Schedato dalla Stasi

Gli anni rischiosi vissuti nell'oltrecortina da un medico italiano.

È secondogenito di undici figli d’un padre ufficiale in tempi di guerra. Se il buongiorno si vede dal mattino, da quanto Giuseppe Santanché va raccontando di sé sin dagli anni giovanili, si può comprendere di quale tempra sia l’uomo. «Sono nato – inizia – ad Ascoli Piceno, da una buona famiglia di antica tradizione cristiana. Mia madre morì quando eravamo ancora piccoli. Mio padre allora si trovava a Krionero, in Albania, al comando di un reggimento di fanteria. Fu richiamato ad Ascoli e gli fu dato il comando militare della provincia».

Non aveva ancora finito il liceo che scoppiò la Seconda guerra mondiale. Nelle operazioni militari che seguirono le vicende del settembre 1943, suo padre fu ferito dai tedeschi che avevano attaccato la caserma per disarmare il presidio. Vi furono vittime, ma gli attaccanti furono respinti. Dopo qualche settimana, il tribunale fascista condannò a morte il colonnello Santanché per resistenza agli alleati tedeschi, assieme ai suoi due figli maggiori, Gioacchino e Giuseppe, perché renitenti alla leva.

I due giovani si rifugiarono in una grotta nell’Appennino umbro-marchigiano, mentre il resto della famiglia fu accolto da un amico avvocato nel maceratese.

«Su quelle montagne – racconta – era in azione una banda di partigiani. Ci accolsero e ci armarono. Un giorno fummo scoperti da sei soldati di un battaglione della Wehrmacht, mandati in montagna a setacciare nemici e… mucche. Si arresero dopo un breve scontro. Per una settimana li tenemmo sott’occhio e, senza averne abbastanza per noi, davamo loro da mangiare e da bere. Il pastore umbro che si era unito a noi andava ripetendoci che era necessario farli subito fuori, ma noi, compreso il comandante, non eravamo d’accordo: non volevamo uccidere. Il pastore se ne andò. I prigionieri capirono di potersi fidare di noi e iniziarono a darci una mano nei piccoli servizi quotidiani.

«Quando ci giunse la notizia che Ascoli era stata liberata, ci mettemmo in marcia per tornare a casa. Lungo il percorso, si aggregavano a noi altre bande che non avevamo mai visto! Passato il pericolo fascista, tutti si dicevano partigiani, ma noi soli avevamo la prova di esserlo veramente: avevamo i prigionieri!». Furono accolti in città come eroi. Con l’armistizio iniziava, sia pur faticosamente, il ritorno alla normalità. «Mio padre fu inflessibile: dovevamo finire gli studi. Mi preparai per l’esame di maturità e finalmente ottenni la licenza liceale. Mi iscrissi alla facoltà di medicina a Torino».

 

In quegli anni, un incontro apparentemente fortuito cambiò radicalmente la sua vita. «Una sera – racconta – mia sorella Luisa, che si trovava in quel periodo a Torino, mi chiese di accompagnarla in corso Dante al focolare di alcune ragazze. Io feci qualche obiezione, ma a Luisa non si poteva dire di no. Vi tornai ancora altre volte, e conobbi anche i giovani che abitavano in via San Domenico. Ho imparato da loro a sbucciare le patate, a servire a tavola. Per me fu un ribaltamento di vedute. Eppure non era nuova la visione di Dio come amore, del prossimo come “altro sé”. Nuovo era lo sforzo di imparare a tradurla nella vita di tutti i giorni».

Il suo banco di prova fu nel luogo di lavoro. «Svolgevo – prosegue – il mio servizio militare come ufficiale medico responsabile di reparto. Quando attraversavo la corsia, ero in genere sommerso dalle richieste più disparate. Chi chiedeva di telefonare, chi aveva bisogno di acqua o di qualcos’altro. Io mi limitavo a dare ordini al soldato di guardia. Ma sentivo forte in me il contrasto con ciò che avevo visto fare in corso Dante e in via San Domenico, le vie dei due focolari. Una mattina, cadde inavvertitamente il portafoglio dal giubbotto del soldato che stavo visitando. Mi chinai a raccoglierlo. Sentii addosso gli sguardi di tutti, infermieri e pazienti. Ma da tutti quel gesto fu compreso, se non apprezzato».

Nel 1951, Giuseppe si trasferì a Roma. «Avevo allora 28 anni, e pur essendo piuttosto impegnato nella vita del movimento, allora agli inizi nella capitale, non avevo mai incontrato Chiara di persona. La conobbi nell’ospedale dove lavoravo, quando venne a trovare una focolarina che aveva subito un intervento chirurgico. Ero curioso di conoscerla. Mi trovavo accanto al letto dell’operata, quando arrivarono due signorine. Entrambe mi fecero un’ottima impressione: eleganti, spontanee e semplici allo stesso tempo. Ma una in particolare mi colpì per le attenzioni, la delicatezza, l’interesse affettuoso nei confronti dell’ammalata. Era Chiara.

