Scarpe numero 42

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Gesù, dammi un paio di scarpe numero 42 per te in quel povero. Così aveva pregato Chiara Lubich, fiduciosa di essere esaudita, nella chiesa di Santa Chiara. Eppure, accontentare quella richiesta fattale da un povero risultava quasi impossibile nella Trento del 1944, dove c’era penuria di tutto per il flagello della guerra. Quand’ecco che, uscendo dalla chiesa, Chiara s’imbatte in una conoscente che le porge un pacco per qualche bisognoso: contiene un paio di scarpe numero 42. Nella storia del Movimento dei focolari, tra gli infiniti episodi che testimoniano l’intervento della Provvidenza a chi chiede con fede, questo è senz’altro il più noto, col ricordo della persona che ne fu strumento, allora una giovane crocerossina: Iolanda Calderari detta Duccia, figlia di un banchiere, persona colta e amante dell’arte. Duccia, che ci ha lasciati il 13 gennaio scorso a quasi 98 anni, al tempo in cui avvenne questo episodio prestava servizio nell’ospedale di Santa Chiara, dove incontrò uno studente di medicina, Gino Lubich. Attraverso di lui entrò in contatto con gruppi impegnati nella Resistenza e si unì a loro non per motivi ideologici, ma perché non sopportavo di vedere i nazisti camminare da padroni per le strade di Cesare Battisti. Col nome di battaglia Teresa rischiò più volte la vita. Fu proprio Gino a farle conoscere sua sorella Chiara, con la speranza di attirare pure lei alla loro causa. Ma è stata lei – racconterà poi Duccia – a conquistare me. Infatti, dopo un po’ di tempo l’ho vista in piazza Cappuccini (a pochi passi dalla abitazione di Duccia, n.d.r.), in occasione di una sirena d’allarme. Sono rimasta colpita dal comportamento strano, insolito, di un gruppo di ragazze al di là della strada, le quali, invece di fare come noi e cercare di arrivare il più presto possibile nel rifugio, indugiavano a portare aiuto alle persone in difficoltà. Io sono rimasta colpita dalla carità, tanto che ho pensato, siccome ho riconosciuto Chiara: Questa volta non voglio perderla di vista, voglio prendere contatto con lei e con loro. È stato l’incontro più significativo che ha improntato la mia vita. E al tempo stesso, l’inizio di un’avventura che la portò a contatto diretto, assieme alle prime focolarine, con i mutilati, i poveri, gli orfani della guerra. Nel ’48, incerta se seguire la strada di una consacrazione, Duccia chiese consiglio a Chiara e si sentì rispondere: No, la tua vocazione è quella del buon samaritano . Avevo compreso: avrei dovuto cercare di vivere e irradiare il Vangelo prima di tutto in seno alla mia famiglia, poi nell’ambito del mio lavoro, in seguito nella realtà sociale in cui vivevo. All’inizio degli anni Cinquanta, per un periodo collaborò come segretaria con Igino Giordani nel giornale La via e dal ’61 poi nel nascente Centro Uno dei Focolari, tuttora dedito al dialogo ecumenico. Ritornata nella nativa Trento, continuò a lavorare per la fraternità universale, testimone fino agli ultimi giorni con una miriade di episodi evangelici, veri fioretti offerti con passione, freschezza ed efficacia ai numerosi visitatori che venivano da ogni parte del mondo per conoscere la città culla dei Focolari. Duccia stessa racconta gli inizi poco noti del suo incontro con i Lubich e della sua attività nella Resistenza attraverso alcuni brani di un articolo apparso nella rivista Archivio trentino (n. 1/1997). Teresa La prima volta che conobbi Gino Lubich fu all’Ospedale Civile di Trento. Ero stata invi tata a donare il mio sangue per una trasfu sione. All’uscita dalla sala, appena effettua to il prelievo, un giovane assistente medico mi interpellò con un fare leggermente ironi co, ma vivace e cordiale: Il suo sangue è rosso o blu?. Un po’ di tempo dopo lo avrei spesso in contrato mentre attraversavamo frettolosi i corridoi dell’ospedale, correndo da una cor sia all’altra. Infatti, in seguito al primo bombardamento sulla città, il 2 settembre 1943, mentre la mia famiglia abbandonava la Cervara per trasfe rirsi nella casa di campagna sulle pendici del Bondone, ritenni mio dovere, essendo un’infermiera volontaria della Croce Rossa, di mettermi a disposizione dei colpiti e pren dere servizio. Venne l’8 settembre e l’occupazione tede sca di Trento: i morti erano molti, i soldati feriti oltre 200. All’ospedale vi fu un’intesa generale: bisognava farne scappare il mag gior numero possibile e raccogliere indumenti per vestirli in borghese. Gino Lubich assieme al dott. Mario Pasi ne erano gli animatori. Un giorno, Gino venne a trovarmi a casa mia, alla Cervara. Io avevo la passione per l’arte e tenevo riproduzioni sparse un poco dappertutto. Si soffermò davanti ad una fotografia raffigurante La notte di Michelangelo (dalle Cappelle Medicee). Mi piace ammirarla – gli spiegai – perché, come può notare, la donna non dorme di un sonno profondo, e non è neppure adagiata confortevolmente per abbandonarsi ad una completo riposo. Sembra appena asso pita, per tenersi pronta a scattare in caso di necessità. Colsi nel suo sguardo un moto di compiacimento. Continuando, poi, la nostra conversazione, gli feci presente che te nevo