Scolpire col fuoco

È cinese, è scultore, e sa l’arte del dialogo. Lau Kwok Hung a Loppiano.
Lau Kwok Hung
La sua ultima opera è un grande volto che si erge su uno sfondo di alberi. Più che una scultura, sembra un disegno tridimensionale fatto di linee dove predominano i vuoti, e per questo si fonde quasi con la natura circostante, di cui sembra rappresentare l’anima. Lau Kwok Hung ha realizzato all’aperto questa ed altre sculture. Ma il suo vero laboratorio ha sede a Loppiano, la cittadella dei Focolari, dove ho modo di ammirare le sue originali creazioni nate dalla fiamma ossidrica a contatto con verghette di metallo. Ed è proprio lì che m’intrattengo con l’amico.

 

Hung, la tua vocazione artistica risale alla prima giovinezza o è maturata più tardi?

«Io credo al detto: artisti non si diventa, ma si nasce. Quanto a me, già quando avevo sei anni praticavo la calligrafia con passione, ricevendo l’apprezzamento dei miei maestri. Più tardi – ormai vivevo qui a Loppiano – facendo disegni e lavori grafici ho coltivato questo talento artistico presso il Centro Azur, per poi entrare a far parte del Gen Rosso: danzare su un palco è stata un’esperienza nuova per uno piuttosto timido come me, una possibilità di esprimermi in un altro campo. Contemporaneamente, studiavo all’Accademia delle Belle Arti a Firenze per acquisire una cultura artistica di base».

 

E dopo gli anni passati al Gen Rosso, una volta conseguito il diploma dell’Accademia?

«Immaginavo aprirsi per me una strada dorata, quella dell’arte, che mi avrebbe condotto chissà dove. Mi sbagliavo. Ho trascorso otto anni nelle Filippine, a fare il dattilografo: era un lavoro monotono, ripetitivo che non aveva niente a che fare con l’arte. Ma aveva il senso di fare un atto d’amore verso una persona, conseguentemente alla mia scelta di essere focolarino,. L’ho presa anche come una sfida da parte di Dio: se sei un vero artista, potrai esprimere le tue doti anche attraverso una macchina da scrivere (non c’erano ancora i computer). Così mi sono messo a scrivere articoli per New City  oltre a curarne la grafica. E come negli spettacoli col Gen Rosso cercavo di dare il meglio di me stesso, così davanti a quelle pagine bianche mi sforzavo di raggiungere, scrivendo o curando l’impaginazione, la stessa perfezione per amore di un pubblico – quello dei lettori – stavolta invisibile. Da un’esperienza umanamente poco gratificante, insomma, ho imparato molto su cosa voglia dire essere artista».

 

Cos’è successo dopo quegli otto anni nelle Filippine?

«Mi sono trasferito a Montet, la cittadella svizzera dei Focolari, dove ho ripreso a fare ciò per cui in fondo mi ero formato: scolpire. Ma dopo tanti anni di inattività, non era facile ricominciare. Un giorno però, osservando fare una riparazione col cannello ossidrico, sono rimasto affascinato dallo spettacolo di due verghe di ferro grosse come dita che alla temperatura di 3000 gradi venivano saldate insieme all’istante. Questo strumento dal potere creativo straordinario, il fuoco, non poteva sostituire gli strumenti usuali di uno scultore? Pagato il prezzo di diverse bruciature, ho cominciato a diventare amico di questo fuoco  e ben presto a sviluppare un mio modo di fare arte che si è rivelato molto promettente. Fra l’altro, col metallo e col fuoco si può realizzare qualsiasi forma che sfidi la gravità».

 

La tua ricerca artistica dove t’ha portato ancora?

«Più tardi, scavando nel mio vissuto, ho ritrovato la mia personale radice in quanto cinese, che è quella della calligrafia, e mi sono concentrato sul suo straordinario potere creativo che si estrinseca in linee dinamiche serpeggianti. Sempre sono stato affascinato dalla calligrafia, che è poi l’arte suprema della Cina, la cui bellezza hanno apprezzato anche gli impressionisti e altri grandi artisti occidentali come Joan Mirò e Picasso. Tuttora faccio pratica quotidiana, per mezzora, di questa disciplina millenaria, traendone stimoli per la mia scultura».

 

Una volta scoperte le nuove possibilità di fare sculture col ferro e col fuoco, cos’ altro è successo?

«Ancora una volta ho “lasciato le reti” come i discepoli per seguire la chiamata di Gesù: in altre parole, sono stato chiamato per un altro compito in Corea, dove per sette anni mi sono occupato d’altro, prima di fare ritorno a Loppiano, dove mi trovo attualmente. È stato per espresso desiderio di Chiara Lubich che ho ripreso a fare lo scultore. Lei ha sempre creduto nella mia vena artistica e m’ha incoraggiato ogni volta che ho potuto incontrarla, interessandosi ai minimi aspetti legati al mio lavoro: da quello economico alle cautele per proteggermi dal fuoco. Anche adesso, sento che lei continua a starmi vicino, a ispirarmi».

