Senza voltarsi indietro

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Il 21 marzo 1938, a Naarden, papà e mamma Vlaar poterono abbracciare per la prima volta la loro primogenita, una bella bambina con i capelli rossi, cui diedero il nome di Ans (diminutivo di Anna). La giovane famiglia era molto nota in quella località, città fortezza sulla costa dello Zuiderzee, mare interno dei Paesi Bassi, che a seguito della colossale diga costruita nel 1992 era diventato un lago d’acqua dolce, denominato Ijsselmer. Arrivarono presto anche Jan e Ben, e successivamente altri sette tra fratelli e sorelle: in tutto dieci. Per lei non rimase più posto sulle ginocchia della mamma, anzi c’era da dare una mano: ad esempio, aveva il compito di tenere pulite e in ordine le scarpe dell’intera nidiata. Ma non le pesavano quei piccoli lavori domestici: si stava bene in casa. La mamma rallegrava le loro giornate con i canti in voga ed animava i loro giochi con grande fantasia. Non contenta dei propri, raccoglieva anche i bambini del vicinato: per lei erano più importanti dell’ordine. E se sporcavano… bastava pulire. Papà Vlaar lavorava sodo in una macelleria, ed era molto stimato sia dal proprietario che dai clienti. Con la primogenita, poi, aveva un rapporto speciale: la portava con sé quando si recava ad Amsterdam per le spese, e lei si sentiva orgogliosa di questo privilegio. Un momento tanto atteso dai ragazzi Vlaar era quando, la domenica sera, il papà leggeva loro qualche pagina della Bibbia. Poi, si accalorava nel racconto delle imprese dei bàtavi, l’antico popolo che abitava nella regione centrale dell’Olanda. Ans aveva 11 anni, quando avvenne la tragedia. Una mattina, aprendo la porta della doccia, trovò il padre riverso a terra: la fiamma dello scaldabagno a gas si era spenta. La ragazzina, allarmata, cominciò a chiamare la mamma, ma Jan, che si sentiva ormai grande e responsabile, le disse di non fare chiasso per non svegliare i piccoli. La Caritas della parrocchia si prese cura degli orfani. Una famiglia accolse i quattro maggiori e gli altri rimasero con la mamma. Tim, il minore, aveva appena un anno. Ans venne accolta in un collegio ad Audenbosch, dove c’era una zia suora. Tornava a casa solo per le vacanze. Finita la scuola media, iniziò ad Hilversum il corso per diventare infermiera. Le prove della vita l’avevano portata a cercare e sognare un mondo più giusto e più vero. Le persone che conosceva, però – gli amici, i familiari -, le dicevano di non illudersi, che il mondo che lei voleva era troppo bello. Così, smise di sognare. A vent’anni, le sembrava che la sua vita non avesse uno sbocco. Nel ’59 – Ans aveva 21 anni – la visita di un amico di Jan diede una risposta inaspettata alle sue aspirazioni più profonde. Era in casa quella domenica mattina, quando l’amico raccontò di essere stato in vacanza sulle Dolomiti di Primiero. È straordinario – diceva – ciò che ho trovato: gente di cui si può dire, come i primi cristiani, Guarda come si amano . Con queste parole, quel giovane aveva cercato di esprimere ai suoi amici il cuore dell’esperienza che si era trovato a vivere: la Mariapoli, manifestazione caratteristica dei Focolari, che quell’anno aveva visto accorrere nelle valli del Trentino migliaia di persone di ogni età e condizione sociale. Tra i partecipanti, si segnalavano i primi gruppi francesi, tedeschi, belgi e olandesi. Da oltreoceano, era approdato anche un drappello di giovani brasiliane. Ans ascoltò senza tradire la sua profonda emozione: allora c’era gente – pensò – che in altre parti del mondo la pensavano come lei! Volle saperne di più. Nel frattempo, la sorella Joke aveva partecipato con la sua classe ad un ritiro spirituale, in cui il sacerdote aveva parlato proprio di quel movimento, dando loro l’indirizzo del centro più vicino, quello di Bruxelles. In tre presero il coraggio di scrivere. Tra queste, Joke. Solo due anni dopo avvenne la conoscenza. Una macchina si fermò davanti alla porta di casa Vlaar: erano due focolarine, che da Bruxelles erano venute per conoscere di persona quelle ragazze olandesi con cui erano in contatto epistolare. Conobbero anche Ans, che rivolse loro tante domande, intrigata dalla loro proposta di vita evangelica. Quando partirono per tornare in Belgio, la ragazza saltò in macchina per accompagnarle fino al confine, per poi tornare con il pullman di linea. Avrebbe voluto partire subito con loro, adesso che aveva trovato ciò che aveva cercato. Ma non aveva con sé il passaporto. Decise quindi di cercare lavoro in Belgio per essere più vicina al focolare. Era l’estate del 1961 – racconta Red Deschuyffeleer, che ha vissuto con lei gli ultimi anni – quando si presentò con un vestitino bianco ed un mazzolino di fiori, dicendo ad Eli Folonari, che l’aveva accolta, di volersi donare tutta a Dio. Il giorno dopo aver iniziato il nuovo impiego di infermiera a Bruxelles, si licenziò per partire per Grottaferrata in Italia, dove iniziava il primo anno della scuola di formazione (che poi si trasferì a Loppiano). Fu un anno ricco di luce e di vita, concluso il quale Ans partì alla volta di Eindhoven, dove con Claretta Dal Rì