Se l’umanità declina

Calo delle nascite e inverno demografico: le conseguenze sugli equilibri sociali e mondiali

Erano i primi dell’800 quando il demografo Thomas Malthus pubblicò la sua teoria, secondo la quale l’umanità cresceva troppo rispetto alle risorse disponibili, per cui era condannata alla catastrofe. Fame e carestie non sono mai mancate nella storia, ma la sua profezia finora non si è avverata, perché negli ultimi due secoli l’agricoltura ha aumentato la produzione riuscendo a nutrire una popolazione cresciuta fino a 8 miliardi di persone.
Per esempio, dai tempi dell’Impero romano fino a inizio ’900 la resa di frumento per ettaro è stata di una tonnellata. Con la Rivoluzione verde e le nuove tecniche di coltivazione, oggi arriviamo a 16 tonnellate di frumento per ettaro (Mauro Mandrioli, Nove miliardi a tavola, Zanichelli 2020).

A inizio ’800 l’85% della popolazione mondiale viveva in povertà assoluta, oggi siamo scesi al 14%. Eppure, nell’immaginario di tanti l’obiettivo rimane quello di ridurre la popolazione. Dal 1979 al 2013 la Cina ha imposto alle coppie di avere un solo figlio, ben al di sotto del “livello di sostituzione” di 2,1 figli per donna. Le conseguenze sono impressionanti: probabilmente la sua popolazione si ridurrà in futuro da un miliardo e mezzo a 700 mila persone! Il problema improvvisamente si è capovolto.

Declino demografico
Saggi e articoli scientifici recenti documentano infatti che presto la popolazione mondiale inizierà a ridursi. E una volta iniziato, questo processo non si fermerà più. L’umanità crescerà ancora fino al 2040, arrivando a 9 miliardi, poi inizierà un rapido declino. «Un calo implacabile, generazione dopo generazione. Niente del genere è mai accaduto finora» (Darrell Bricker e John Ibbitson, Pianeta vuoto, Add 2020).
La natalità (cioè il numero medio di figli per donna) è in diminuzione da fine ’800, almeno nel mondo occidentale. Il baby boom dopo la Seconda guerra mondiale è stato solo un’eccezione. In più di 20 Paesi nel mondo (Italia compresa) la popolazione sta già calando. In passato sono state guerre, epidemie, povertà e carestie a decimare il genere umano. «Ora invece facciamo da soli, decidendo consapevolmente di ridurre il nostro numero». Lo spopolamento del pianeta sarà «un fenomeno lento e deliberato».
Qualcuno magari sarà contento, perché prevede vantaggi nell’essere meno a dividere la torta. Ma non c’è da essere ottimisti se analizziamo cause e conseguenze dello spopolamento.

Cause
La natalità oggi cala ovunque nel mondo, senza eccezioni. Secondo gli esperti le cause sono urbanizzazione, istruzione delle donne e contraccettivi. «In una periferia urbana non ha senso avere una famiglia numerosa come in campagna», per cui le famiglie sono sempre più piccole. All’aumentare dell’istruzione delle donne, poi, cala il numero di figli che avranno. Quando una donna studia, ha un lavoro interessante e ben pagato, è meno probabile che voglia rimanere incinta. Le coppie «non vedono più il fatto di avere figli come un dovere da assolvere verso le loro famiglie e il loro dio», preferiscono l’autoaffermazione nella vita. In più ci sono problemi di alloggio, tempo, occupazione stabile e… reazione alla «dominazione maschile» in campo riproduttivo. Il risultato è che tanti e tante giovani rimangono single, rinunciando alla vita di coppia, al matrimonio e ai figli.

Conseguenze
“Pochi bambini” significa popolazioni sempre più anziane. Bastano due generazioni di fila sotto il livello di sostituzione (2,1 figli per donna) e il declino inizia, inesorabile. Ma nella società i giovani sono quelli che lavorano, pagano i contributi per i pensionati, scommettono sul futuro, creano start up, rischiano su idee innovative, e soprattutto consumano. Meno giovani significa quindi meno persone che comprano case, frigoriferi, divani, vestiti, tecnologia, quindi meno crescita economica. Meno scuole e meno bambini portano a una società individualista, con un cambio di mentalità irreversibile. Significano anche solitudine negli ultimi anni di vita, senza figli o nipoti. E a volte miseria: in Germania già oggi «più di un terzo dei figli di genitori single vive in povertà». Meno popolazione significa anche abbandono di campagne e zone rurali, con spopolamento di vaste aree del pianeta, mentre scompaiono lingue e culture indigene e minoritarie. Una vera «estinzione culturale».

Rimedi
Per la prima volta nella storia, l’umanità si sente “vecchia”, con poca fiducia nel futuro. Per arginare il declino demografico si possono incentivare i genitori ad avere più figli. L’esperienza dimostra, però, che questi programmi, pur importanti e necessari, hanno un impatto limitato e sono «difficili da mantenere durante le crisi economiche. L’incertezza economica, infatti, è un potente mezzo di controllo delle nascite». L’alternativa è l’immigrazione controllata. Gli immigrati, infatti, colmano la carenza di manodopera qualificata, creano posti di lavoro, non sono quasi mai in concorrenza con gli autoctoni, tengono alti i consumi, finanziano i servizi sociali, evitano il declino demografico (pur adeguandosi alla fecondità del Paese che li accoglie). Lo dicono gli esperti e la storia passata. Il problema è che non è facile integrarli senza conflitti: «Serve una forte etica del multiculturalismo». Le nazioni più etnicamente omogenee – come per esempio Cina, Giappone e Ungheria – fanno più fatica ad accettarli. Eppure, «in un mondo in cui le popolazioni caleranno e invecchieranno quasi ovunque, arriverà il giorno in cui i Paesi faranno a gara per accogliere gli immigrati».

Equilibri mondiali
Ma se l’immigrazione è l’unico modo per evitare il declino delle nazioni, come saranno gli equilibri geopolitici alla fine del secolo? Secondo le previsioni degli esperti, diminuirà la popolazione e quindi l’influenza economica di Russia, Brasile, Giappone, Corea, Europa, Cina. Invece, invecchieranno di meno i Paesi che accoglieranno i migranti, come Stati Uniti (nonostante Trump) e Canada (con rifugiati disseminati nel Paese e sostenuti dalle comunità locali per evitare la ghettizzazione), oltre a India e Nigeria. Servirà però una «cultura dell’adattamento», con tanta «dignità, tolleranza e buonsenso». Insomma, aprire in modo intelligente le frontiere non significa solo essere compassionevoli verso fratelli più sfortunati, è anche questione di lungimiranza: politica, economica e sociale.

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