Si salvi chi può!

Se questa esposizione internazionale d’arte fosse realmente uno scandaglio del panorama artistico internazionale converrebbe aspettare altri due anni nella speranza di vedere un panorama diverso. Sarà il poco tempo dedicato alla preparazione della mostra (curata dalla spagnola Marìa De Corral e Rosa Martìnez), l’abitudine nel vedere sempre la stessa sfilata di foto e video, l’aspettativa creata dalla cascata di Fabrizio Plessi di fronte alla biglietteria, però, questa volta, tutta la fatica dei piedi non è ripagata dal compiacimento estetico. All’entrata del padiglione Italia (che di italiano conserva poco più del nome) un lanciafiamme sospeso sulle teste dei passanti comincia a roteare minacciosamente. Poco più in là,immagini del pubblico che applaude alle scene di violenza e di miseria che ormai popolano l’immaginario del nostro tempo. È vero che l’arte è anche provocazione, denuncia, risveglio delle coscienze, ma è rimasto solo questo? Pensando agli ultimi anni queste sembrano le uniche visuali dell’artecontemporanea. Si fatica a ritrovare quella poesia che è capace di stupire, di conquistare, di elevare. Nei Giardini si cerca un appiglio ma non resta che dire: Si salvi chi può! Sfuggendo dagli ossessivi interlocutori che ti parlano dallo schermo, si corre ai ripari guardando ciò che si può e che ci può salvare. Dal Padiglione francese Annette Messager reinterpreta la trasformazione di Pinocchio in una seducente gestazione, dove per diventare umani servono fiumi di sangue e umori che custodiscono bagliori di luci; le varie componenti dell’uomo si mescolano con violenti scossoni per acquisire una nuova conformazione d’insieme. William Kentridge risolleva il linguaggio del video: un’installazione di filmati restituisce il suo genio creativo capace di fare e disfare, di guardare la realtà con gli occhi del sogno e della fantasia, trasponendo i segni del quotidiano in disegni della mente e dell’anima. Nel Padiglione d’Israele c’é uno strano albero con elementi che sembrano fatti dall’uomo; prodotti culturali, più che naturali. Spontanea è la domanda: Che cos’è? Che senso ha? Per chi ha la pazienza di guardare per intero il video che segue si aprirà un nuovo orizzonte. Come un naufrago in un luogo desertico, all’artista non resta che familiarizzare e sfruttare l’unica presenza di quest’isola dell’assenza: l’albero incontrato poco prima. Smontando e rimontando pezzo per pezzo si ricava una sedia a dondolo, un ombrellone, un tavolo e infine un letto. E alla domanda di partenza viene data una risposta altrettanto spontanea: il senso c’è! L’artista lo vede, lo costruisce, lo mostra, lo dona, e ci si chiede se anche ai comuni mortali è consentito uno sguardo che sa vedere al di là delle apparenze… Un qualcosa di analogo succede nel padiglione che ancora porta il nome di Cecoslovacchia. Grosse biglie di ferro sono sparse sul pavimento. Il senso? Non si accende un video, non si innesca un meccanismo mentale… le biglie sono lì e basta.Ad un tratto una signora ne colpisce una; il rumore viene amplificato e rimbomba nell’ambiente. La biglia ne colpisce altre che a loro volta si mettono in movimento. In pochi secondi è una guerra; tutti i fruitori prendono parte a questo gioco spingendo una biglia col piede o lanciandone con una sola bracciata. A mettersi in moto è quindi la volontà del fruitore seguita da un atto muscolare, ed infine ecco l’atto mentale: la constatazione che ogni nostra azione, anche mancata, rientra in una dinamica di causaeffetto; a ciascuno è quindi affidata la responsabilità dei propri gesti. Al padiglione della Germania si arriva già stanchi; alla visione di un’ incerta scultura policroma la domanda è sempre la stessa: Il senso?. Ooooo…This is so contemporary, questo il ritornello che viene cantato in risposta da tre guardasala che ballano tra i fruitori sorpresi e divertiti. E in fondo, quando non si trovano appigli, c’è poco da dire: È così contemporaneo! . Nella sala successiva altre guardasala chiedono un’opinione sull’economia di mercato in cambio di un risarcimento di parte del biglietto d’entrata. Qualcuno se ne va subito, qualcuno si ferma e discute, ma al sapere che deve dire una parola d’ordine alla biglietteria, pensa ad una presa in giro e gira i tacchi ridendo. E invece… provare per credere! Anche questa bizzarra operazione dell’arti- sta non può far altro che portarci a rivedere le nostre opinioni, in primo luogo quelle sull’economia di mercato, che in ogni caso fanno a cazzotti con l’inspiegabile restituzione di soldi; in un secondo momento il cerchio si allarga e siamo portati a riflettere sulla fondatezza di tutte le nostre opinioni e dei nostri punti di vista. Alle Corderie dell’Arsenale prosegue l’esposizione che solo in rari momenti consente un risveglio.Un ambiente completamente buio permette che la luce filtri dai buchi sulle pareti; sembra crivellato da colpi di arma da sparo, ma guardando le forme di luce che i raggi disegnano per terra si vedono case e città; non colpi d’arma ma colpi di luce che riconosciamo a seconda vista e solo con un po’ di diffidenza. Da qui ad una sala degli specchi dove siamo discretamente invitati alle danze guidati dai maestri, naturalmente in video. Infine con un vaso di fiori secchi e un parallelepipedo bianco ecco pronto un luogo che può ospitare il funerale di ciascuno; è possibile scegliere la musica o la canzone con cui si vuole morire. Ma sì! Dopo tanto camminare, guardare, pensare, possiamo dire adesso basta, e lasciarci morire per un momento; peccato che le musiche preferite non si trovino e si debba affrontare il proprio trapasso simbolico accompagnati da una colonna sonora di seconda scelta.Viene quindi rilasciato il certificato di funerale, nel dubbio di averlo immaginato in preda al delirio. Così, dopo aver affrontato il lanciafiamme, il naufragio, il pavimento di biglie, la sala degli specchi e infine la morte, si esce dalla Biennale fieri come Rambo per essere arrivati fino in fondo, ma un po’ spossati e un po’ confusi, e nella mente un ritornello che non si riesce a scacciare: Oooo, this is so contemporary. Solo in alcuni casi la maratona artistica riesce a staccarsi dal tappeto di noia su cui sembrano galleggiare i padiglioni. Ma in quei casi l’anestetico diventa estetico e il senso dell’opera offre una nuova chiave di lettura sul mondo. Anche solo per queste eccezioni vien da ringraziare Dio; per tutti gli altri non resta che alzare le spalle e dire: Oh, è così contemporaneo!, magari canticchiando e ballando come si è visto fare, senza lasciarsi appesantire dalla disarmante rassegnazione di questo ritornello.

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