Shevchenko, il poeta del gol

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Dedico questo premio al mio popolo in Ucraina, in questo momento particolare. Non ha dimenticato la sua terra, il ragazzo biondo di Dvirkivshchyna, periferia di Kiev, figlio di un ingegnere dell’esercito. Era arrivato al Milan nel ’99, per 41 miliardi di lire, prezioso regalo che i rossoneri si erano fatti per il centenario: i suoi dirigenti l’avevano adocchiato alla Dinamo di Kiev, nel laboratorio calcistico di quel geniale alchimista del pallone che fu il colonnello Lobanovsky. Alla sua corte era cresciuto Oleg Blokhin, l’idolo di Andrij, vincitore del Pallone d’oro nel ’75, anno della conquista della supercoppa europea da parte della Dinamo grazie alle sue reti: Blokhin possedeva un sinistro micidiale, un dribbling squisito, rapidità e colpo d’occhio da rifinitore di razza. Amava Claudio Villa e Sophia Loren, ma in Italia non è mai arrivato. Appesi gli scarpini fu eletto deputato con i comunisti per dovere di riconoscenza al sua paese. Blokhin ammise che il merito del premio andava spartito in ugual misura tra la madre, che gli donò forza atletica e velocità eccezionali, e l’allenamento, severo e costante. Dalla panchina Lobanovsky predicava infatti già allora, emulo degli olandesi, il calcio totale, basato su un continuo possesso di palla infiammato da improvvisi cambi di marcia, atteggiamento possibile solo con calciatori atleticamente impeccabili e ispirati da un’attenzione continua al gioco di squadra. Sulla sua tomba Shevchenko porterà ora il Pallone d’oro, come ha fatto con la Champions League vinta a Manchester nel 2003. Sono andato via di casa a sedici anni: Lobanovsky mi ha formato come calciatore e come uomo e quel trofeo era il sogno della sua vita. È stato lui a darmi il biglietto per Italia . Da lui ha imparato a coniugare il suo talento naturale con una disciplina ferrea, accostamento infre- quente. Lobanovsky capì subito il ragazzo faceva sul serio ed era docile all’imperativo del lavoro duro. A Parigi, stringendo nelle mani il suo trofeo, Shevchenko ha confessato: Da ragazzo sognavo di diventare un grande giocatore e magari di vincere un premio come questo. Mostrerà il trofeo ai bambini delle scuole calcio di Kiev perché tutti i bambini che amano questo sport possano capire che un giorno potrebbe accadere anche a loro. Un auspicio che rivolge pure al suo popolo, anche senza schierarsi apertamente: Il mio popolo merita di vivere in una democrazia e di avere elezioni come si deve. Appena arrivato in Italia, faccia d’angelo ed una immagine ancora tutta da costruire, era stato meno prudente: Ho studiato la storia del mio paese e la mia nonna mi ha raccontato della tragedia del ’32-’33, quando oltre metà della popolazione morì di fame per il comunismo. I contadini lavoravano la terra ed i russi portavano via tutto. Lei perse due dei quattro figli. Andrij, esiliato a Milano, in una gabbia d’oro, ricorda, citandone i versi a memoria, l’altro Shevchenko, quello che di nome faceva Taras, il più celebre poeta ucraino: nato servo della gleba nel 1814, cantò la libertà di un popolo pagando con dieci anni di esilio la sua eccessiva audacia. Amo moltissimo la sua poesia, forte e dolce. Ha cantato la nostra terra, le aspirazioni del nostro popolo, soprattutto della gente più povera. Ed è stato il primo ad usare la lingua ucraina come lingua letteraria, invece del russo dell’impero. Già, la Russia: finita (?) l’oppressione del suo regime, l’orgoglio ucraino rimane, calcisticamente, vivo contro la rivale numero uno: Sogno di portare l’Ucraina ai Mondiali, magari a spese della Russia, dopo averla già fatta rimanere a casa negli ultimi europei. I suoi connazionali lo amano non solo perché ha mandato aiuti ai bambini più poveri ed ha ricostruito a sue spese la chiesa ortodossa del paese, ma perché Andrij è quello che molti ragazzi ucraini vorrebbero essere, uno che ce l’ha fatta in Europa, uno che non si è per- so dietro una bottiglia di vodka o una bella macchina, uno che all’Old Trafford si è messo sulle spalle la bandiera ucraina, il giallo del frumento e il blu del cielo. Anche grazie ai suoi gol l’Ucraina non è solo Chernobyl, ma una terra giovane, di valore, con un grande futuro. Come lui. Con tanta gente che passa le domeniche a guardare i rossoneri in tv… A Milano, in cinque anni, ha ricambiato l’amore dei tifosi con oltre cento gol. Nato il giorno ed il mese del suo presidente forse quest’uomo ha anche il destino dalla sua. Il suo viso delicato sembra uscito da un quadro di Velázquez ed il suo movimento in campo è purezza e leggerezza: salta l’uomo con cortesia, più veloce del pensiero del suo marcatore, e le sue reti sono lampi poetici, il suo guizzo è essenzialità che risolve. Controllo di palla in un fazzoletto di terra, velocità e precisione nel tocco gli concedono il privilegio di non cadere sempre in fuorigioco al pari di Inzaghi, suo compagno di linea, e di domare persino le imprevedibili zolle di San Siro, forse grazie alla frequentazione con l’erba ghiacciata dello stadio in riva al Dnepr. E pensare che nel ’92 era stato bocciato all’esame di calcio, all’Istituto Superiore dello Sport in Ucraina, perché valutato scarso nel dribbling e nel controllo di palla…

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