Se fosse vera la notte

Uno sconosciuto poeta brasiliano che viene scoperto e pubblicato post mortem da colei che era stata il suo “mito” poetico, Sophia de Mello Breyner Andresen, altissima voce poetica del mondo lusitano. Se poi il poeta in questione è anche uno dei primi focolarini brasiliani, di quel piccolo gruppo che nel 1958 accolse l’Ideale dell’unità a Recife, possiamo proprio dire di aver materia per una avvincente narrazione, che ci ha coinvolto personalmente nella scoperta di questo poeta che in realtà è “un mondo unico e molteplice al tempo stesso”, secondo le parole di Sophia de Mello nella sua introduzione al volume portoghese As sombras de Olinda. Ma chi era Heleno Oliveira? Heleno Afonso Oliveira nasce nel 1941 nel Nord-Est del Brasile, precisamente a Santa Clara, nell’entroterra di Recife (Pernambuco). Suo padre Clarindo, bianco di origine europea, è uomo di fiducia dei latifondisti e ha un carattere rozzo e violento. Laura, la madre nera, è una donna colta, dai modi dolcissimi e raffinati, che proviene da una famiglia della buona borghesia. “Mai ho sentito le note del Cantico/ nelle preghiere di Laura e Clarindo./ Mai ho sentito i sospiri del corpo/ In quel bianco nero amore”. Sono versi di Clarindo, clarindo, poema pubblicato nel 1993 dall’Università di Belém. Heleno vi traccia il disegno di uno stridente connubio, di una tensione vissuta fin dentro l’anima, che tuttavia, come nella conclusione del poema, apre la porta alla salvezza: I vostri corpi/ intreccio di rovina e splendore/ schiariscono le linee storte/ accelerano la resurrezione”. Durante la breve stagione della rinata democrazia brasiliana, insieme ad altri ragazzi figli della borghesia colta, partecipa agli incontri dell’Azione Cattolica, che, organizzata sul modello francese, rappresentava allora una avanguardia progressista. Questa esperienza segna una sorta di preparazione per quello che si rivelerà l’incontro decisivo della sua vita. Heleno conosce alcune persone del Movimento dei focolari, che iniziava allora a muovere in Brasile i primi passi. È il 1958. Nel maggio 1961 Chiara Lubich compie il suo primo viaggio in Brasile, prima nazione extra-europea ad accogliere il suo messaggio. Heleno conosce la Lubich e ne riporta un’impressione molto forte: quella donna stava iniziando un’originalissima esperienza ecclesiale e si accostava con grande rispetto alla realtà culturale del Brasile, nella quale percepiva un’intima vocazione evangelica. Alle soglie della crisi religiosa, il Dio temuto e concepito nella sua irraggiungibilità si rivela a Heleno come amore infinito, misericordia, predilezione per i gli “ultimi”, i poveri, i diseredati, gli emarginati. Appena maggiorenne, Heleno consacra a quel Dio la sua vita nel Movimento dei focolari e sarà testimone e apostolo di una nuova manifestazione di Dio e del Vangelo, nel quale trova la profezia per il suo popolo. Nella poesia Veronica Anna esprimerà questa visione di una Sacra Scrittura “piena di rivelazioni, fatta perché i ricchi/ se ne andassero a mani vuote/ e per dire ai poveri la predilezione del Figlio/ che dava loro il Padre che è nei cieli/ ma che in terra non vuole/ la preghiera separata dalla giustizia”. Nel 1959 Heleno lascia la famiglia per vivere nel focolare di Recife. È tra i primi focolarini brasiliani. Si impegna anima e corpo nella fondazione delle comunità dei focolari in tutto il Brasile, da Recife, a Belém, a Porto Alegre. Nel frattempo a Belém vince la cattedra di letteratura portoghese. Negli anni Settanta, con i suoi studenti legge e analizza la poesia di Sophia de Mello e dei grandi poeti portoghesi del Novecento, ma anche i testi politici, censurati nel tempo della dittatura, di Chico Buarque o di Caetano Veloso; mette in scena spettacoli dei quali scrive