Servono risorse (e tante) per cambiare il Paese

Non bastano i tagli (orizzontali) alla spesa pubblica. Non basta prolungare il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici. Non basta (ed è iniquo) il ricorso a manovre correttive i cui costi ricadono ancora sui cittadini onesti e sui ceti più deboli. Bisogna decidersi a recuperare le ingenti risorse dell’economia criminale, dell’evasione fiscale e della corruzione
Italia

Non bastano i tagli (orizzontali) alla spesa pubblica. Non basta prolungare per un altro anno il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici. Non basta (ed è scandalosamente iniquo) il ricorso a manovre correttive i cui costi ricadono ancora sui cittadini onesti e sui ceti più deboli. Bisogna decidersi a recuperare le ingenti risorse dell’economia criminale, dell’evasione fiscale e della corruzione. Una volta per tutte, e seriamente.

Non c’è ripresa senza lotta all’economia criminale. L’allarme proviene dalla Cgia (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato) di Mestre, aderente al Confartigianato Imprese che annovera oltre 700 mila tra imprese ed imprenditori associati: nel rapporto più recente del suo Ufficio Studi, elaborato su dati della Banca d’Italia, stima in 170 miliardi di euro annui il valore economico prodotto dalle attività criminali nel nostro Paese.

Una cifra imponente. Afferma Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre: «In base alle indicazioni dell’Ocse, il dato non include i reati violenti come furti, rapine, usura ed estorsioni, ma solo le transazioni illecite, come ad esempio contrabbando, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti. Attività criminali che fatturano 170 miliardi all’anno, l’equivalente del PIL di una regione come il Lazio».

Oltre al fatto che questo ingente fiume di risorse derivi da attività illegali, ciò che maggiormente preoccupa è che esso si riversi sul mercato, finendo per inquinarlo e stravolgerlo. Perché, spiega Bortolussi: «Ovviamente le organizzazioni criminali hanno la necessità di reinvestire i proventi delle loro attività illecite nell’economia legale».

Lo evidenzia il numero delle segnalazioni sospette per riciclaggio, denunciate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia da parte di intermediari finanziari (per l’80 per cento banche, ma anche uffici postali, società finanziarie o assicurazioni), cresciuto negli ultimi cinque anni di oltre il 200 percento nelle regioni più colpite: Lombardia, Lazio, Campania, Veneto ed Emilia Romagna. Una volta ricevuti questi “avvisi”, la Uif effettua degli approfondimenti sulle operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia.

«Abbiamo il forte sospetto – commenta Bortolussi – che l’aumento delle segnalazioni registrato in questi ultimi anni dimostri come questa parte dell’economia nazionale sia l’unica che non abbia risentito della crisi».

Mafia Spa. Così definisce Unimpresa (L’Unione nazionale di Imprese, che costituisce il sistema di rappresentanza delle micro, piccole e medie imprese), nel suo rapporto su I costi dell’illegalità e la lotta alla criminalità organizzata, la “holding company” che costringe ogni anno oltre un milione di imprenditori a subire reati che muovono un fatturato di circa 170/180 miliardi di euro (stessa stima della Cgia di Mestre), con un utile che supera i 100 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti e una liquidità di 65 investita, in parte, in “economia legale”. Secondo Luigi Scipione, autore del rapporto, professore universitario e membro del comitato di presidenza di Unimpresa, «oggi il ramo “commerciale” delle mafie rappresenta quasi il 10 per cento del Pil nazionale».

L’illegalità e la mancanza di regole feriscono a morte l’economia sana, impedendo lo sviluppo nelle regioni povere, scoraggiando gli investimenti. «I condizionamenti della criminalità organizzata nell’economia – commenta Scipione – rappresentano un grande freno allo sviluppo del Paese e un grande pericolo per le imprese sane: non si possono fare analisi serie sul futuro della nostra economia prescindendo dai dati sull’economia illegale e criminale».

Nell’ultima relazione semestrale al Parlamento, gli analisti della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) rilevano come sia necessario ed urgente l’impiego di un esteso impiego di indagini patrimoniali per scardinare “il rapporto tra Cosa Nostra e pezzi significativi dell’economia locale“. Un legame che secondo la Dia “alimenta il potere mafioso, contamina la dimensione socio-culturale del territorio frenandone lo sviluppo e impedendo l’evoluzione verso un moderno sistema di governance”.

Una commissione ad hoc, voluta dalla Presidenza del Consiglio, si è insediata il 30 luglio scorso a Palazzo Chigi. È presieduta dal Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Dovrebbe proporre normative e strumenti in tema di lotta alla criminalità organizzata, sul fronte della repressione personale ed anche patrimoniale. Dovrà individuare strumenti idonei a contrastare in modo efficace l’infiltrazione criminale nell’economia locale, e a recuperare ingenti risorse. Quelle che servono per cambiare il Paese.

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