Il seme e la pianta

Il pessimismo è una malattia grave del nostro tempo, talvolta mortale.

Il pessimismo è una malattia grave del nostro tempo, talvolta mortale. Lo può essere anche l’ottimismo quando è vuoto buonismo, cioè se non ha un solido rapporto con la realtà. Troppo spesso, purtroppo, l’amplificazione dei fatti e dei processi negativi da parte dei media ci fa cadere in un cieco catastrofismo, ci fa credere che tutto vada male, che la speranza sia come un sole tramontato all’orizzonte. Inforchiamo degli occhiali che ci fanno vedere tutto nero. Altro che occhiali per la realtà aumentata! È invece atto di giustizia, oltre che beneficio fisico e psicologico, quello di mantenere uno sguardo più ottimistico, cioè realistico, sulle cose e sulle persone. Non si tratta solo di dar spazio alle good news, alle buone notizie, alla cronaca bianca, ma anche di saper guardare in modo più obiettivo alle bad news, le cattive notizie, la cronaca nera. È tempo di femminicidi, ad esempio. Orrore, disgusto, «non sono più i tempi di una volta», «per questi assassini c’è solo da dargli la morte». Guardiamo obiettivamente: una volta questi delitti – che solitamente vengono definiti “efferati” – avvenivano dietro le quinte della storia, non se ne parlava, c’era una sorta di omertà creata dall’orgoglio machista o dalla paura della donna. Ora invece se ne parla, se ne discute, si fanno manifestazioni in piazza: è un enorme passo in avanti per una convivenza civile più umana e umanizzante. Ancora, parliamo della crisi economica: siamo tutti convinti che non ne usciremo più, che noi europei siamo condannati al declino, che i cinesi ci assediano, comprando anche Inter e Milan! Ottimismo in questo caso vuol dire, forse, capire che per decenni abbiamo avuto una crescita del Pil infinita e che non si poteva più continuare così, mentre era necessaria una vera ridistribuzione delle ricchezze verso popolazioni molto più povere di noi. È ciò che sta accadendo, seppur con enormi ingiustizie che si perpetuano. Non è un dato positivo? E degli immigrati che dire? Sì, i problemi sono tanti e crescenti. Ma pensiamo qualche volta alla straordinaria vena di solidarietà che sta nascendo attorno a queste persone che vengono da vite e viaggi di inferno? Venerdì scorso mi sono recato a una conferenza stampa per la presentazione della nuova “offerta accademica” dell’Istituto universitario Sophia di Figline-Incisa Valdarno. Mi hanno colpito le parole del preside, Piero Coda, e dell’economista Stefano Zamagni. Ha detto il primo: «Le cose vitali sono seme, lievito o sale, non albero, pasta o pietanza. Solo il seme è germinativo, è generativo». Mentre il secondo ha citato Dante: «E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose». Il seme è brutto, se lo si guarda, non si immagina il fiore, l’albero che genererà. Serve una mano che ci faccia capire, che ci introduca alle “segrete cose” portandoci quel conforto necessario per mutare il nostro modo di pensare e di agire. Reciprocamente poniamo la mano dell’uno sulla mano dell’altro, per giungere all’ottimismo realista.

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