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Cultura > Cinema

Sfida tra registi italiani

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

In sala Il ragazzo invisibile Seconda generazione di Gabriele Salvatores e Ferzan Ozpetek con Napoli velata. Due autori molto diversi, ma uniti dalla medesima volontà di esplorare il lato misterioso e fantastico della vita

Salvatores presenta Il ragazzo invisibile numero due, ossia il sequel del  primo film del 2014. Il bambino di allora, Ludovico Girardello, aveva 13 anni, ora ne ha 16, è alto, magrissimo, occhi pieni di interrogativi. Un adolescente in lotta con i propri superpoteri, che ritrova una sorella gemella, Natasha (Galatea Bellugi), ed una madre naturale, Yelena (Ksenia Rappoport), che lo coinvolge in un piano distruttivo dell’umanità per cambiare il destino di tutti gli esseri “speciali” e porre fine alla loro persecuzione.

Insomma, gli agganci con i supereroi americani questa volta sono più insistiti – effetti speciali, esplosioni, nemici che saltano in aria, cattivi tremendi, voglia di vendetta -, ma il regista ha la bravura di dirottare il suo trhiller fantastico in zone più intime. Di seguire cioè passo passo la crescita adolescenziale del giovane, il suo incontro con il male e il dolore, la sua naturale sete di giustizia e di amore. È una lotta, anche con la vendicativa madre naturale, con nuovi personaggi “cattivi”, mentre cerca un rapporto autentico con la sorella. In fondo, pare voglia  dire il regista, i ragazzi d’oggi, per quanto abbiano tutto – anche i superpoteri -, sono molto soli. Il cinema di favola diventa specchio della realtà.

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Riuscire a mantenere l’equilibrio fra la dimensione fantasiosa, affascinante grazie agli stupendi effetti speciali, un certo clima favolistico e il tono da thriller, coniugandolo con quello più personale dei giovani, non era cosa scontata nè facile. Eppure, Salvatores  dà il meglio proprio quando segue le vibrazioni dell’anima dei ragazzi, ne fotografa soprattutto gli sguardi, autentiche voci del loro io più profondo.  Così che tutto il resto diventa contorno. Bravissimi gli attori, specie  i giovani. Esce il 4 gennaio.

 

Napoli invece è il mondo, anzi l’universo che affascina Ozpetek, una Istanbul italiana: misteriosa, vitale e sanguigna,  apparentemente cordiale e facile, dove sotto l’apparenza giocosa si nascondono misteri difficili da svelare. Napoli velata è un film d’amore verso la città. La trama conta fino ad un certo punto, anzi quasi è un pretesto per indagare e cercare di scoprirne il vero volto, che è antico, un misto di paganità e di cristianità come la celebre statua del Cristo velato, ambigua e reticente, esposta e al contempo coperta da un velo che si vorrebbe sollevare.

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Lo vorrebbe nella sua vita Adriana (Giovanna Mezzogiorno), donna ansiosa e turbata, che incontra una sera un giovane attraente, Andrea (Alessandro Borghi) con cui trascorre una notte di passione. Il giorno dopo lui non si presenta all’appuntamento al Museo Archeologico, ma lei , medico legale, se lo trova cadavere all’obitorio.

Il film diventa allora un trhiller misterioso in cui la donna rivive il proprio passato violento, scopre una città in preda al sangue e alla vendetta e un ambiente familiare fatto di allusioni, reticenze, cose nascoste, rivelazioni che distruggono in lei ogni serenità.  Andrea rimane nel ricordo di Adriana come il mito d’amore ardente, un punto fisso, tanto che crede di rivederlo e di poter amarlo nell’apparizione di un suo fratello gemello. Ma è lui o un fantasma o la nostalgia personificata? Il mistero, l’ambiguità, il velo rimane. E se lo si solleva a volte per scoprire le molte facce della passione, poi esso ricade inesorabilmente nell’incertezza e nel dubbio. Cosa è Napoli allora? Forse, un mistero di bellezza e di sangue, certo di una vitalità esuberante e feroce.

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Ozpetek trascina lo spettatore attraverso case, palazzi, chiese, opere d’arte in cui inscena i vari episodi del suo melodramma, ancora una volta, di amore e morte. Dove la grande bellezza è crudele come essa a volte sa essere. Ozpetek la insegue cercando di sollevare il velo nella vita più intima di un macrocosmo, con immagini lussuose, talora fin troppo barocche e compiaciute. Giovanna Mezzogiorno si identifica in un personaggio difficile dai molti risvolti, circondata da un cast notevole: Anna Bonaiuto, Maria Pia Calzone, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, un grande Peppe Barra.

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