Sentenza storica sul rogo della Thyssen Krupp

Rese note le motivazioni che hanno portato alla condanna della società per «omicidio volontario» per l’incidente di Torino del 2007. Può segnare una svolta, ma la partita è ancora aperta
sentenza thyssen
 

Nel cuore della civilissima Torino industriale, al centro di un’Europa che rappresenta il vertice dei diritti sociali e civili nel mondo, può accadere che un impianto che produce acciaio funzioni senza certificato di prevenzione incendi? E che gli ispettori pubblici siano in combutta con la direzione aziendale per avvisare preventivamente delle visite di controllo sulla sicurezza delle condizioni di lavoro? Eppure dietro il rogo degli operai che ha scosso l’opinione pubblica, nella notte del 6 dicembre 2007, non c’è una società clandestina ma un colosso della siderurgia tedesca: l’esempio, cioè, di quell’imprenditoria estera che dovrebbe essere attratta nel Belpaese grazie al cambiamento e semplificazione di quel sistema normativo italiano.

 

Il nostro sistema giuridico ha dato un’evidente prova di esistenza ed efficacia con le motivazioni della sentenza che ha condannato non solo il vertice della multinazionale, ma proprio la “Thyssen Krupp acciai speciali Terni Spa” in forza di una legge del 2001 che ha recepito l’indicazione dell’Unione europea di sottoporre a imputabilità penale anche le persone giuridiche e non solo le persone fisiche che le rappresentano. In concreto è un modo per entrare nel cuore decisionale delle grandi imprese, quel consiglio di amministrazione dove vengono fatte le scelte strategiche della società. Nel caso dello stabilimento torinese si è trattato di non investire un milione di euro su quella “linea 5” di una produzione in via di smantellamento, dove alcuni lavoratori del turno di quella notte del 2007 diventarono delle torce umane che nessun estintore avrebbe potuto spegnere.

 

Oltre la condanna alla reclusione per l’amministratore delegato, il peso finanziario della sentenza – tra sanzioni, risarcimento danni e spese legali – ha raggiunto il livello di 20 milioni di euro. Un dato contabile che non ripagherà mai il dolore delle famiglie, ma rappresenta la misura più comprensibile nel linguaggio aziendale della priorità della sicurezza in termini di valutazione di “costi e benefici”. Il valore della sentenza emessa dai giudici popolari non è, quindi, espressione di una vendetta, ma della capacità del diritto di ricondurre al fondamento della convivenza con il ristabilimento di certi punti fermi come la dignità della persona umana e del lavoro.

 

Il testo del provvedimento non è affatto ostico alla comprensione e potrebbe costituire oggetto di studio nelle scuole, come un tempo insegnava a fare don Milani con i ragazzi di Barbiana. Anche perché la vicenda non è affatto chiusa. Si attendono i successivi gradi di giudizio, mentre la squadra del giudice ispettore Raffaele Guariniello – la stessa che segue il caso Eternit e tanti altri di primo piano – è in via di smembramento per motivi burocratici. Si tratta di un insieme di esperti in grado di arrivare sul posto in tempi rapidissimi, recuperando tutte le prove sofisticate del caso: quelle cioè che si trovano negli uffici centrali e nelle memorie dei sistemi informatici, e che hanno dato origine alla condanna di primo grado non per omicidio colposo, ma per «omicidio volontario con dolo eventuale». Successi che potrebbero condurre alla formazione di una procura nazionale sugli infortuni sul lavoro, allo stesso modo di quella esistente sulla mafia.

 

Il rispetto delle regole sulla sicurezza sul lavoro rappresenta una tutela contro la concorrenza sleale subita dalle imprese che agiscono secondo criteri di responsabilità sociale. La stessa presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tenuto più volte a ribadire di voler far «tutto il possibile per collaborare con gli ispettori del ministero e con i sindacati, su questo tema essenziale alla vita e alla dignità del lavoro e dell’impresa tutta». Tuttavia la domanda in sospeso riguarda la scelta che vorrà compiere la Thyssen Krupp con i suoi stabilimenti italiani: cioè se questa sentenza, così esemplare per tutte le imprese, non venga intesa come un intento persecutorio tale da giustificare l’abbandono di ogni investimento e relativa stabilità occupazionale. Come riportano le cronache locali, i colleghi degli operai morti nel rogo del 2007 si trovano tuttora in fase di ricollocamento, con promesse che attendono di essere rispettate anche da vari enti pubblici. All’epoca il motivo per cui gli stessi lavoratori non ebbero la forza per denunciare le inadempienze della sicurezza risiedeva appunto nella paura per la paventata perdita del posto di lavoro: una situazione che, è bene ricordare, segnalarono pubblicamente prima dell’incidente gli uffici di pastorale del lavoro di Torino e Terni, con l’appoggio deciso dei due vescovi.

 

Tenere assieme centralità ed effettività del diritto con seri programmi di politica industriale rimane perciò la sfida cruciale per il “sistema Paese”, soprattutto nei momenti di crisi. Per mantener viva questa urgenza è molto istruttivo conoscere il sito dei familiari e vittime della “linea 5”: Antonio, Giuseppe, Rocco, Roberto, Angelo, Bruno e Rosario. Ha un nome, “legami di acciaio”, che rimanda ad un vincolo che più forte della morte.

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