Grande si osservano le chiese ortodossa, evangelica, cattolica e riformata, a ricordare che qui nessuno può dire di avere il monopolio della cristianità. Non c’è grigio post-comunista nella città multietnica per eccellenza della Romania – rumeni, tedeschi, ungheresi, rom – perché la Capitale della cultura europea 2007 ha saputo rifarsi il trucco: le facciate sono state ridipinte e i selciati rifatti, anche se i cortili all’interno degli isolati mostrano la precarietà economica.Ma con un tocco di classe, quella stessa che una gentile impiegata del Museo Bruckenthal manifesta nel vedermi sorpreso di trovare nelle sue sale un Antonello da Messina, un Lotto, un Tiziano, un Bruegel il Vecchio e un Brueghel il Giovane. Non c’è solo l’Italia che ama l’arte – esclama -. Sibiu lo dimostra, con i suoi musei e con la sua gente colta e sensibile. Stefan Tobler è svizzero, docente alla facoltà teologica evangelica di Sibiu: È importante che da qui parta un segnale per una nuova atmosfera ecumenica – mi dice -. Vari elementi hanno scoraggiato chi ha messo tante energie nel dialogo: si è preferito ripiegarsi ogni Chiesa nelle sue trincee. Serve un momento forte di speranza, in cui lo Spirito Santo possa soffiare. Sibiu è forse il luogo più adatto, perché qui l’ecumenismo è una realtà. Il conflitto perenne Come dialogare quando i problemi sono evidenti? Ai margini di una conferenza stampa, incontro tre tenori del cristianesimo che si confronta: il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani; il vescovo Wolfgang Huber, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania; il metropolita Kirill, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca. Non nascondono i proble- mi. Dice il vescovo: Il recente documento della Congregazione per la dottrina della fede – ribadendo che la sola Chiesa cattolica è pienamente Chiesa e riducendo le Chiese della Riforma a comunità ecclesiali – rappresenta un passo indietro nel cammino ecumenico. È una minestra riscaldata; ma siccome la si ripropone dobbiamo interrogarci sui suoi ingredienti. Ribatte il cardinale: Ogni Chiesa deve definirsi per avere un buon dialogo ecumenico: il documento è un tentativo in tale direzione. Purtroppo la formula è infelice, e ha offeso non pochi. Mentre il metropolita Kirill sposta la critica sulle Chiese della Riforma, con posizione etiche su coppia, omosessualità e bioetica assai diverse da quelle ortodosse: È inutile parlare di ecumenismo se non riusciamo ad avere basi morali comuni. Su ciò bisogna lavorare. Kasper contro Huber e Huber contro Kasper? Kirill contro Huber e contro Kasper? Uno sguardo solo scandalistico potrebbe pensarlo; anzi, in realtà tale sguardo si è espresso proprio così su tanti media. Ma si può guardare il problema da un’altra visuale: Le Chiese ormai non si trincerano dietro cortesie immotivate – mi spiega il vescovo Huber -, e si affrontano i problemi con chiarezza. Ma ci diciamo pure che quel che ci unisce è immensamente più importante di quel che ci divide e che volgendosi allo Spirito troveremo la via verso l’unità piena e visibile, nella diversità. Il card. Kasper gli fa eco: Siamo in un laboratorio del futuro delle nostre Chiese – mi spiega -. Penso sia evidente come con il vescovo Huber e col metropolita Kirill ci si senta fratelli. Quest’ultimo, se si prescinde dalla severità del suo aspetto, ha espressioni simili: Al di là delle parole dure, mai dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo ha chiesto l’unità dei suoi. In uno dei tanti circoli di discussione, incontro Pascale Rondez, giovane pastora svizzera, che avanza perplessità sulle difficoltà di un vero dialogo: Ogni Chiesa si considera sorella delle altre Chiese, almeno in principio. Ma i suoi comportamenti assomigliano tanto a quelli di una figlia unica, che dimentica di avere tante altre sorelle. Qui c’è però fraternità. Ma la politica dov’è? A Sibiu si incontrano le Chiese europee e l’Europa è presente in modo esplicito o implicito in ogni forum. L’amata Europa, più della molto meno amata Unione europea: il rapporto tra le Chiese e la Ue è al centro delle discussioni, sapendo che il concetto di laicità è diverso a Parigi o a Mosca. Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ha voluto essere presente per sottolineare il contributo che le Chiese danno al processo di unità del Vecchio continente: Un sano rapporto con le Chiese deve essere alla base della costruzione europea. L’aspetto della solidarietà fa sì che la fede diventi concreta e manifesti la sua pertinenza politica e sociale. Ed ecco le radici cristiane: L’Europa non può scegliere una religione, anche se è chiaro che il cristianesimo è la fede che più l’ha influenzata e che all’origine della sua unità vi sono cristiani come De Gasperi, Adenauer e Schuman.Ma le istituzioni seguono il principio di laicità. Dialogare con la società è essenziale per l’Ue, cosicché nulla di ciò che è cristiano le è estraneo: Delors, Prodi e io stesso siamo sempre stati chiari su quest’aspetto. Ma questo vale anche per le altre religioni, in particolare per ebraismo e Islam. Non si parli di influenza, ma di dialogo. Paolo Giusta, italiano a Bruxelles, è funzionario Ue. Appartiene a un movimento ecclesiale e all’ecumenismo s’interessa in prima persona: Il rapporto tra Ue e Chiese non è fusionale; è una tensione feconda tra interlocutori che hanno per missione, con ruoli diversi, il bene della società. Quali valori? Qui si è parlato di bioetica, ma a