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In profondità > Umanità

Sentinella, quanto resta della notte?

di Mario Giro

Questa Pasqua ci invita a riflettere sui tanti “giusti” che, in silenzio, mantengono viva la speranza di un passaggio dalla morte alla vita per il mondo.

Notte (foto Pexels – Allan Carvalho)

Pasqua cristiana è il passaggio dalla morte alla vita. Pasqua ebraica (pesach) è il passaggio dalla schiavitù alla liberazione. Quest’anno avvengono assieme ma ci chiediamo: dove stanno vita e liberazione in questo mondo dominato da guerre, odio e paura?

«Sentinella quanto resta della notte?», chiede il profeta Isaia. Sono tanti a chiederselo ancora oggi. Lo chiedono i civili ucraini al gelo sotto le bombe e i droni, ma anche i soldati sul fronte di una guerra infinita e ormai senza senso (il ministro della Difesa ucraino ha ammesso 200.000 disertori e 350.000 procedimenti per abbandono, di cui la metà solo nel 2025) malgrado la retorica bellicista; se lo chiedono silenziosamente anche i russi che muoiono a frotte nel più completo disinteresse delle proprie autorità; se lo chiedono i giovani iraniani stretti nella tenaglia tra feroce repressione e ciechi bombardamenti israelo-americani; se lo chiedono i palestinesi sul punto di essere annientati ma anche gli israeliani preda di una paura talmente feroce (alimentata dal loro spietato governo) da aver quasi annullato ogni senso di empatia; se lo chiedono i libanesi e i trascurati afghani; se lo chiedono i giovani e le donne d’Africa, quelli delle micidiali guerre dimenticate come in Sudan, Sud Sudan, Kivu, Sahel o nord Mozambico; se lo chiedono nell’ignorato Myanmar ancor più lontano dalle nostre coscienze; se lo chiedono i fedeli che vengono uccisi andando a pregare come in Nigeria… Se lo chiedono anche i giovani europei che temono un destino di rabbia e rancore; se lo chiedono in tantissimi da non poterli contare in ogni angolo del mondo.

Quanto resta di questa notte oscura che ha sconvolto il mondo di ieri, certo non perfetto ma almeno in cui si poteva parlare di dialogo, pace e compromesso? Oggi sono parole che non hanno più cittadinanza assieme a quella di convivenza: vivere assieme senza doversi distruggere. La Pasqua ci ricorda queste attese, queste speranze angosciose, tenute vive nel cuore di tanti anche nei momenti più tenebrosi della storia. A chi chiedeva dopo la seconda guerra mondiale come fosse ancora possibile pregare o sperare dopo Auschwitz, i saggi rispondevano che anche ad Auschwitz si sperava e si pregava, attendendo la fine della notte. Vasilij Grossman dopo la guerra ha scritto che «l’umano nell’uomo ha continuato ad esistere su tutte le croci a cui l’hanno inchiodato e in tutte le prigioni in cui lo torturavano».

Questa è la speranza di Pasqua: che l’umano irriducibile viva anche dopo la tempesta dell’inumano. Piccole e giovani luci ce lo testimoniano come quella di Islam Khalilov, un quindicenne musulmano che lavorava part-time come guardarobiere e salvò oltre 100 persone durante l’attentato al Crocus City Hall di Mosca il 22 marzo 2024. O come il tredicenne ucraino Kyrylo Illiashenko che è riuscito a scappare da un filobus in fiamme dopo un attacco missilistico russo a Sumy, salvando la vita agli altri passeggeri sopravvissuti. O ancora come il giovane doganiere congolese di Sant’Egidio, Floribert Bwana Chui di Goma che non accettò di farsi corrompere per evitare che un carico avariato avvelenasse la popolazione e per questo fu torturato e ucciso. È stato beatificato quasi un anno fa. A centinaia ci sono storie di giovani e giovanissimi per i quali l’umanità resta viva anche nell’oscurità, anche quando i “grandi” parlano solo di guerra con stanca retorica e finto eroicismo. Sono questi giovani a testimoniarci che la vita può ancora prevalere sulla morte e che la liberazione è più forte di ogni schiavitù d’odio e di paura.

Quanti “giusti” simili a loro reggono il mondo senza che nessuno se ne accorga? Quanti piccoli salvano ancora oggi “l’umano nell’uomo” senza far rumore? In genere ce ne accorgiamo solo dopo, alla fine. Misteriosamente c’è una forza di bene nei giovani – così tanto criticati dagli adulti – che forma quell’arca che salva l’umanità dal turbine in cui rischia di sprofondare. Sono giovani, donne, in genere poveri e semplici, tra gli ultimi, quelli che come è scritto sempre in Isaia a proposito del servo sofferente, «non hanno apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi». Eppure grazie a loro la Pasqua diventa parola viva e speranza di futuro. Anche per noi.

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