Il senso del limite

Gli inarrestabili progressi della medicina e della tecnologia spingono ad interrogarsi sul senso del limite: l’avanzare delle scoperte scientifiche corrisponde sempre ad un avanzamento della civiltà? Interrogativi che Guzzo e Scicchitano sollevano nel saggio “Restare umani” (Città Nuova, 2018).

La tecnologia rappresenta, per una serie di motivi a tutti noti, un esempio di progresso umano. Ma ciò vale sempre? L’avanzare delle scoperte scientifiche corrisponde sempre a un avanzamento della civiltà? Oppure vi possono essere dei casi in cui questo non è vero? Qual è la soglia oltre la quale il materialmente possibile non può considerarsi eticamente giusto?

Per quanto stimolanti, simili quesiti non suonano originali. Anzi, a dire il vero, non lo sono affatto, dal momento che sono gli interrogativi attorno ai quali, da decenni, si sviluppa la riflessione della bioetica, che ha la sua ragion d’essere proprio nel tentativo di conferire un orizzonte etico – quanto più possibile condiviso – agli sviluppi della medicina e della scienza.

Eppure, benché non sia una novità, questo interrogarsi sui limiti del progresso tecnologico non solo non è ancora cosa da archiviare, ma addirittura, con l’avvento del post-umanesimo e del trans-umanesimo, sta riacquistando centralità, per non dire urgenza, dal momento che siffatta corrente di pensiero si prefigge uno scopo decisamente rivoluzionario, forse il più rivoluzionario in assoluto: trasformare fisicamente e mentalmente l’uomo in qualcosa di nuovo, rendendolo un essere ibrido, un inedito incrocio tra umano e non umano, naturale e artificiale, biologico e tecnologico. Da qui l’espressione “uomo bionico”, frequentemente sostituita col neologismo cyborg.

Il termine cyborg, come suggerisce la parola, fa essenzialmente riferimento alla cibernetica. Per la precisione, indica un organismo cibernetico, ossia un uomo strutturalmente diverso da quello abituale, in quanto finalmente libero «da ogni legaccio ontologico» (Tintino 2015, 89).

Il cyborg si differenzia quindi dall’uomo, dal momento che non accusa alcuna dipendenza e non presenta elementi di vulnerabilità. La morte stessa, in prospettiva, potrebbe scomparire dai suoi orizzonti. L’“uomo bionico” si caratterizza, quindi, per essere meno esposto, se non addirittura completamente privo, di quella dimensione di fragilità che, da sempre, tutti riconosciamo come parte non accessoria o casuale, bensì integrante dell’umano.

In realtà, l’antropologia post-umana non si limita a vaticinare un mondo dove gli uomini saranno meno dipendenti, meno fragili o vivranno più a lungo. No. Secondo questa corrente di pensiero, esiste la concreta possibilità che il cyborg giunga a sperimentare una vera e propria dimensione di assoluto, fino a conquistare un giorno una dimensione di illimitata conoscenza, di totale libertà e di effettiva immortalità. Siamo insomma destinati, grazie al progresso tecnologico – che non sarà più a fianco dell’uomo, bensì applicato all’uomo –, a diventare sostanzialmente come Dio, senza più bisogno di Dio, affidandoci solo alle nostre forze aumentate e decretando così l’«accesso all’immortalità (terrena), alla potenza assoluta, all’autonomia, al godimento perfetto» (Guillebaud 2011, 131).

Da questo punto di vista, la rivoluzione del processo generativo, di cui si è parlato precedentemente, rappresenta solamente un primo passo verso un’umanità del tutto diversa da come la si è vista e concepita fino a oggi. È tuttavia chiaro a chiunque, inclusi coloro che si augurano la realizzazione di un mondo segnato dal post-umanesimo, che questo disegno non possa però realizzarsi improvvisamente, dall’oggi al domani, avendo bisogno di svariati processi, sebbene ci sia la possibilità che detta trasformazione possa avvenire in anticipo, grazie alla celerità della crescita tecnologica sempre più in espansione. Il che, se da un lato determina l’entusiasmo di alcuni, dall’altro rende gli interrogativi bioetici più urgenti che mai.

Chiediamoci allora: quello dell’“uomo bionico” è uno scenario convincente? L’avvento del cyborg, «sintesi di materia umana vivente/organica e di materia inorganica, sintesi di vita e non vita, una combinazione ai limiti del pensabile» (Possenti 2013), è qualcosa di auspicabile oppure esistono zone d’ombra? Apparentemente, il solo porsi simili dubbi sembrerà senza senso, dal momento che la liberazione dalla malattia e dalla morte che la rivoluzione cibernetica pare assicurare, è l’auspicio dei più. Eppure, pur con tutte le sue allettanti pro-messe, anche il post-umanesimo cela preoccupanti insidie. Di varia natura, peraltro. Anzitutto, potremmo dire, di carattere sociale ed etico.

[…]

Una seconda critica che è possibile muovere agli scenari post-umani è, per così dire, più filosofica e concerne il collettivo rifiuto del concetto di “limite”. Infatti, anche se non aderiamo a post-umanesimo e trans-umanesimo, siamo di fatto sempre più inclini a cooperare affinché venga a realizzarsi un’umanità tecnologicamente trasformata, sempre meno vincolata ai propri limiti. Il che può assumere – perché negarlo? – anche dei contorni condivisibili e positivi, laddove ci si riferisce, per esempio, al superamento dei limiti attuali della medicina nella cura di determinate malattie.

Nel momento in cui, però, certi limiti non solo vengono a cadere, ma è la stessa idea di “limite” a essere giudicata come intollerabile, qualcosa non va. Anche perché il “limite” può presentare degli aspetti positivi, anzi fondamentali.

[…]

Allo stesso modo, se associamo il concetto di “limite” a quel-lo d’imperfezione, è possibile comprendere come quest’ultimo non sia solo qualcosa di genericamente proprio dell’umano, bensì di profondamente tale. Tutti, infatti, nasciamo imperfetti. Ed è un bene, perché è l’imperfezione – sia essa un’anomalia o un’asimmetria, una rarità o una peculiarità – a renderci unici. È, infatti, la diversità a rendere speciale la nostra identità; e questa unicità si perderebbe con l’esito d’una avvilente clona-zione di massa.

Da RESTARE UMANI, sette sfide per non rimanere schiacciati dalla tecnologia di Giuliano Guzzo e Marco Scicchitano (Città Nuova, 2018); pp. 144 – prezzo: € 15,00

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