Se il calcio racconta un continente

Spagna-Italia, Portogallo-Olanda, Germania-Grecia sono quasi – ormai – come Juve-Milan o Napoli-Roma. Siamo della stessa nazione europea, siamo sullo stesso treno.
Tifosi di diverse squadre

Ogni due anni l’inizio dell’estate porta con sé il momento ludico del football: Europei o Mondiali, poco importa. Anche quest’estate 2012, tra crisi economiche e istituzionali, ci ha portato qualche serata di divertimento e patemi d’animo, esultanze e delusioni. «La palla è rotonda», pontificava Nereo Rocco, il paròn; «La palla è malandrina», gli replicava Gianni Brera, baùscia o casciavit, chi lo sa. Ieri come oggi. Ma questa volta qualcosa sembra cambiato.
Per questioni di orari di lavoro, mi sono ritrovato ad assistere a qualche partita della prima fase degli Europei in un bar del centro di Roma, tra romani “di sette generazioni” e turisti di passaggio: tedeschi, francesi, olandesi, ucraini… Rivalità sbandierate, ma anche grande fair play, grida di gioia per una rete della propria squadra e grida di disappunto per quella degli avversari. Alterne vicende umane. Poi strette di mano, pacche sulle spalle, birre condivise con sconosciuti, scambi di battute e incrociarsi di lingue improbabili. Con un’impressione di fondo: la cosiddetta “gente straniera” non è più tale, o perlomeno lo è molto meno di una volta.
Sarà la crisi economica che ci ha avvicinati nel sostenere la lotta al lievitare degli spread; sarà la simpatia provata per chi è più in difficoltà, addirittura il tifo per sostenerli, visto che l’Euro ci ha messi sulla stessa barca; sarà che le monete nelle nostre tasche sono uguali per un bambino teutonico o un vecchio lusitano (e quando le tiriamo fuori ci accorgiamo subito se nell’effigie c’è re Juan Carlos o Marianna); sarà che le compagnie low cost hanno reso più economiche le vacanze all’estero che fuori porta; sarà Erasmus che sposta ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze… Sarà quel che sarà, ma siamo più vicini di una volta. Forse ci conosciamo di più, anzi sicuramente è così.
 
Spagna-Italia, Portogallo-Olanda, Germania-Grecia sono così competizioni sportive, in cui mettiamo tutta la nostra passione, ma sono quasi – ormai – come Juve-Milan o Napoli-Roma. Siamo della stessa nazione europea, siamo sullo stesso treno. Ragioniamo in modo diverso rispetto a qualche anno addietro appena. E allora, cari governanti, Merkel-Hollande-Monti-Rajoy, tenetene conto: siamo popoli avvicinatisi, che si sono apprezzati, che hanno conosciuto e conoscono insicurezze e sofferenze simili. Siamo popoli che sanno apprezzarsi e prendersi in giro come fratelli, non più come nemici. Quindi aiutiamoci, cari governanti!
Tanto più che il mondo intero ci guarda. Siamo il continente che ha inventato il calcio, il football, e siamo ancora coloro che sanno inventare formule nuove per il gioco più bello del mondo. Il mondo ci guarda: non a caso il G20 messicano si gioca, pardon, si svolge in contemporanea con gli Europei. Il mondo continua a pensare che l’Europa è il luogo dove le idee prendono vita, la cultura e l’arte esplodono in mille forme. Il mondo continua a considerarci la culla della democrazia e del rispetto dei diritti umani, e lo fa anche inalberando le magliette di Ronaldo e di Balotelli, di Messi e di Ibrahimovic in piazza Tahrir, negli slum di Mumbai, nella ipertecnologica borsa coreana.
Non deludiamo il mondo, per favore.

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