Sguardi dentro la città

Un mondo di clown Ci si può accorgere che la vita, a volte, assomiglia ad una commedia. Tragicomica. È un dolore cieco che può prendere allora, se non se ne trova una ragione, così da trasformare l’esistenza in una sorta di non-resurrezione. Cose e persone, soprattutto nell’anonimato cittadino, appaiono dolenti, rassegnate o prese dalla frenesia dell’apparire: anime tristi in verità, guardate da un segno ora cinico ora ironico ora disperante: mai superficiale o distratto. È questo lo sguardo di Henri de Toulouse-Lautrec, pittore maudit nella Parigi fin de siècle? Scorrendo i l suo mondo – gli ambienti del circo, delle maisons, dei cabaret, dei cafè-concerto -, indagando l’animo con cui lo tratteggia, parrebbe di sì. Disegnatore nato, produce moltissimo: oli, litografie, manifesti. Non tutto, ovviamente, riuscito: molte cose sono più intuizioni lampanti che discorsi compiuti, a volte indugia nel morboso e nel provocatorio. Ma c’è un mazzo di lavori dove Lautrec tocca la genialità: sembra che ogni malattia del cuore umano gli sia nota, ed il suo “segno” rapido ne traccia, infallibile, la traiettoria. Così che la sofferenza, che la malattia comporta, non è più soltanto sua, o di una società particolare, ma qualcosa di universale. Sono pensieri questi che vengono a un secolo circa di distanza, nella rassegna romana, di fronte alle opere di Henri. Ecco Lautrec “graffiare” l’illusione del piacere nel disincanto quotidiano della Donna che s’infila le calze (1884). Il pennello rapidamente passa dal ghigno della maitresse al corpo sfatto della ragazza: la cromia bassa dice l’indifferenza del rapporto, la solitudine per una bellezza che sfiorisce. Sola, col sorriso che è una smorfia, è pure Elles, pagliaccia seduta (1896) in cui Lautrec ritrae la clownesse Cha-U-Cao fra grigi, neri e gialli chiari. C’è una luminosità originaria nel colore di Henri: ma si spegne quasi subito in una cromia lucidamente piatta, talora incupita, come sovrastata da un disagio esistenziale. Pittore del “vuoto interiore”, Lautrec lo spia e lo mette in mostra an- che nelle vedettes più in voga, come nella litografia in cui ritrae Aristide Bruant (1892). L’impaginazione del manifesto, originale all’epoca, fa dello chansonnier sugli Champs Elysées un divo dall’entrata “trionfale” – abito nero e sciarpa di fiamma – sullo sfondo notturno. Ma il segno di Lautrec, implacabile, non si accontenta: nello sguardo perduto del personaggio denuda l’icona delle notti parigine ad idolo della pura apparenza. Tremendo, questo pittore. Oppure, nella celebre Ruota (1891), elimina di fatto anche i volti ed i corpi per far scattare, con l’estrema scioltezza del disegno, l’emozione intensa ma fugace dell’attimo. Modernamente, Lautrec indovina nell’attimo la possibilità di una emozione autentica. Perciò, la sua è pittura pittura dal tratto frettoloso: più attenta alla sintesi che alla descrizione del “suo mondo” di felicità passeggera. Che con la sensibilità acuta d’artista e di uomo ritrae con assoluta verità. Mai però il suo è uno sguardo di condanna. Anche quando sembra senza pietà. Malato come la società che rappresenta, Lautrec nutre in realtà un amore appassionato per tutto ciò che è vita: salute, bellezza, gioia. Di qui la tenerezza insospettata di alcune tinte, certi rosa o certi verdi, che sono la spia di una delicatezza intima a malapena nascosta. O la modernità dei “manifesti”, autentici spot che trasformano la pubblicità in una icona di bellezza. Sempre alla ricerca della gioia, senza mai trovarla, Lautrec dipinge così le tante sfumature del dolore, della bruttezza fisica e morale, quasi aspettando una resurrezione. Pittore dell’attesa? Forse. Nella sospensione delle sue atmosfere, negli occhi scuri o velati dei personaggi, ci si può trovare di fronte ad un’ imprevedibile