me piace ricordare che anche l’uguale dignità di tutti gli esseri umani è irrinunciabile.Ma c’è un ma… I valori che proclamiamo possiamo dimenticarli (il XX secolo è stato un immane oblio collettivo). Per questo Jean-Arnold de Clermond, presidente del Kek (Conferenza delle Chiese europee – ortodosse, protestanti, anglicane e vetero-cattoliche), ha concluso la sessione dedicata all’Europa invitando politici e religiosi all’umiltà: i valori sono incessantemente da ricostruire. Una non-notizia diventa notizia Gli abitanti di Sibiu hanno fatto capolino solo nelle due serate nella Piazza Grande della città, illuminata da fiaccole e lampade sullo sfondo suggestivo degli edifici medievali, oltre che nelle cerimonie inaugurali e conclusiva. Ma a Sibiu era presente soprattutto chi fa ecumenismo, cosa positiva per il futuro: dietro ogni delegato c’era una diocesi, una associazione, un movimento. Certo, anche questa volta non mancavano i professionisti dei convegni ecumenici: hanno fatto i loro mini show un po’ gratuiti, hanno difeso posizioni un po’ anguste, hanno scambiato la solidarietà con la comunione, in fondo rappresentando sé stessi. Ma il grosso dell’assemblea era responsabile, impegnata a registrare ogni avvenimento per poi darne relazione a chi li aveva inviati in missione, per trasformare un incontro in un cammino verso l’unità piena e visibile dei cristiani – come mi dice mons. Paglia co-moderatore del Comitato di programmazione Eea3 assieme al metropolita Gennadios -. Le diversità talvolta laceranti dei partecipanti non hanno impedito l’incontro, perché avevamo lo sguardo fisso sul Cristo, in un pellegrinaggio alle radici della nostra fede. L’assemblea è risultata un atto d’amore per le nostre Chie- se, per l’Europa e per il mondo. La nostra ricchezza è la fraternità. Il professore irlandese Brendan Lehay ha poi ricordato nella seduta finale l’avvenimento di Bucarest 1999, quando il popolo rispose all’abbraccio tra Giovanni Paolo II e Teoctist I, patriarca della Chiesa ortodossa rumena da poco deceduto, con un imponente grido: Unitate unitate unitate. L’assemblea, alla presentazione della prima bozza di messaggio finale – mi dice – ha preteso che venisse maggiormente in luce la prospettiva dell’unità piena e visibile delle Chiese, non come una delle tante raccomandazioni, ma come la priorità. Tra tre anni il cammino ecumenico compirà il secolo, visto che ricorre l’anniversario di Edimburgh in cui si parlò per la prima volta di riavvicinamento tra le Chiese divise da secoli. Non bisogna bloccarsi di fronte alle difficoltà. Lei riformata, Brigitte, lui cattolico, Julien, parigini, da 35 anni assieme con tre figli. Incontro i coniugi Vielle riparandomi per la pioggia in un caffè. Non hanno l’aria di gente infelice: Le coppie miste sono una chance, non un problema. Ci piace quanto ci ha detto il card. Kasper: Non siete più un problema: siete piuttosto al cuore del problema. Non si tratta di dare ricette a destra e a manca, ma di offrire una direzione di marcia. E i nostri egoismi dobbiamo metterli da parte. Il futuro della comunione Mons. Aldo Giordano è uno dei grandi artefici di Sibiu 2007 in qualità di segretario generale della Ccee, il Consiglio delle conferenze episcopali europee, cattoliche. Risponde alle mie domande al termine della maratona per la difficile redazione del messaggio finale, quasi esausto, tra una stretta di mano, un abbraccio, una benedizione. Questi saluti sinceri – mi fa, divertito e commosso – dicono che la nota più importante di questo avvenimento è il fatto stesso che si sia svolto. Questa è stata l’assemblea ecumenica più vasta mai svolta, non tanto come numero ma come rappresentatività. E poi che quest’assemblea si sia tenuta a Sibiu è stato importante perché si è posta su una frontiera geografica ed ecclesiale, nel cuore della ortodossia. Un’assemblea come pellegrinaggio alla frontiera, che si è guardata attorno prendendo su di sé i problemi della società: immigrazione, ecologia, pace, dialogo. I problemi non sono stati nascosti: Dicono che questa sia stata l’assemblea più pensosa. È vero. L’entusiasmo non è stata la sua cifra, ma la profondità. Tra l’altro, le sfide non vengono più solo dall’interno delle Chiese, ma da un mondo globalizzato di fronte al quale i cristiani debbono trovare risposte adeguate e comuni. È evidente come il campo ecumenico sia un campo crocifisso. Bisognava entrarvi e vi si è entrati. E ora? Bisogna ricominciare dal Vangelo, dalle radici che ci uniscono. Si è intuito che cosa voglia dire essere un dono per l’altro. Organizzazioni come la Ccee e il Kek non possono creare ecumenismo, ma offrire luoghi dove l’ecumenismo si evidenzi e, se possibile, maturi. IL MESSAGGIO DI CHIARA LUBICH Cristo, fonte di luce e di comunione, ci trasformi e ci renda fontane vive di lui, per testimoniare di essere fratelli e sorelle, figli del Padre, perfetti nella carità, lievito abbondante di rinnovamento in Europa per il mondo. Che lo Spirito Santo ci infonda speranza sempre nuova e ci inserisca sempre più nella vita della SS. Trinità, modello della koinonia. Questo il messaggio di Chiara Lubich, uno dei principali artefici dell’ecumenismo europeo, inviato alla assemblea di Sibiu, di cui esce per l’occasione un libro che raccoglie alcuni suoi interventi di tema ecumenico svolti nell’ottobre 2002 durante una sua visita a Ginevra. (Il dialogo è vita, Città Nuova, euro 7,00).

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