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Italia > Economia e Lavoro

Scuola di economia civile: la scuola e il seme

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni


Sperimentare il contro-canto dell'economia civile sperando di essere ancora in tempo. Le ragioni della scuola inaugurata alla presenza del ministro del lavoro Giovannini

Scuola Economia Civile

«Mentre l’inondazione rompe gli argini e allaga i campi, i contadini sanno che devono salvare il seme». Stefano Zamagni, presidente del comitato scientifico, cita la saggezza di Giovannino Guareschi, suo conterraneo, per offrire un’immagine adeguata a illustrare la ragion d’essere della Scuola di economia civile (Sec) presentata durante i lavori di Loppiano Lab 2013 al Polo Lionello Bonfanti. La chiarezza espositiva del professore bolognese conquista sempre i suoi uditori e, se le parole hanno un senso, vuol dire che le reti di protezione (gli argini) non reggono più e rischiamo di rimanere sott’acqua mentre il raccolto è già andato perduto.   

È uno stato di fatto noto a tutti ormai: nella mattinata di venerdì è arrivata la notizia dell’annuncio fatto dal presidente dell’associazione dei comuni d’Italia, il sindaco di Torino Piero Fassino, che ha lanciato l’ennesimo allarme sull’impossibilità di pagare gli stipendi di fine anno ai dipendenti comunali senza l'arrivo di fondi dallo Stato. Esistono comuni come quello di Alessandria che sono già falliti, mentre l’estate che finisce col sole settembrino ha visto di nuovo centinaia di lavoratori davanti alle porte sbarrate delle fabbriche smantellate di nascosto.

Non accade tutto all’improvviso. Si stanno sperimentando sulla carne viva delle persone gli effetti di lungo termine dell’applicazione di un pensiero economico ritenuto, finora, infallibile o comunque senza alternative. Oggi non è più accettabile la costruzione teorica dell’economia fondata sulla riduzione dell’essere umano a soggetto anonimo mosso dal solo tornaconto personale. È un fatto che si dimostra con dati empirici e non ricorrendo a considerazioni moralistiche. Ma non si abbatte facilmente un dominio fondato sulla generale ignoranza delle questioni economiche affidate a presunti tecnici formati, invece, in certi think tank (pensatoi) ideologicamente orientati.   

Il “contro canto” della Sec è polifonico perché raccoglie espressioni storiche e consolidate come il cooperativismo toscano e trentino, grandi realtà popolari come le Acli, la finanza partecipativa della Banca etica e Federcasse e così via, assieme a studiosi che hanno coltivato o riscoperto l’originale impostazione di quell’umanesimo civile italiano, radice di un pensiero economico adeguato alla condizione umana fatta di relazione e legame reciproco.

Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti, Benedetto Gui e molti altri, girando l’Italia intera hanno avviato un percorso diffuso di formazione di base che ha permesso di scoprire parte di quanto esiste nel tessuto della società civile e responsabile tanto da poter avviare la formazione di una scuola di economia che, all’atto della nascita, ha ricevuto la visita del ministro del lavoro, Enrico Giovannini, che ha salutato l’evento con il motto «non è mai troppo tardi» propria del maestro Manzi, figura emblematica dell’alfabetizzazione di massa. 

Secondo il ministro, già presidente dell'Istat («la statistica – ha affermato – è una scienza dello Stato perché fornisce i dati necessari a governare la cosa pubblica»), occorre una nuova metrica per capire e agire coerentemente. Giovannini ha introdotto, infatti, l’indice Bes (benessere equo-sostenibile) accanto al Pil coerentemente con quanto operato quando è stato ai vertici del’Ocse, mostrando una conoscenza di tutte le contraddizioni che segnano la situazione italiana in cerca di soluzione: i dati allarmanti della disoccupazione e di chi non cerca il lavoro perché sfiduciato, la percezione del futuro pensionistico insostenibile per gli attuali precari, la decrescita della speranza di vita e molto altro ancora, per tratteggiare il profilo della «crisi più grave, in assoluto, della storia di questo Paese». 

E tuttavia il ministro ha ritenuto di dire che non si tratta di attendere la grande riforma risanatrice (da lui definita «il botto»), ma di operare pragmaticamente, come ha fatto il governo di transizione cui appartiene, con una serie di interventi mirati ed efficaci per cui non si possono non vedere segnali di ripresa. Considerando la ricchezza degli interventi puntuali degli altri relatori intervenuti, moderati dal giornalista de Il sole 24 ore Gianfranco Fabi, le tesi esposte sono state idonee ad avviare quell’attività di scuola che non può che partire dall’incontro con la società reale e quindi con docenti che non solo predicano, ma praticano bene, come ha affermato, introducendo i lavori, la direttrice della Sec, Silvia Vacca.

E proprio per partire dai segni della realtà, Luigino Bruni ha potuto offrire un criterio di lettura per capire perché la scuola nasce e trova sede principale nella Toscana patria dell’umanesimo civile, all’interno del Polo di quell’Economia di Comunione originata dallo sguardo sulla città ineguale di San Paolo del Brasile da parte di una donna formata in una terra intrisa di spirito cooperativo, attenta alla povertà come terziaria francescana e per l’esperienza diretta di deprivazione vissuta come effetto delle scelte coerenti della sua famiglia sotto la dittatura del ventennio in Italia. Una descrizione non convenzionale di quella Chiara Lubich che, come Bruni ha ricordato, trovandosi a New York dopo il crollo del muro di Berlino, ebbe la percezione dell’imminente abbattimento del muro del consumismo, inteso come espressione del capitalismo distruttivo palesato in tutta la sua forza disgregante negli anni successivi.

E intanto c’è chi semina.

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