Se non l’avessi fatto…

Dopo il mio turno di notte in ospedale, mi sono recato in macchina al funerale della mamma di un amico, in una città lontana. Terminata la cerimonia, stavo per ripartire quando l’amico mi ha chiesto di accompagnarlo a casa sua e di intrattenermi ancora con lui. Lo avrei fatto molto volentieri, ma dovendo rientrare in ospedale per il servizio notturno, sentivo l’esigenza di riposare a casa almeno alcune ore. Ma pensando che quella era un’occasione concreta per vivere il comandamento di Gesù, ho accettato. Mentre io e l’amico viaggiavamo su un cavalcavia ferroviario, un camion militare proveniente dalla parte opposta ha cominciato a slittare e, dopo aver sbattuto contro l’auto che ci precedeva, ha rotto le barriere del cavalcavia volando dall’altezza di circa otto metri verso le rotaie dei treni. È stato un attimo drammatico, in cui assieme all’amico abbiamo affidato a Dio gli occupanti del camion. Usciti di corsa dalla macchina, ci siamo imbattuti prima nei passeggeri, insanguinati, dell’auto coinvolta nell’incidente. Erano marito e moglie con un piccolo di quattro anni. Mentre i genitori avevano riportato solo delle ferite superficiali, il piccolo, rimasto incastrato fra i sedili, aveva un arresto cardiaco. Come anestesista ho spesso a che fare con situazioni simili. Così, dopo aver disteso il bambino sul marciapiede, gli ho fatto immediatamente il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Dopo alcuni minuti il cuore ha ricominciato a battere, i polmoni a respirare e lui ha ripreso conoscenza. L’ambulanza è arrivata mezz’ora dopo. Se non ci fossimo trovati sul posto quel bambino sarebbe morto: la sua vita dipendeva da quell’atto d’amore! Mentre l’amico andava a telefonare alla stazione per bloccare il traffico dei treni e chiamare un’ambulanza, ho raggiunto il camion, che giaceva ruote all’aria. Con grande meraviglia sono usciti dal veicolo tre soldati, rimasti quasi illesi. R. S. – Polonia Da vari anni Emiliana ha lasciato Puño (a quasi 4 mila metri di altitudine) per lavorare a Lima. Guadagna appena di che sopravvivere, ma trova sempre qualcosa da condividere con chi ne ha più bisogno. Un giorno, ritornando dal lavoro, incontra una ragazza spaventata e ferita alle ginocchia per una caduta. Emiliana, che in conseguenza di una poliomielite cammina adagio, l’aiuta e la porta a casa sua. Le cura le ferite e condivide ciò che ha per mangiare, ma vorrebbe fare qualcosa di più. Trova soltanto delle patate secche, una specialità di Puño. Anche lei ne avrebbe bisogno, ma è contenta di regalarle a Gesù in quella ragazza. Si salutano e a lei rimane una grande gioia. Un paio d’ore dopo le arriva un avviso per ritirare un pacco. Più tardi, nell’aprirlo, scopre commossa che un parente le aveva inviato una grande cassa piena proprio di quelle patate. J.M.P. – Perù Alla nona settimana di gravidanza ho contratto la rosolia. I giorni successivi sono stati i più duri della nostra vita coniugale: ci siamo trovati davanti a un problema più grande di noi. Avevamo sempre cercato di vivere secondo il Vangelo, ma quella volta la prima reazione è stata di paura. Secondo i medici, la possibilità di avere un bambino normale si riduceva al 5 per cento. Avendo già tre figli, il rischio di averne un altro diverso ci avrebbe creato dei problemi angosciosi. E il rifiuto della gravidanza, ragionando con la mentalità corrente, sembrava la soluzione più giusta. Mio marito mi lasciava libera di decidere, ma io desideravo che lui mi dicesse di accettarlo, come nel mio cuore di mamma avevo già fatto fin dal primo istante. Credo di non aver mai pregato così intensamente. A un certo punto lui mi fa: E se questo figlio non avesse niente o poco?. Era il segno che aspettavo! Ci siamo abbracciati e da quel momento ci siamo sentiti più uniti. Dopo sei mesi è nato un bellissimo bambino. J.O. – Svizzera

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