Showman di Dio

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Mai papa fu più mediatizzato. Anzi, mai papa ha più mediatizzato il suo messaggio. Non solo perché Giovanni Paolo II ha accompagnato quasi mimeticamente l’esplosione dei più sofisticati e potenti mezzi di comunicazione di massa, ma anche perché questo papa non li ha mai visti con sospetto, ma come una grande opportunità per la diffusione del regno di Dio. Certo, non ha esitato a stigmatizzarne i pericoli e le derive, ma ha preferito in tutto il suo pontificato usarli per diffondere il bene. Nessun grande di questa terra è mai stato filmato così a lungo, mai tanti comunicati lo hanno riguardato, mai tanti siti hanno parlato di lui. Con le sue vesti svolazzanti al vento, per i baci distribuiti ai bambini di tutto il mondo e gli abbracci mai temuti o rifiutati, con i sentimenti espressi senza vergogna… Il papa è stato un grande presenzialista sui media. Non per atteggiamento vanitoso, ma per naturale predisposizione a dare a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare: usando anche quel che è di Cesare. Comunicatore lo è sempre stato, papa Wojtyla, naturalmente: quanti duetti avviati coi giovani nelle Gmg; quanti passaggi nel settore dei giornalisti nell’aereo papale; quante volte ha fatto roteare il bastone sul quale si sorreggeva in segno di non voler nascondere la propria infermità, ma anche di volerla prendere con buon umore. Un giorno, proprio durante un viaggio oltreoceano, disse ai cronisti che l’accompagnavano: Il bastone serve per dare bastonate a chi non è in ordine, forse anche a qualche giornalista , suscitando l’ilarità dei presenti. E quante volte ha lasciato i fogli scritti per improvvisare, spesso con errori di grammatica o di sintassi, poco importa, messaggi che a lui erano cari. Come l’8 dicembre del 2003, quando ai piedi della colonna che sorregge la statua dell’immacolata a Piazza di Spagna, ha lasciato cadere letteralmente per terra le carte del suo discorso per gridare nove volte: Pace, pace, pace…. Un papa che, come nessun altro, ha avuto il senso del gesto profetico, quello che muove la storia: il colloquio nella moschea omayyade di Damasco col mufti Kuftaro; la lunga preghiera solitaria dinanzi al muro del pianto, dove ha deposto con umiltà la sua preghiera scritta; la visita al Gemelli il giorno dopo la sua nomina a pontefice… Un papa che non ha avuto paura di rivalutare il corpo, fratello corpo, non disgiunto dall’anima e dalle parole, usandolo come primo mezzo di comunicazione, con i suoi svenimenti in diretta (anche il papa ha dei malori, conforterà la folla subito dopo la défaillance, nel Natale del 1995), con i suoi baci e i suoi abbracci (in particolare per chi nel corpo ci sta male, per via di malattie o handicap), con la sua partecipazione attiva ai ritmi delle musiche dei giovani (ricordate Bob Dylan a Bologna?). Il papa della globalizzazione indotta dai media, che ha riempito gli schermi anche quando non lo si vedeva più, come nell’agonia seguita dalle tv del mondo intero, con Al Jazeera che trasmetteva in diretta la messa del card. Ruini a San Giovanni e la Cnn che cercava lo scoop e poi s’accomodava con le altre emittenti… La sua morte è stata come uno show televisivo, uno di quelli che fanno comunicazione. Mi sembra, a questo proposito, che nelle ore dell’agonia si siano evidenziate alcune caratteristiche del comunicare di Wojtyla che sono risultate trasposte nel funzionamento stesso dei media: è stata presentata una lunghissima striscia, ineguagliata, di messaggi positivi, con filmati straordinari delle gesta e delle parole del papa polacco; è stato attuato un enorme sforzo di immediatezza, come a significare che la comunicazione è essenziale per dirsi uomini; si è data la dimostrazione di un uomo che si è fatto tutto a tutti, come l’apostolo a cui più assomigliava, Paolo; ed è apparsa chiara la dimostrazione della centralità assoluta dell’uomo in ogni suo messaggio, in ogni suo gesto, senza nessuna paura di andare contro i potenti di questo mondo. Padre Lombardi era stato definito negli anni Cinquanta microfono di Dio, forse papa Wojtyla potrà essere ricordato come lo showman di Dio. Non certo nel senso ludico con cui solitamente viene usato da noi, ma nel senso che ha mostrato Dio al mondo (anche il Dio sulla croce), con tutti i mezzi. Con tutti i media. Wojtyla e l’arte Giovanni Paolo II gli artisti, li ha amati, e molto. Prima di tutto, per il suo stesso passato di attore e scrittore che gli ha permesso di conoscere da vicino il mondo e il modo della creazione artistica. Di quest’esperienza, resta una traccia profonda in due interventi, forse i fondamentali, del pontificato. La Lettera agli artisti (1999) e l’Omelia per la conclusione dei restauri nella Cappella Sistina (1994). Nella prima, proponendo un rinnovato dialogo sulla scia delle disposizioni conciliari, afferma che la bellezza è la vocazione rivolta dal Creatore all’artista, che ha l’obbligo di sviluppare questo talento a servizio del prossimo e di tutta l’umanità, perché la bellezza è la cifra del mistero e il richiamo al trascendente. Invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Nella seconda, tocca forse un punto più alto, e storicamente liberante per gli artisti, col definire la Cappella Sistina il santuario della teologia del corpo umano… che nell’ambito della luce che proviene da Dio, conserva il suo splendore e la sua dignità… perché solo davanti a Dio il corpo umano può rimanere scoperto e conservare intatta… la sua bellezza… Michelangelo con grande audacia ha trasferito la bellezza visibile e corporea allo stesso invisibile Creatore. Oltre ai documenti, restano soprattutto intensi gli incontri personali o con gruppi di artisti.

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