 

Dai tuoi studi sull’arte europea e in particolare italiana, hai tratto spunti, suggestioni per le tue opere?

«Certamente. Michelangelo, soprattutto, per le sue linee e le sue forme, ma anche per il suo vissuto (il tormento e l’estasi) è per me un modello. Dicono per esempio che nei miei lavori si cogliel’aspetto del “non finito”. È un concetto che ho preso appunto dal Michelangelo dei Prigioni, ma anche dal disegno preparatorio ad un pittura o ad una scultura, questo abbozzo di poche linee rapide, spesso tracciate senza particolare cura. È quello che io definisco il san Giovanni Battista che apre la strada, annunciando l’arrivo di qualcun altro più grande di lui: quindi uno strumento umile, che però al tempo stesso ha una sua bellezza».

 

Nelle tue sculture dai anche molta importanza alle mani…

«Le mani sono un po’ la geografia di un’anima, esprimono il vissuto. Nella storia dell’arte le mani gesticolano a volte o assumono atteggiamenti retorici. Io preferisco invece rappresentarle legate a un mestiere, come puoi notare nelle mie sculture di musicisti, intente ad operare qualcosa».

 

Ricorrente è il tema del viaggio: i cammelli, le giunche…. Viaggio che prelude all’incontro tra popoli, a scambi non solo commerciali, ma anche culturali.

«Il viaggiare è insito nella mia cultura La Via della seta il cui punto di partenza era Chang’an, una delle antiche capitali della Cina, è una realtà intima ad ogni cinese, per la consapevolezza di aver dato in qualche modo un contributo a questa grandiosa storia di scambi tra Oriente ed Occidente, che può definirsi anche come l’inizio della moderna globalizzazione nel senso positivo. La Via della seta è simbolo per me di ogni persona cosciente di essere un dono per gli altri. Annualmente faccio ritorno in Cina non solo perché coinvolto in eventi artistico-culturali, ma anche per essere questo dono senza frontiere, ravvivando così il simbolismo della Via della seta».

 

Un altro capitolo sono i workshop nei quali proponi ai bambini di svolgere attività artistiche e calligrafiche.

«Proveniente da una città che ha un passato coloniale e in Occidente da tanti anni, ho vissuto sulla mia pelle le difficoltà di un vero dialogo verso il mondo non occidentale. Finché ho capito: perché recriminare per il buio quando si potrebbe accendere una candela? Col desiderio, da allora, di lavorare per le future generazioni, per quando dipende da me, ho realizzato nel 2005 il primo di questi workshop. L’entusiasmo con cui hanno reagito i bambini mi ha incoraggiato a proseguire anche in altri Paesi, mediante questi workshop, la diffusione di una cultura della reciprocità. Coinvolgendo non solo i giovanissimi, ma anche adulti, con lusinghieri risultati».

 

Vivendo in questa cittadella, hai la possibilità di moltissimi contatti con il pubblico. Quali commenti fa in genere la gente davanti alle tue sculture?

«Dialogare con la materia mi insegna anche l’arte del dialogo con le persone. Dai bambini agli adulti, dagli esperti d’arte alle persone meno preparate in questo campo, sono ormai migliaia i visitatori passati per il mio atelier, da cui molto spesso mi son sentito aiutato nella mia ricerca di verità. Vedere persone commuoversi, anche non vedenti gioire dopo aver toccato qualche mia opera, è il mio compenso alla fatica che m’è costata. Senza contare personaggi particolari come il regista Ermanno Olmi, che ha fatto un’osservazione interessante: “Tu esprimi le cose come sono, nella loro semplicità e verità, non ricerchi l’effetto, come purtroppo fanno tanti altri artisti che attingono qua e là per decorare sé stessi, per dire ciò che loro stessi non sono e spiegare ciò che non sanno”».

 

In cosa si distingue – se si distingue – un artista focolarino dagli altri? Mi riferisco al fatto che a volte si sente parlare di “arte collettiva” a proposito di quella scaturita dal carisma dell’unità…

«Certamente, se c’è la possibilità di confrontarsi con altri con i quali si condivide lo stesso ideale, perché no? Ma rimango perplesso, a volte, quando vedo i risultati di un’opera del genere. Lavorare in équipe non garantisce un prodotto autenticamente artistico in assenza di un vero talento, non è automatico. Viceversa ci sono artisti che nella solitudine hanno saputo produrre opere eccelse, universali. Recentemente, con un ateo ho fatto un’esperienza di lavoro in équipe dove l’affiatamento raggiunto è stato notevole. Evidentemente con lui non potevo tirare in ballo la religione. Per questo io preferisco usare la parola “verità”. E questa ricerca di Dio verità coincide anche con Dio bellezza e bontà. A patto però che sia vero, vero con me stesso. Se cerco di andare avanti nella mia strada con tutte le difficoltà connesse, credo che la risposta la troverò vivendo».

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