Dopo qualche settimana, il dott. Santanché si recò in via Tigré, dove Chiara abitava, e le comunicò il suo desiderio di vivere anch’egli in focolare. «Lei mi parlò con franchezza: “Non siamo ancora approvati dalla Santa Sede – disse –. Io vivo con la valigia sempre pronta. Se lo desideri, va’ pure in piazza Lecce (l’abitazione dei focolarini), ma se vedi che questa vita non fa per te, torna a casa. Impara a vivere anche tu con la valigia sempre pronta”».

 

Quelle parole avrebbero segnato gli anni a venire. Con la “valigia sempre pronta”, Giuseppe avrebbe percorso, e non solo in senso spirituale e metaforico, le rotte di un’avventura dai contorni leggendari, anche se avvenuta in quella straordinaria normalità tipica di chi ha scelto Dio come guida della propria vita. 

Avrebbe infatti fatto parte del primo drappello di focolarini che, proprio in qualità di sanitari, nei primi anni Sessanta si stabilirono nella Germania orientale. Da lì, lo spirito dell’unità e della fraternità sarebbe penetrato nel resto del Blocco sovietico, dalla Polonia all’Ungheria, alla Cecoslovacchia, nell’Urss, sino alla Siberia e alla Mongolia.

Santanché fu un pioniere di questa penetrazione. «Circostanze provvidenziali – racconta – avevano fatto sì che potessimo entrare come medici, addirittura con il consenso esplicito dello Stato. Vista la penuria di sanitari che affliggeva le loro diocesi, alcuni vescovi dell’allora Ddr ci invitarono a recarci nel loro Paese. Nessuno che avesse buon senso voleva andare là. Fummo in dieci a prendere la via dell’Est. C’era anche Natalia Dallapiccola, la prima compagna di Chiara, entrata nella Ddr come “governante” della dottoressa tedesca Margareth Frisch, anche lei focolarina».

Ora che il muro di Berlino è crollato, è difficile imaginare i tempi della “guerra fredda”. «Quando, rispondendo alla mia tacita domanda, il 13 maggio 1961 passai – dice – nell’Oltre, il “muro” non era stato costruito: sarebbe stato eretto qualche mese dopo in due giorni, nell’agosto di quello stesso anno: passammo appena in tempo! C’era tuttavia un confine invisibile, ma altrettanto solido, che divideva le zone occidentali dalla zona di occupazione sovietica. Assieme ad Enzo Fondi, altro focolarino medico, entrai da una porta secondaria della stazione metropolitana; attraversammo il corridoio piantonato da agenti armati e arrivammo in una sala con bandiere e striscioni per farci ispezionare le valigie e passare al controllo i passaporti. Friedrichstrasse era il posto di blocco da cui passavano gli stranieri e i cittadini di Berlino occidentale. A venti metri di distanza, dall’altra parte della stazione, si entrava veramente in un altro mondo».

Per anni, quel confine fu attraversato da Santanché e compagni periodicamente. «Nei lunghi trent’anni – continua – in cui avemmo consuetudine con quel confine, i doganieri si meravigliavano spesso del nostro atteggiamento sereno e amichevole nei loro confronti. Forse a loro sembrava leggerezza o spavalderia, forse qualcuno notava che il nostro interesse per loro era reale e sincero, chissà… Ricordo una volta, dopo cinque o sei mesi che ci vedevano passare, ed evidentemente sapevano della mia professione, un poliziotto mi pregò di visitare una signora che si era sentita male. Rimasi un’ora ad assisterla, sorvegliato da una guardia. Davanti alle necessità di una malata era scomparsa l’atmosfera di sospetto, e fumammo insieme una sigaretta, attendendo l’autoambulanza. Chiusa la parentesi, tornò il freddo gioco di ruoli tra “guardie e ladri”».

Vivere da spiati, insomma, mi pare di capire, era nel conto di chi passava il Muro. «Ogni tanto – conferma – avevamo la prova di essere sorvegliati. E adesso che gli archivi della Stasi sono stati aperti, e il ministero degli Interni tedesco ha messo a disposizione gli atti, sappiamo con certezza di essere stati indagati sin dal 1962-63. Gli agenti riferivano ad un ufficio creato appositamente per noi alle dipendenze del capo della Stasi. L’accusa ufficiale era di “formazione di gruppi antistatali”. Sappiamo anche di essere stati prosciolti da quest’accusa solo nel 1986, dopo ventisei anni di controlli e un’ultima indagine a Erfurt. A firma di un certo maggiore Herbig, possiamo leggere: “Il Movimento dei focolari è una associazione della Chiesa cattolica. I suoi componenti si propongono di vivere ed agire secondo la fede cristiana. Si distinguono per gentilezza, ottimismo, fiducia e misericordia. Il movimento ha puro carattere umanitario”. Allora, e solo allora, la Stasi di Berlino dichiarò formalmente che i Focolari erano una organizzazione umanitaria che poteva essere assolta dai sospetti».

Ora, a vent’anni dal crollo del “muro”, affiorano dai testimoni diretti i brani di una storia ancora tutta da scrivere: quella dei Focolari nell’Oltre. 

I più letti della settimana

I premi Nobel 2022

CnWeek 2022, scopri il programma

35 ragazze hazare trucidate a Kabul

Dalla vendetta al perdono

Simple Share Buttons