Servi inutili a tempo pieno

A tempo perso: un’espressione cui non dobbiamo fare l’abitudine.
Luigi Russolo
Siamo figli del nostro tempo che ama l’attivismo folle, «che apprezza quasi esclusivamente nelle persone l’efficienza, che valorizza alcune professioni e sottovaluta, se non disprezza, altre; che copre di silenzio certi momenti della vita per paura, nell’illusione di cancellarli», scriveva Chiara Lubich. E le sue parole appaiono oggi un richiamo a restituire dignità a tutte le dimensioni dell’esistenza, a non sprecare inutilmente energie che rischiano di farci perdere l’equilibrio della vita: dormire o vegliare il proprio bambino, pulire la casa o leggere il giornale, scrivere una mail o pregare, studiare per un esame o vedere un bel film, parlare a una conferenza o spegnersi lentamente in un letto di ospedale. Tutte le nostre azioni hanno eguale valore, se impariamo ad assolverle con cura, con passione, con attenzione. Non c’è tempo senza significato. Anche “perdere tempo” può avere valore quando significa riuscire ad ascoltare le parole di un bambino, intrattenersi per strada con uno sconosciuto, prendere un caffè con un amico, concedersi il piacere di una passeggiata in un bosco. Saper prendere fiato, respirare profondamente.

 

Ma siamo anche figli del nostro tempo che ama la spensieratezza, che non trova tempo per le cose importanti perché intrappolato da quelle effimere. Così ci sono persone che dicono di fare il loro lavoro a tempo perso, perché le responsabilità private e pubbliche sono un impedimento al tempo senza pensieri e senza affanni.

 

A tempo perso: un’espressione cui non dobbiamo fare l’abitudine. Se dicessi che faccio la mamma a tempo perso, qualcuno potrebbe obiettare che non sono proprio un modello di maternità responsabile. Se dicessi che insegno all’università a tempo perso, forse i miei studenti e i miei colleghi avrebbero il diritto di protestare. Persino se dicessi a voi lettori che scrivo questa rubrica a tempo perso, susciterei in molti di voi un certo disagio e la percezione di un disprezzo per il valore di scrivere e di leggere. Perché l’affermazione “a tempo perso” allude al fare qualcosa quando proprio non si ha nient’altro di meglio da fare.

 

Siamo immersi in una cultura della spensieratezza che ricorda l’immagine di quella nave di lusso prossima e ignara alla catastrofe, avvolta dal suono della musica e dal profumo di champagne. In questo contesto di disimpegno e disinvolta indifferenza per le sorti degli altri, è urgente riscoprire il significato di un tempo speso con impegno, responsabilità e dedizione, dove ogni attività sia svolta da «servi inutili a tempo pieno» (Tonino Bello).

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