si dava inizio al primo focolare in terra olandese. La sua scelta di vita le attirò anche tante critiche. Sei diventata italiana – le dicevano -, non sei più olandese . Quegli anni, pur difficili, in un’Olanda attraversata da una profonda crisi spirituale, non soffocarono in lei l’entusiasmo e la spontaneità, anzi li rafforzarono. Sia nei Paesi Bassi che nelle Fiandre, infatti, il movimento raccoglieva consensi insperati. Perciò fu ben presto necessario assicurare la traduzione in lingua neerlandese durante gli incontri internazionali a Grottaferrata. Così Ans partì di nuovo per l’Italia per mettere il suo talento al servizio dei fratelli, contenta di poter fare le traduzioni, in simultanea, con trasparenza, come diceva. Conosceva infatti e parlava correttamente, oltre alla sua lingua, anche il francese ed il tedesco. A tempi alterni tornava in Olanda, nei focolari di Eindhoven, Copenaghen, ed ultimamente ad Amerfoort. È stata un’apripista – dicono di lei -, sempre gaia e schietta, e gli olandesi l’hanno saputa capire ed apprezzare. Una giovane le ha recentemente scritto: Se penso a te, vedo davanti a me qualcuno che è semplicemente se stesso. Mi dai coraggio, perché l’ideale per cui vivi è possibile ed anche così semplice, che per viverlo non è necessario essere persone fuori del normale. Quando, il 15 agosto scorso, i medici le dissero che non si poteva più far nulla per debellare il tumore, disse con semplicità: Oggi ho sentito la mia condanna a morte, e mi è piaciuto ascoltare durante la messa il salmo 44: Con amore eterno ti ho amata, vieni diletta mia, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e mi sono commossa. E continuava: Mi sento avvolta dall’amore di Maria, e vorrei fare una corsa verso la santità, in quest’ultima tappa qui su questa terra. A Nieuwkuijk, lunedì 8 settembre 2008, la cittadella dei Focolari Scia luminosa è popolata da una folla variegata di persone di ogni età, provenienti dalle varie località dei Paesi Bassi e oltre. Tanti che hanno conosciuto Ans, di cui si celebra il funerale, sono venuti per darle l’ultimo saluto. Il clima è sereno, raccolto. Anzi, di festa. Si era preparata per tempo a quell’appuntamento. Lei stessa aveva scelto con cura i canti e dettato la lista delle persone da invitare. E poi, quella non era forse una festa della Madonna? Qualcuno allora ricordò che Ans aveva desiderato che Maria venisse a prenderla in un giorno a lei dedicato. E così è stato, nel giorno in cui si celebrava la sua natività. Percorsi Le radici della nausea Rientravo da una dotta conversazione con uno scrittore di saggi storici su Jean-Paul Sartre, il filosofo francese che, fissando una radice nera e contorta, si era reso conto dell’inutilità dell’esistenza. Da qui, in lui, la nausea: una angosciosa convinzione che aveva cercato di attenuare cercando un significato alla vita mediante la creazione artistica o letteraria: una ciambella di salvataggio, anche se precaria. Di colpo mi sono ricordato che per lungo tempo, dai 19 ai 30 anni, anch’io mi svegliavo al mattino con la certezza che vivere era un’impresa disperata, priva di significato. Erano tempi di guerra, e su Roma cadevano le bombe. Per coerenza non scendevo nel rifugio dove andavano, con gli altri inquilini, i miei familiari. Non amando, pensavo che l’esistenza di tutti fosse inutile come la mia e mi auguravo che le bombe offrissero una ragionevole soluzione al problema. La nausea si era impadronita anche di me che ero tanto più ignorante del filosofo francese. Ero divenuto determinista e, pur discutendo con un valente teologo, ero convinto che non esistesse il libero arbitrio, che ciascuno agisse secondo la propria personalità, in parte ereditata, in parte acquisita dall’ambiente culturale circostante. E quindi, senza libertà, niente peccato: niente di niente. Così, cercai una soluzione nella roulette russa. Non funzionò. Mi salvò l’incontro con un coetaneo che stimavo e che mi fece notare che se accoglievo soltanto quello che capivo, potevo probabilmente negare realtà superiori alla mia intelligenza. Fu il primo passo per divenire un po’ meno sicuro delle mie convinzioni. Comunque vivere era pur sempre una fatica gratuita. Fu così che cominciai a sperare in un Essere superiore che, solo, avrebbe dato un senso a tutto. Se ci sei, batti un colpo: una sfida simile a quella di Don Giovanni di fronte al Convitato di pietra. Soltanto che, invece di un fulmine, l’Essere superiore mi gettò un salvagente sottoforma di una giovane attrice di prosa, piena di vita e, soprattutto, di fede: una cristiana evidentemente sfuggita ai leoni dell’anfiteatro Flavio. In un mondo di macerie anche morali lasciatoci dalla guerra, mi arrivò così una ventata d’aria fresca e di ottimismo, soprattutto di speranza, anzi di certezza che tutto aveva senso e che anch’io ero assunto in un disegno misterioso ma provvidenziale. Ma solo tu sei così?, le chiesi. No; e fu lei ad introdurmi in una folta comunità di cristiani come lei. Da oltre cinquant’anni, non ho più avvertito la nausea, bensì la libertà di amare tutti: tutti, escluso il demonio.

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