i testi dove danza la gioia della liberazione nel Vangelo vissuto, testimoniando la figura di Gesù come “uomo-mondo”, capace di mettere in luce i semi di verità che ogni cultura e ogni uomo porta in sé. Ma l’avventura di Heleno non si ferma qui, la “mitica” Europa diviene dal 1983 la sua nuova patria, e come spesso avviene, i grandi distacchi fecondano l’immaginazione e l’anima genera poesia. Nella voce di Heleno non c’è tanto la nostalgia per la patria, quella saudade che – al di là dei luoghi comuni – qualcuno ritiene essere una cifra caratteristica della brasilianità, ma la sua poesia diviene cammino, ricerca e contemporaneamente diario di quel cammino e ricerca: in realtà Heleno cercava una nuova origine e da vero poeta del dialogo tra mondi diversi non si è fermato alla semplice costatazione critica dell’occidente opulento – elemento pur presente nella sua poesia – ma è stato in grado di cercare più a fondo: “Per questo non badai al mio dolore/ né al ricordo di lotte e del fiorino/ cercai il bianco nel verde marmoreo/ cercai in santi pittori e poeti”. (Firenze 1987- da Se fosse vera la notte). Questo poeta brasilianissimo, anzi nordestino, ha riattualizzato in tal modo il “mito” di Firenze ed è giunto contemporaneamente al cuore della sua poetica, della sua ricerca esistenziale e del carisma che ha vissuto per anni, trovando le parole per dire l’ “Anima”: “E di Firenze rimane solo anima./ Tutte le sue forme – anima./ Le personalità – anima./ Giambologna e Michelangelo – anima./ La leggerezza di Palazzo Vecchio – anima./ Lo stupore, la cupola, il battistero – anima./ (“)/ Firenze/ luna e giglio/ luce e norma/ fiore e forma/ spazio degli dei/ porto dei Tre/ Beatrice/ cauterio”. Dove Anima non è, lo si capisce subito, soltanto una dimensione intima, privata, ma è anche realtà collettiva, ecclesiale, agape, socialità e storicità redenta e quindi “estetica” e non estetizzante. Tra il 1983 e l’anno della sua morte, il 1995, Heleno divide la sua vita in un andirivieni tra Firenze e Lisbona, la città nella quale lavorava alla sua tesi di dottorato. E scrive. Scrive in portoghese e in italiano, traduce e si autotraduce. La mole dei suoi manoscritti riporta fedelmente un lavoro ininterrotto di varianti e rifacimenti in italiano e portoghese, una fatica di traduzione che non è soltanto linguistica ma diremmo esistenziale, culturale. Mia Lecomte, filologa, critico e poetessa, ha colto in questo poeta – che potremmo definire intrinsecamente “interculturale” – una straordinaria capacità di creazione del proprio codice, di dislocazione del proprio mondo poetico in una lingua altra, e ci ha chiesto di pubblicare le poesie italiane di Heleno, che sono adesso raccolte nel volume Se fosse vera la notte, edito da Zone Editore. La Lecomte – assieme a Francesco Stella e Armando Gnisci pionieri in Italia di uno sguardo attento alla dimensione umana e poetica della migranza – ha scelto le poesie italiane di Heleno per una nuova collana intitolata Cittadini della poesia. Siamo grati alla curatrice per una scelta che per quanto ci riguarda deve farci rendere consapevoli di quanto la testimonianza poetica di Heleno sia stata fedele a quell’idea di “uomo mondo” lanciata da Chiara Lubich già negli anni Settanta e che in questi tempi ha la forza di una provocazione e di una profezia. Ma occorrono persone che incarnino in vita e parole le profezie. I poeti, appunto, come Heleno. La morte, che ha posto fine alla sua parabola terrena, ci consegna quindi un semplice ma solenne compimento che negli ultimi anni egli esprimeva con le parole di Ugo di San Vittore: “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante, colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero”.

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