ospite, in un’ala della casa, con la so rella, un caro conoscente di Padova, noto antifascista. Le SS avevano invaso le sue aziende, ma, avvertito tempestivamente, era riuscito a scappare e, dopo una breve tappa in una canonica, raggiungeva Trento, dove veniva a chieder mi asilo. Durante una pausa del nostro lavoro ospedaliero, mi prese in disparte e mi fece una confessione: Quella del medico non è la mia più impor tante attività. Assieme ad un gruppo di ami ci lavoriamo per un ideale patriottico-sociale. Aspiriamo ad un futuro migliore, in cui vengano prese in considerazione le classi più povere, diseredate; un futuro, insom ma, in cui vi sia una maggiore giustizia so ciale. I nazisti, inoltre, si sono impadroniti della nostra città, per cui è necessario lavo rare per la libertà, senza perdere tempo. Mentre parlava s’illuminava di entusiasmo e il suo discorso era pieno di fervore. Era convinto di raggiungere la méta. Ben presto anch’io avrei fatto parte del grup po. Un giorno Gino mi fece conoscere sua so rella Chiara, che egli amava e stimava mol to. Era una ragazza di 23 anni, semplice, come tante altre. Tuttavia notai in lei una certa personalità dignitosa e mi colpì so – prattutto il suo sguardo profondo ed inte riore. Egli avrebbe voluto che io la conqui stassi alla nostra causa, ma le sue aspirazio ni erano ben diverse. Intanto, gli avvenimenti incalzavano. Veni va perquisita la casa di Carlo Scotoni (uno dei nostri). Per fortuna egli stava lavorando fuori, in quel momento, nel suo rifugio par ticolare: la canonica di Cognola. Informato subito del fatto, Gino lo accompagnò a casa mia assieme alla moglie. Da allora, cominciò a condurmi in casa giovani da nascondere. Successivamente, sarebbero partiti per la montagna, oppure accompagnati o inviati nei vari distaccamenti. La mia casa pareva un luogo sicuro, inso spettato. Gli amici più intimi, poi (tutti ricercati e condannati a morte), si raccoglievano spes so da me per un momento di pausa, di di stensione. Mario Pasi, improvvisamente, morì. Gino mi aveva confidato che si era recato nel Veneto, in montagna. E, dopo alcuni mesi mi chiedeva di ospitarlo per un paio di giorni. Sarebbe tornato per un’ispezione. In quell’occasione, la mia abitazione si era trasformata in un quartiere generale: perso ne che andavano e venivano furtivamente per consigli, informazioni, direttive. E, il giornale clandestino d’informazioni, chi lo avrebbe portato avanti? L’incarico venne dato a Gino Lubich, il quale, se ben ricor do, lo compilava tutto da solo. Si era porta ta la macchina da scrivere in una stanzetta mentre io, in cantina, ciclostilavo gli articoli. Quindicinalmente arrivava poi una staffet ta, che s’incaricava di farlo distribuire in cit tà, nei paesi, alle organizzazioni clandesti ne del Triveneto. E arrivò il 28 giugno 1944. Ci giunge la no tizia che la Gestapo aveva tratto in arresto Giannantonio Manci. Eravamo tutti sbian cati dallo sgomento, il cuore muto nell’an goscia. Vi fu un fuggi fuggi generale. Erano sei quelli che corsero a rifu giarsi in casa mia, quella notte, e, fra questi Gino Lubich e Franco Bovelacci. Pochi giorni dopo, ai primi di luglio, le SS penetravano in ospedale e anche Gino ve niva catturato e trasportato a Bolzano. Non ricordo quale impulso mi condusse a prendere la mia bicicletta e a pedalare per 60 km fino a quella città. Probabilmente vo levo vedere il luogo dove era stato interna to, raccogliere notizie, informazioni da riportare, poi, ai suoi familiari. Intanto, si seppe delle atroci torture inflitte a Gino Lubich e da lui sopportate stoica mente senza parlare, senza pronunciare un nome. Ma le notizie dal carcere erano sempre più rare, le informazioni più difficili. Dopo molto tempo, non si sa per quale mi racolo, ci giunse la notizia che egli era rico verato nell’infermeria di un paese dell’Alto Adige. Vi accompagnai Chiara, avendo tro vato un mezzo di fortuna puzzolente, un camioncino diretto in quei paraggi. Gino divideva la camera con l’avv. Ferrandi e un bel ragazzo di 18 anni: Giorgio Tosi. E, finalmente, con l’ingresso degli angloamericani a Trento, il 3-4 maggio 1945, la fine delle ostilità: la liberazione. Io ero appena rimessa dalla mia malattia, durata parecchi mesi (una pleurite, n.d.r.). In città, cominciaro no a costituirsi i primi partiti. Per curiosità, accompagnata da Franco Visentin, entrammo in una sala dove si te neva un comizio. Io mi misi nell’ultima fila, un poco curvata per non farmi notare. L’ora tore, un certo Galli, che io non conoscevo, mi scorse, invece, subito; interruppe improv visamente il suo discorso e m’invitò a salire sul palco. Sebbene piuttosto riluttante non potevo trarmi indietro. Mi presentò alla as – semblea ivi riunita come una cattolica che ha lavorato nelle nostre fila. Sul palco c’era pure Gino Lubich. Ci si scam biò un breve saluto. Da quel giorno non ci si rivide più. Le nostre strade si erano divise: egli stava accingendosi ad intraprendere una intelli gente carriera di giornalista e si sarebbe for mata una bella famiglia; io avevo abbrac ciato il grande Ideale di sua sorella Chiara.

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