È scomparso Kobe Bryant, il campione innamorato del basket

Deceduto in un incidente mortale in elicottero il quarantunenne Kobe Bryant, uno dei campioni più forti di tutti i tempi della pallacanestro: un’ondata di choc ha pervaso il mondo dello sport e non solo…

Una delle più note leggende del basket di tutti i tempi, Kobe Bryant, è deceduto a 41 anni a bordo di un elicottero precipitato a Calabasas, nella Contea di Los Angeles, in California, nella serata di domenica 26 gennaio. A perdere la vita con lui, oltre al pilota, tutti gli altri otto passeggeri, tra i quali la figlioletta Gianna. Mentre le cause sono ancora da chiarire, la morte di questo straordinario campione associa lo sgomento a una diffusione del dolore pressoché planetaria, data la rilevanza evidentemente in grado di trascendere il campo sportivo.

L’Italia nel cuore… e la magia del canestro
Nato nel 1978 a Philadelphia, il piccolo Kobe visse in Italia dai 6 ai 13 anni, seguendo il padre Joe, cestista a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Maturò con il nostro Paese un rapporto familiare: «Sono cresciuto qui – rivelò durante un’intervista a Radio DeeJay. – Questo Paese resterà per sempre nel mio cuore». Appassionato di calcio e grande tifoso del Milan, già da bimbo divenne una sorta di idolo dei tifosi delle squadre in cui militava il padre, perché nell’intervallo delle gare tirava a canestro sbagliando raramente. Il nonno, dall’America, non mancava di inviargli le videocassette dei più grandi cestisti: Magic Johnson e Michael Jordan, perché imparasse… Ed eccome se imparò. Lo fece talmente bene da esordire nell’Nba senza nemmeno fare il passaggio nel campionato universitario, via canonica per tutti i grandi del basket Usa. «Non l’avevo detto a nessuno ma, dentro di me, ne ero convinto: sarei diventato il giocatore più forte del mondo».

Una carriera scintillante
Volto sempre sorridente, fare bonario e amichevole, fu scelto dai Charlotte Hornets per passare subito a quei Los Angeles Lakers che non avrebbe mai più lasciato e che avrebbero poi ritirato in un colpo solo le sue due maglie: la 8 e la 24 (la prima era il suo numero a scuola, ma non disponibile all’arrivo ai Lakers), indossate da Kobe nei suoi 20 anni di carriera con i gialloviola. Intanto, sposatosi giovanissimo con la moglie Vanessa, chiama rispettivamente Bianca, Natalia, Gianna e Capri le sue quattro figlie: nomi italiani, come la lingua che ancora ricordava e parlava… Diventato il più giovane giocatore dell’All Star Game (a 19 anni e 175 giorni) l’8 febbraio 1998 e il miglior realizzatore con 280 punti, risulta il più giovane giocatore ad essere stato scelto nel NBA All-Rookie Team (1996-97), nonché il più giovane giocatore ad avere segnato 33mila punti e quarto miglior realizzatore di sempre in Nba.

Filosofia e soprannomi di un mito
81 punti in una sola gara; cinque titoli Nba; due ori olimpici. Kobe Bryant, più che una stella assoluta, è divenuto per tanti sportivi una vera e propria filosofia di vita. Lo psicologo George Mumford, che lavorò con lui e Michael Jordan, rivelò: «è la loro inattaccabile sicurezza di sé a collocarli in una categoria a parte». Da giovane, Kobe venne soprannominato Showboat, nel senso di esibizionista, dal grande Shaquille O’Neal, che proprio non lo amava, mentre Black Mamba se lo diede da sé pensando ad uno dei più velenosi serpenti al mondo (i cinefili ricorderanno l’intramontabile pellicola “Kill Bill” di Quentin Tarantino): va a segno nel 99% dei casi, veloce e a ripetizione. L’11 settembre 2001, quando mancavano due mesi all’inizio della stagione, era in palestra fra le 5 e 30 e le 6 del mattino, perché quella che poi passò alla storia come la sua “Mamba mentality” voleva così: «Fa’ quello che ti piace di più al massimo. Fallo cercando di essere il migliore di tutti, sempre, e segui tutte le strade lecite per diventarlo: quando fai la cosa che ami di più, l’ossessione è naturale».

“Mister 81” se lo meritò per una sua epica quantità di punti realizzata sul campo ma, prima di diventare un drammatico hashtag diffusosi subito dopo l’incidente mortale, #MambaOut divenne invece il titolo del suo addio mozzafiato alla fine di una stagione favolosa, suggellata da una partita finale in cui segnò 60 punti, dopo la quale scrisse una lettera d’addio talmente bella da diventare un cortometraggio premiato con l’Oscar: «Sono pronto a lasciarti andare. Sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati, bidone della spazzatura nell’angolo, 5 secondi da giocare. Palla tra le mie mani. 5… 4… 3… 2… 1… Ti amerò per sempre, Kobe».

Addio campione
Il “secondo tempo della sua vita”, ha twittato Barack Obama, è stato pieno di attività benefiche e di iniziative a favore dei giovani, ai quali spesso Bryant ripeteva: «Se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te». Una risposta forse sufficiente per i tanti che gli chiedevano il segreto della sua quasi proverbiale invincibilità. Ma di invincibile, nella vita, non c’è nessuno e, a volte, a ricordarcelo sono tragedie che riscrivono le aspettative di tutti noi senza preavviso, rammentandoci quanto sia tutto donato e nulla dovuto o scontato.

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