Segnali di giustizia internazionale

Due recenti situazioni, in continenti diversi, sono unite dall’esigenza di una giustizia amministrata sul piano internazionale e non più affidata alla volontà di singoli Stati. La Corte internazionale di giustizia dell’Aja (Cig), il 26 febbraio, dopo un procedimento iniziato nel 1993 con la denuncia della Bosnia ed Erzegovina, ha ritenuto la Serbia colpevole per ogni genere di violenza, per gli spostamenti forzati di popolazione finalizzati a modificare la composizione etnica del territorio e per le condizioni a dir poco illegali dei detenuti nei campi di concentramento. È la prima volta che la Cig si pronuncia sull’accusa di uno stato per violazione della Convenzione contro il genocidio del 1948, respingendo la richiesta della Serbia che fino all’ultimo aveva contestato la denuncia e la competenza dei giudici dell’Aja. Ora la Serbia dovrà risarcire i danni di guerra. A quanto denunciato dalla Bosnia ed Erzegovina i giudici hanno aggiunto i fatti di Srebrenica del luglio 1995, con il genocidio di oltre ottomila persone compiuto dalle milizie serbe operanti in Bosnia, mentre i 100 olandesi del contingente di Caschi blu restavano inerti. Secondo la Corte dell’Aja, la Serbia, pur non avendo compiuto direttamente il più grave massacro dopo la Seconda guerra mondiale, è colpevole di omissione, poiché non ha evitato che si verificasse. Si afferma così il principio che impone ad ogni Stato di sorvegliare che non siano compiuti crimini internazionali anche fuori del proprio territorio. A maggior ragione gli Stati debbono vigilare perché al loro interno non si verifichino atti di genocidio o crimini contro l’umanità, soprattutto se a causarli sono loro organi e funzionari. E questo è il caso del Sudan, con la richiesta avanzata dal procuratore presso la Corte penale internazionale di giudicare per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur l’ex-ministro degli Interni sudanese, adesso diventato ministro degli Affari umanitari, e uno dei capi dei janjaweed – la milizia islamica finanziata da Karthoum che combatte in Darfur – il quale ora ricopre incarichi nella polizia. Sono piccoli passi rispetto alle 51 persone, con alti ruoli e funzioni in Sudan, indicate in un rapporto del gennaio 2005 dalla Commissione internazionale di inchiesta voluta dall’Onu l’anno prima. Ma conferma della tendenza a risposte super partes di fronte a crimini per i quali non è più ammessa l’impunità: al governo sudanese è stata chiesta una leale cooperazione per consegnare alla Corte i due imputati, in caso contrario sarà il Consiglio di sicurezza ad intervenire.

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