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Italia > LAVORO

Scontro sulla delocalizzazione della Dm Elektron

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Tensione altissima vicino Udine tra la proprietà e i dipendenti che presidiano la fabbrica per evitare lo spostamento dei macchinari in Romania. Forse si apre uno spiraglio presso il Ministero dello Sviluppo a Roma

Foto dalla pagina FB DI Denis Giovanni dalla Libera( Cisl)

Per quanto ci siano stati dei passi avanti nei contatti tra le parti, non sono ancora giunte ad una soluzione le tensioni nate alla Dm Elektron di Buja (Udine). L’azienda, che produce dispositivi elettronici, versa infatti in stato di agitazione da venerdì 8 dicembre, quando una trentina di operai sui circa 150 hanno iniziato a scioperare presidiando l’ingresso.

Nodo del contendere è lo spostamento di alcune linee produttive verso lo stabilimento aziendale in Romania che, secondo gli operai, preluderebbe ad una vera e propria delocalizzazione in toto che li lascerebbe senza lavoro: denunciano infatti come già da un anno non vengano più effettuati i versamenti trimestrali ai loro fondi pensione, e non siano stati sostituiti – come era stato loro assicurato – i macchinari prelevati e trasportati in Romania lo scorso settembre; mentre una sessantina di dipendenti sono in ferie forzate. Così come hanno denunciato un totale silenzio da parte della proprietà alla richiesta di spiegazioni, che li ha spinti a questa azione.

La situazione era infatti stata inizialmente caratterizzata da una mancanza di confronto pressoché totale tra le parti: che è sfociata in una vera e propria dimostrazione di forza lunedì 10 dicembre, quando una trentina di poliziotti sono arrivato davanti alla Dm Elektron per sgomberare i manifestanti e consentire l’ingresso di alcuni camion – che a detta della proprietà dovevano prelevare del materiale da spedire, mentre gli operai temevano che portassero via altra strumentazione.

Un’azione stigmatizzata non solo dai presidianti stessi, ma anche da diversi esponenti del mondo politico: l’assessore regionale al Lavoro, Alessia Rosolen ha dichiarato che «si fatica a comprendere quali siano i gravi motivi che hanno spinto la proprietà dell’azienda a richiedere l’intervento della Polizia. La Regione ha convocato un tavolo, garantendo disponibilità sia ai lavoratori che all’impresa. Quindi perché ricorrere a metodi che rischiano di alimentare sospetti? Non si poteva aspettare qualche ora e fare chiarezza prima di forzare la mano?».

Solidarietà è stata espressa anche da diversi sindaci del territorio, parlamentari eletti nella circoscrizione, mentre Debora Serracchiani – ex presidente della Regione, ora deputata – ha lanciato un appello al ministro Di Maio affinché porti il caso al Mise.

Anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, ha chiesto alla proprietà «di assumersi l’impegno di mantenere i livelli occupazionali a Buia: un importante segnale di apertura, cui sono certo le parti sindacali faranno seguire le opportune azioni per riprendere la piena operatività dell’impianto».

E in effetti il tavolo c’è stato, nonostante fossero inizialmente circolate voci di indisponibilità della proprietà. Un incontro di cui l’assessore regionale alle Attività produttive, Sergio Emidio Bini, ha tracciato un bilancio positivo nell’ottica della conciliazione.

L’amministratore delegato Dario Melchior, da parte sua, ha rotto il silenzio per rispondere alle accuse che nelle prime ore gli erano state rivolte – tra cui quella di aver riso durante lo sgombero: ha assicurato che il 19 di questo mese verranno sostituiti i macchinari portati in Romania, di non voler delocalizzare né licenziare ma riorganizzare la produzione; e ha stigmatizzato l’atteggiamento di alcuni degli operai, a suo dire strumentalizzati, che sono arrivati ad insultarlo precludendo ogni possibilità di confronto e creando un pesante danno d’immagine all’azienda.

Un passo avanti che ha quantomeno rotto il silenzio tra le parti, ma che non è bastato a rassicurare i lavoratori, che chiedono di poter visionare un piano industriale dettagliato per il futuro dell’azienda. Si è così arrivati ad un secondo incontro nella serata di martedì 12 dicembre (annullato in un primo momento a causa di ulteriori tensioni) e ad un terzo mercoledì – sempre tra Regione, azienda e rappresentanti dei lavoratori –, mentre il presidio fuori dall’azienda è rimasto attivo e il caso è giunto anche sui media nazionali. Nessuno di questi incontri ha purtroppo portato ad una formalizzazione degli impegni sul fronte del mantenimento dei livelli occupazionali; è tuttavia arrivato un segnale di attenzione da parte del governo, che ha accettato di convocare un tavolo al Mise.

L’auspicio è che il confronto prosegua e sortisca effetti in tempi non troppo lunghi; ma la preoccupazione rimane palpabile in una Regione che, per la sua posizione geografica, ha sempre guardato ad est – anche quando c’era e c’è da delocalizzare; e che quindi è particolarmente sensibile a questi temi, avendoli già toccati con mano. Tanto che le rappresentanze sindacali non hanno esitati ad usare toni forti: il segretario generale Fim Cisl Marco Bentivogli ha parlato di «atteggiamento seicentesco e padronale di fare azienda che non accetteremo mai».

Sulla questione delocalizzazioni vedi approfondimento sul numero di marzo 2018 di Città Nuova.

Riproduzione riservata ©

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