Scuole a costo zero

In molti istituti pubblici è richiesto un contributo economico volontario.
Scuola
Pagare 100-150 euro di “contributo volontario” l’anno. È quello che capita ai genitori di molte scuole italiane di ogni ordine e grado. I dirigenti spiegano che i fondi messi a disposizione dal ministero non bastano più, e che per questo sono costretti a chiedere alle famiglie dei loro alunni un contributo per mandare avanti la scuola. Senza, dicono, non ci sarebbero i soldi nemmeno per comprare la carta igienica, i gessi, i fogli per le fotocopie. In qualche caso si è perfino ricorsi alle lotterie o ad altre soluzioni creative pur di racimolare qualche soldo. Con la crisi in corso, però, alle famiglie pesano anche quelle poche decine di euro. Il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, è stato perentorio: «Sono assolutamente contraria, va evitata questa prassi un po’ lamentosa e in pochi casi giustificata. La scuola pubblica non deve costare». 

Ma i dirigenti scolastici rincarano la dose. Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), sottolinea la necessità dell’aiuto volontario per la sopravvivenza stessa delle scuole. Senza il contributo c’è il rischio di non arrivare al prossimo anno. Il ministro, però, non è d’accordo. È strano, a suo avviso, che alcune scuole chiedano i soldi alle famiglie e altre no. «Qui entra in gioco la capacità gestionale dei dirigenti – osserva la Gelmini –. Sicuramente c’è una rigidità nell’impostazione del bilancio, magari le scuole sono in sofferenza per le spese correnti e hanno residui attivi inutilizzati».

Il problema è reale. Molti istituti sono riusciti a contenere le spese e alle famiglie non hanno chiesto nulla. Può darsi che, dove si è fatta richiesta alle famiglie, i fondi non siano stati spesi bene, magari utilizzandoli improvvidamente per realizzare progetti imponenti al fine di guadagnare qualche nuova iscrizione o per pagare interventi esterni (supplenze, corsi di recupero, attività pomeridiane) non sempre necessari.

Qualche perplessità resta, però, circa la dichiarazione della Gelmini che una task-force del ministero si sta occupando del problema. «Sicuramente – afferma il ministro – per il prossimo anno dovremo stanziare risorse per le spese ordinarie, una cifra da quantificare, saremo nell’ordine di dieci milioni di euro». Calcolatrice alla mano, divisi tra le dieci mila scuole del Paese, i fondi si ridurrebbero a circa mille euro per istituto: «Una goccia nell’oceano», come ha sottolineato Rembado. Se a questo si aggiunge che alcune scuole sono creditrici nei confronti del ministero dell’Istruzione di alcune centinaia di migliaia di euro, non si capisce proprio come la task-force indicata dal ministro potrà far fronte al problema.

In ogni caso dopo aver visto docenti e precari lamentare le modalità d’intervento statale nei confronti del comparto scuola, ora è la volta dei presidi sottolineare i limiti della riforma o almeno di alcuni suoi aspetti. Il lato inquietante delle varie doglianze è che, comunque si affronti il problema, resta la sensazione amara che la scuola pubblica non debba costare. Soprattutto allo Stato.

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