richiesta di luce. La vita è un soffio Come la pittura di Edgar Degas. Vaporosa, lieve. Perfetta nella costruzione scenografica degli interni, si affaccia rapida sulla scena della città: balli, concerti all’Opéra, corse di cavalli; ma anche solide famiglie borghesi, amici e parenti, gente umile come le stiratrici, personaggi al margine, come la Bevitrice d’assenzio. Su tutti Degas non solleva il velo della verità, non commenta; nemmeno indaga, come farebbe un Lautrec, che pure da lui prenderà il gusto per il tratto veloce ed il colore sottile. Semplicemente, osserva: ritrae uno “scorcio di vita” così come gli appare, apparentemente senza partecipazione personale. Tutto sembra brillante nei suoi lavori. Colori pastosi, irrorati di luce, pennellate intense come fossero date “alla prima”. Un mondo senza problemi, una società tranquilla. Amico della colonia di italiani che si trasferiscono nella “Ville lumière” – primi fra tutti Boldini, Zandomeneghi, De Nittis -, Degas ne influenza la ritrattistica, dando il via, specie in Boldini, ad una galleria d i personaggi, uomini e donne, dalla aristocrazia altera e un po’ fatua. Degas – ma anche i colleghi italiani – non è superficiale. In nessuna delle sue “ballerine”, dipinte o scolpite prevale la funzione puramente estetizzante del colore e della forma, anche se il rischio dell’eccesso decorativo non è lontano (Ballerine in rosso, ca:1876; Ballerina con ventaglio, 1894). Pure, Edgar quasi si ritrae davanti alla verità della vita: raramente un volto di uomo o di donna, una scena, è rappresentata con questa volontà di indagine. Il pittore lavora in punta di pennello, quasi facesse una danza, forse nel timore di scoprirecrudelmente, come faceva Lautrec – l’effimero del proprio mondo dorato (La cantante, 1880). Ma è proprio la possibilità di una simile scoperta a frenare Degas. In un pastello del 1879, L’esame di danza, è il colore a graduare le variazioni psicologiche dei personaggi. Nel tono generale bianco-azzurro spicca il profilo di una donna che guarda forse la propria figlia chinata. Il sentimento è di attesa. Senza il dramma di un Lautrec, ma con una sensibilità più consumata, tanto da faticare – noi – a scoprirla. Questa piccola opera può gettare una luce sulla poetica di Degas. Meno inquieto di Lautrec, e altrettanto ricercatore di gioia, Edgar la trova – e la esprime – nello stesso attimo in cui c’è e già fugge, come nella celebre Ballerina al parigino Museo d’Orsay. Per questo, il suo mondo sembra fatto di pastello, anche quando affronta temi duri, come nella serie delle stiratrici o nella già citata Bevitrice. In realtà, Degas – e la società che ritrae – ha paura del dolore. Di qui l’insistenza sui temi della festa, del divertissement, della vita, come diceva il pittore stesso, “artificiale”. Ma è un poeta, un “fotografo” dell’anima. I suoi scatti leggiadri, istantanei, così affascinanti per tanti artisti contemporanei – italiani e no – tradiscono questo timore. Per questo, l’indagine psicologica è così nascosta dietro la bellezza della composizione da rischiare di non esser notata. Degas richiede molto tempo e sudore per essere, non solo ammirato, ma compreso. Ma questo è il segreto della grande arte. LAUTREC & DEGAS • Toulouse-Lautrec, uno sguardo dentro la vita. Roma, Vittoriano. Fino all’8/2 (catalogo Skira). Oli, disegni e l’intera serie di Manifesti del pittore di Albi (1864- 1901) in una rassegna che comprende anche la mostra Lautrec e Federico Fellini (Skira), suo grande ammiratore. • Degas e gli Italiani a Parigi. Ferrara, Palazzo dei Diamanti. Fino al 16/11 (catalogo Ferrara Arte). Oltre 100 lavori del pittore parigino (1834-1917) di origine italiana, e di Zandomeneghi, Boldini, De Nittis, Medardo Rosso, nel primo confronto fra questi artisti.

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