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Cultura > Felicemente

Sconfinare, sconfinati, confinarsi

di Angela Mammana

- Fonte: Città Nuova

Nelle relazioni umane, i limiti ci parlano della nostra storia e del modo in cui abbiamo imparato a rapportarci in famiglia. Perciò, quando entriamo in contatto con altri diversi da noi possiamo sentirci invasi o diventare noi degli “invasori” nei loro confronti

Foto Pexels

Quando pensiamo alle guerre capiamo molto velocemente cosa si intenda per confini. Tutti i giorni ascoltiamo i conflitti accesi per un’invasione territoriale. Oltrepassare determinati spazi determina immediatamente difese e attacchi armati. Conosciamo bene quando attraversiamo una regione i cartelloni che indicano la fine di un paese e l’inizio di un altro. Lo stesso non avviene spesso per la nostra persona. A volte, ci sono gesti fatti senza permesso che passano in modo inosservato. È possibile però che alcuni fatti ci facciano venire il mal di pancia, o ci sentiamo arrabbiati e infastiditi per qualcosa, a volte non sappiamo definire cosa (nulla di apparentemente eclatante). Eppure, c’è il campanello d’allarme attivato! Forse sono stati violati i nostri confini e non ne abbiamo piena consapevolezza.

A me capita spessissimo durante le sedute di psicoterapia di ascoltare momenti di rabbia per fatti che sembrano piccoli, ma altamente significativi dove è avvenuto uno sconfinamento. Può esserci capitato di aver subito un’invasione o di essere stati anche noi invasori. Ciascuno di noi ha dei confini! Qualche esempio pratico di come – da adulti –  possono essere invasi:

  • Rispondere ad una domanda al posto di chi è stato interpellato.
  • Spiare il telefono di qualcuno.
  • Dare pareri e consigli che non sono stati richiesti.
  • Toccare l’altro senza aver chiesto il permesso.
  • Scrivere ad una persona a qualsiasi orario.
  • Approfittarsi degli altri.
  • Provare a convincere qualcuno.
  • Decidere qualcosa al posto di un altro.

Potremmo continuare l’elenco. Ciascuna persona è libera di scegliere e di fare a modo proprio. Il corpo innanzitutto è la nostra casa e il perimetro che ci delimita è fatto di pelle, costituisce il primo spazio di confinamento. Poi, i confini non sono solo fisici, ma anche psicologici emotivi e affettivi. Il primo luogo dove si strutturano sono la famiglia di origine e il contesto nel quale si vive, dove il nostro corpo cresce e cambia.

In particolar modo durante l’adolescenza, con i cambiamenti della pubertà e la strutturazione del carattere, i ragazzi hanno bisogno di essere visti, fanno delle domande tra le righe e inconsapevolmente: “Mi vedi? Mi accetti per come sono? Sono diverso da te e ho bisogno che tu mi riconosca!”.

Queste le parole non dette di un ragazzo ad un genitore. Hanno bisogno di sentirsi visti e di definirsi. Se questo processo funziona bene si avranno sufficienti confini psicologici, diversamente si farà molta fatica e ci vorranno altri contesti dove poterli ristrutturare come quello della relazione terapeutica.

Possiamo agevolarli anche nei piccoli gesti a casa, chiudendo le porte e bussando. Chiedendo all’altro cosa gli piacerebbe. Chi ha dei confini deboli è spesso tendente alle dipendenze affettive e potrebbe scambiare l’invasione del partner con un interesse autentico. Per fare qualche esempio: quando viene chiesto di non ospitare nessuno in casa per gelosia, oppure di vestire con un certo stile, oppure di comportarsi in un modo diverso. Questo non è interesse, è possesso, è stato superato un confine di libertà e autonomia.

Al polo opposto chi irrigidisce troppo i confini tende a isolarsi. Dunque, sono una protezione fondamentale come la pelle che ci difende dagli agenti esterni e non sono neanche muraglie messicane. Sono limiti preziosi, porte che si aprono con il permesso, libertà che si conquista nel rispetto reciproco, dando valore a sé stessi e agli altri.

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