Se non è in diretta non esiste

«L’ha detto la tv», si dice ormai, come fosse il primo indice della verità delle cose. E allora, beato chi finisce sugli schermi!
Media
Queste ultime settimane hanno occupato le nostre tv, i nostri computer e i nostri telefonini – quindi le nostre esistenze – con una serie di fatti più o meno importanti che avevano in comune una sola cosa: essere trasmessi in diretta. Avvenimenti infimi o meno, di natura diversissima: il miracoloso salvataggio dei 33 mineros cileni; la tragedia di Sarah Scazzi e dei Misseri ad Avetrana; la caduta dell’ultimo diaframma della galleria del Gottardo lunga 57 chilometri; la morte dell’infermiera rumena colpita da un uppercut d’un passeggero nella stazione della metro a Roma; la partita sospesa tra Italia e Serbia a Genova con i tatuaggi di Ivan in primo piano; le infinite pantomime di certa politica che sembra non esistere se non finisce sugli schermi all’ora dei tiggì… Pare che non si sia più capaci di vivere senza questo cordone ombelicale dei molteplici schermi che tutti possediamo, cordone che ci collegherebbe con la “vita vera”: «L’ha detto la tv», si dice ormai, come fosse il primo indice della verità delle cose. E allora, beato chi finisce sugli schermi! Sarah Scazzi, povera Sarah, su Facebook indicava tra i suoi sogni d’adolescente quello di «diventare famosa». Poco importa come si arriva ad esserlo, al limite anche con un delitto o con atti di teppismo.

 

Dov’è allora l’interiorità? Dov’è la discriminante tra vizi e virtù? Ma nel coro dello sconforto qualcosa mi pare importante sottolineare: tutti questi avvenimenti che si svolgono “in diretta”, belli o brutti, possono sì decretare la fine del giornalismo, la perdita della prospettiva storica degli avvenimenti, il trionfo dell’emotività sulla riflessione e la ponderatezza. Certo. Ma la diretta può essere anche la manifestazione di una fortissima (e giustissima) esigenza di questi tempi tecnologici e mondializzati: quella di vivere nel presente. La diretta è infatti il presente assolutizzato, o forse il presente che resta l’unico “luogo” vivibile e reale.

 

Il XX secolo, non a caso definito il secolo breve, ha infatti portato ad una radicale revisione del passato: Shoah e gulag non fanno sconti alla storia. Mentre il secolo brevissimo che stiamo vivendo ha già in gran parte sotterrato il futuro: siamo tutti precari e lo saremo sempre di più. Tanto vale vivere qui e ora.

 

Se il passato può simbolizzare la fede che s’eclissa di fronte al male, se il futuro la speranza che non sorge nemmeno all’orizzonte, il presente può essere visto come l’amore, la carità. Che, o è presente e reale, o non è: non si può amare di nostalgia o programmare di amare! E allora questo nostro tempo ha dinanzi a sé una enorme chance: vivere il presente, ricominciare a vivere amando. Così facendo si recupererà anche il passato (la fede) e il futuro (la speranza), ritrovando l’equilibrio delle nostre vite personali e sociali.

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