Scorsese, stavolta ci siamo!

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In gergo calcistico lo chiamano effetto compensazione. Succede quando un arbitro fischia un rigore inesistente e poco dopo, per farsi perdonare, se ne inventa un altro assegnato in senso contrario. Alla 79ª edizione dell’Oscar deve essersi verificata una situazione pressoché analoga con i cinquemila giurati dell’Academy Award che per ben sei volte si sono sentiti rimproverare di aver trascurato le nomination di Martin Scorsese. Effetto compensazione anche al Kodak Theatre di Los Angeles? Fatto sta che questa volta Martin Scorsese ha preso i due classici piccioni con una fava: premio per il miglior film e miglior regia a The Departed. Lungi il sospetto che il duplice Oscar a The Departed (più altri due per la miglior sceneggiatura non originale e il miglior montaggio) sia immeritato. Tutt’altro, ma rimane la considerazione da fare ogni volta che le prime luci dell’alba chiudono la notte delle stelle: cioè che a soffiare nelle vele dell’Oscar sia un vento fatto prevalentemente di emozioni, di sentimenti e, perché no?, di risarcimenti. Quando non addirittura di ringraziamenti, di favori restituiti o di crediti da riscuotere. La più grande e potente industria dello spettacolo è fatta soprattutto di questo, non dimentichiamolo, e quando analisti e commentatori vogliono cercare nell’elenco dei premiati motivazioni politiche, sociologiche o culturali in grado di tracciare le nuove tendenze di Hollywood non pensano che la scelta di un film anziché di un altro è innanzitutto un voto di scambio per un lavoro effettuato o per la promessa di un altro in arrivo. Così vanno le cose e non c’è da meravigliarsene, né da scandalizzarsi perché la lunga vita dell’Oscar è una storia di vuoti oltre- ché di voti, di buchi clamorosi, con Chaplin in prima fila, rimasto sempre a mani vuote. Onore comunque a Martin Scorsese, che finalmente ce l’ha fatta, battendo sul filo di lana temibili concorrenti come Clint Eastwood (che ha scontato la doppietta messa a segno negli anni precedenti con Mystic River e Million Dollar Baby) e il suo Lettere da Iwo Jima, Alejandro Gonzales Inarritu (Babel) e Stephen Frears (The Queen). Un bel testa a testa anche fra gli attori, pure questa una categoria con esclusioni e sconfitte che lasciano qualche strascico polemico. Soprattutto per due attrici del calibro di Judi Dench e di Cate Blanchett, le straordinarie interpreti di Diario di uno scandalo, battute da Helen Mirren, protagonista di The Queen, e da Jennifer Hudson, che ha vinto la statuetta per la miglior attrice non protagonista con Dreamgirls. Più spianata la strada di Forest Whitaker (il quarto attore di colore a vincere la statuetta nella storia dell’Oscar) per l’interpretazione del dittatore ugandese Idi Amin Dada nell’Ultimo re di Scozia e quella del settantaduenne Alan Arkin come miglior attore non protagonista in Little Miss Sunshine. Contro la dirompente vitalità di Forest Whitaker non ce l’ha fatta un altro attore di colore, il pur brillante Will Smith, protagonista di La ricerca della felicità, la cui vittoria avrebbe portato lustro e rinnovata attenzione nei confronti del cinema italiano, visto che regista del film è il nostro Gabriele Muccino. Ma l’Italia esce comunque alla grande dalla 79ª edizione dell’Oscar edizione. Intanto per l’Oscar alla carriera assegnato a Ennio Morricone, le cui straordinarie colonne musicali hanno accompagnato la notte delle stelle, e per il premio ai migliori costumi vinto da Milena Canonero per Maria Antonietta. Terzo riconoscimento dopo Barry Lindon nel 1976 e Momenti di gloria nel 1982. Ancora due notazioni ed entrambe di sapore politico. L’Oscar per il miglior film straniero è andato al tedesco La vita degli altri, storia di un poliziotto dell’ex Germania Est che, incaricato di spiare un intellettuale, rimane colpito dalla sua figura morale, e quello per il miglior documentario a Una scomoda verità che racconta la crociata ambientalista dell’ex vicepresidente Usa Al Gore. Rilanciato per l’occasione nel pieno dell’agone politico.

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