Se non diventerete come Nennolina

I bambini di Fatima, Francesco e Giacinta, recentemente beatificati, apriranno probabilmente la strada alla bambina romana Antonietta Meo (Nennolina), serva di Dio, morta a sei anni e mezzo nel 1937 per un osteocarcinoma, dopo l’amputazione di una gamba e la resezione di alcune costole; il tutto sopportato eroicamente, fino a confondere la sua stessa madre, che non credeva che soffrisse molto («Cosa dice! – le replicò un medico –. Stia zitta!… I dolori sono atroci»). Allora, di colpo disingannata, la mamma si accostò al letto della figlia morente (che le aveva predetto giorno e ore della fine) e le disse con voce tremante: «Antonietta, benedici la tua mamma». E lei, «facendo uno sforzo (…) mi segnò sulla fronte una crocetta con la mano». Pochi giorni dopo, all’alba della festa dei Santi Innocenti, la bambina sussurrò «Dio… mamma, papà..», fissò lo sguardo davanti a sé, sorrise, e poi, ricorda ancora la mamma, «Un ultimo lungo respiro». Figlia di un alto funzionario governativo, certamente precoce nell’intelligenza e nella sensibilità, ma normale e del tutto simile ai coetanei, aveva voluto e ottenuto che si affrettassero, a causa della malattia, le tappe della sua iniziazione cristiana: catechismo, a scuola dalle suore e a casa, prima Comunione, Cresima, e simultaneamente, mentre imparava a leggere e scrivere, dettatura alla madre di letterine (le sue “poesie”) a Gesù, alla Trinità, alla Madonna, raccomandando all’uno di dire all’altro questa o quella cosa: commissioni a Dio Padre per Gesù, a lui per sua Madre, ecc., con la semplice disinvoltura di chi vede. E infatti sappiamo di estasi e visioni, e leggiamo nella lettera del 25/4/37: «Caro Gesù! sono diversi giorni che non ti vedo più; ma Tu fatti vedere, perché ti amo tanto!». Fin dalle prime lettere a Gesù insiste: «…dammi delle anime», e loripete sempre, con la stessa confidente sicurezza con cui passando davanti al tabernacolo dice «Gesù, vieni a scuola con me» o «a giocare con me»; e poi la richiesta alla Madonna che l’aiuti «per riparare ai peccati degli uomini» con il suo dolore di piccola malata (che si preoccupa e prega per i dolori della nonna, della zia), prima rassegnato poi sempre più amato («sono molto contenta che Gesù mi ha mandato questo guaio (…) Almeno sono la più prediletta di Gesù»). Di fronte a questa crescita mistica straordinaria la mamma sembra cieca (ma c’è il piano divino di far fiorire un fiore raro irraggiungibile sia dall’incredulità che dalla compassione degli uomini): «Pensavo anche: queste letterine sono cose senza valore, a cui non si deve badare (…). Non so spiegarmi tanta mia preoccupazione nello scrivere ciò che essa mi dettava, quando poi, quelle letterine andavano messe via senza riguardo; diverse si saranno perdute.( … ) Solo dopo la morte di Antonietta mi sono accorta che le sue letterine andavano gradatamente facendosi più profonde». Sembra incredibile: anche quando è morta, la madre afferma: «Di straordinario in Antonietta non c’è stato altro che ha saputo soffrire in silenzio e per amor di Dio, nascondendo, e, se al caso, aumentando il suo dolore». Come se fosse poco per la santità! Ma doveva essere così, perché risplendesse Dio solo in quel soffrire per le anime, che la bambina aveva scelto come via al Cielo ancor più rapida della stessa malattia. «Carissimo Dio Padre!», ripete con affettuoso rispetto, e, al Figlio: «Io quando sarò grande vorrei farmi suora (…). Tu sei contento Gesù che io diventi tua sposa?». E raccomanda il peccatore il sacerdote e tutti, e si firma ormai “Antonietta di Gesù”, senza far caso ai suoi piccoli errori che si mescolano a quelli, di fretta, della madre a cui sta dettando, e alle ripetizioni costanti, lucide e infiammate, di espressioni d’amore che, nella loro infantile purezza, la fanno però adulta come la sposa del Cantico dei Cantici. Ciò che incanta, soprattutto, oltre le singole toccanti espressioni, è infatti quel ritornare umile e solenne di fedeltà amorosa, che solo un inesperto potrebbe scambiare per ripetizione infantile; è invece quella ripetizione di verità e di bellezza – il contrario della monotonia – che, dice Kierkegaard, è possibile non nel tempo ma nell’eternità: di cui Nennolina assaporava le primizie. Che altro dire di questi due libretti d’oro – Le lettere di Nennolina (San Paolo) e Con occhi semplici (Libreria Editrice Vaticana) – da tenere tutta la vita e da regalare sempre? Niente, lasciando la parola a una “letterina” che, più che andarvi, sembra già venire dalla vita eterna. Caro gesu crocifisso Io Ti voglio tanto bene e Ti amo tanto Io voglio stare sul calvario con te e soffro con gioia perché so di stare sul Calvario. Caro Gesù. Io Ti ringrazio che Tu mi hai mandato questa malattia perché è un mezzo per arrivare in Paradiso. Caro Gesù dì a Dio Padre che lo amo tanto anche Lui. Caro Gesù io voglio essere la Tua lampada e il Tuo giglio caro Gesù, Caro Gesù dammi la forza necessaria per sopportare i dolori che Ti offro per i peccatori [in questo momento è stata presa dal vomito]. Caro Gesù, dì allo Spirito Santo che mi illumini d’amore e mi riempia dei suoi sette doni. Caro Gesù di alla Madonnina che l’amo tanto e che voglio stare insieme a Lei sul Calvario perché voglio essere la Tua vittima d’amore caro Gesù. Caro Gesù Ti raccomando il mio Padre Spirituale e falle tutte le grazie necessarie. Caro Gesù Ti raccomando i miei genitori e Margherita (la sorella, n.d.r.). Caro Gesù Ti mando tanti saluti e baci Antonietta di Gesù (ultima lettera del 2 giugno 1937)

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