Il senso nel dolore?

La sofferenza, la malattia mentale e fisica, la morte, l’ingiustizia sociale. La solitudine. L’assurdo. Come stare nella ferita. Una narrazione possibile

Si può approfondire il tema del dolore e della sofferenza senza cadere nel “dolorismo” pseudo-spirituale, e allo stesso tempo senza rinchiudersi in una prospettiva rigidamente materialistico-biologica?

Si possono esaminare i vari tipi di dolore – individuale e sociale, fisico e mentale, affettivo ed esistenziale, proprio e dei propri cari –, valutandoli contemporaneamente sia dal punto di vista professionale che dell’esperienza personale? Si può discutere, senza timore di essere giudicati, se c’è un insegnamento da trarre, una narrazione possibile, un senso nel dolore? Soprattutto si può fare questo in un contesto di credenti e non credenti che riflettono insieme, mettendo in comune il meglio delle rispettive riflessioni e punti di vista, accogliendo la diversità di idee come arricchimento reciproco?

Si può perché è stato fatto, dal 24 al 26 marzo 2017 a Castel Gandolfo (Roma), nell’ambito del dialogo in atto da 20 anni tra persone con e senza una prospettiva religiosa nell’ambito del Movimento dei Focolari.

Le esperienze personali e di gruppo sul tema del dolore, hanno fatto da contrappunto agli approfondimenti degli esperti di varie discipline. Di seguito alcuni spunti della ricchissima discussione.

«La prima domanda che mi farei è questa: quali sono i dolori contro i quali dobbiamo combattere, con i quali non dobbiamo convivere, e quali le forme di dolore che invece dobbiamo assumere così come sono, con i quali dobbiamo “convivere”, trovandovi un senso» Francisco Canzani (filosofo).

«La sensazione del dolore difende la vita, ma può diventare una condizione di vita o addirittura una malattia di per sé, che spesso si aggiunge soprattutto nella fase terminale della vita umana» Piero Taiti (medico).

«La malattia mentale ha una impronta di sofferenza che va al di là del dolore fisico. È un dolore morale, che comporta esclusione e perdita della libertà» Roberto Almada (psicologo).

«Il male e la sofferenza sono, in un certo senso, un prodotto culturale, legato alla percezione che abbiamo della realtà materiale del mondo che ci circonda, legato alla nostra condizione sociale, alle regole delle comunità umane a cui apparteniamo, al nostro stato di benessere fisico e materiale» Moreno Orazi (architetto).

«La musica è capace di esprimere le molte sfumature delle emozioni: tristezza, disperazione, malinconia, depressione, lamento, delusione, esaurimento». Sonja Marinkovic (musicologa)

«Riflettere sulla fine della vita porta a cercare modi affinché, nella nostra cultura, sia possibile condividere il dolore, e vincere almeno la solitudine di chi soffre» Marina Sozzi (tanatologa).

«In che modo la prospettiva del dialogo, della reciprocità, può diventare prospettiva di senso e di significato nell’assurdo del dolore?» Ferdinando Garetto (medico di hospice).

 

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