Sbarchi, ditritto e ragione

Donne che fuggono da Paesi in cui non possono indossare i pantaloni perché la legge lo vieta. Uomini che per antichi riti tribali dovrebbero essere sacrificati alle divinità. Ragazze madri che subiscono violenze e persecuzioni continue...
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A volte ci chiediamo perché il mondo delle leggi sia così terribilmente complicato. Ed è vero. La realtà è che la complessità delle norme nasce dalla mancanza di politiche di ampio respiro aperte alle novità e alla semplificazione. Si tampona l’emergenza di alcune situazioni impellenti con una legge, poi un’altra, quindi un’altra ancora… Gli esempi di sovrapposizioni normative sono numerosissimi e negli ambiti più vari. Per farne uno: chi ha cercato almeno una volta di capire come viene calcolata la Tia (tassa di igiene ambientale, quella che in casa chiamiamo la “tassa della spazzatura”) si è trovato in un groviglio di disposizioni, aliquote, coefficienti e percentuali da cui difficilmente si esce con la certezza di essere ancora lucidi di mente. Così si comprende l’imbarazzo di quanti devono applicare una legge (o più leggi) ma non sanno come districarsi.

In materia di respingimenti in mare degli extracomunitari che si imbarcano sulle spiagge della Libia per venire in Europa, siamo praticamente allo stesso punto. L’Italia viene messa al centro del mirino per la violazione di normative internazionali espressamente poste a tutela di diritti umani, ma la difesa si sposta su un altro piano. Tiriamo in ballo gli obiettivi raggiunti per garantire la sicurezza degli italiani, la capacità di fermezza e di coerenza dimostrata, l’efficacia di accordi bilaterali con altri Paesi. Si cerca di tenere vivo il dibattito politico concentrandosi sulla dimostrazione della corretta applicazione delle leggi (tutte quante e tutte insieme adeguatamente rispettate: internazionali, europee, nazionali, marittime, ecc.), però dimentichiamo di cosa stiamo parlando. Parliamo di donne che fuggono da Paesi in cui non possono nemmeno indossare i pantaloni perché la legge lo vieta. Di uomini che per antichi riti tribali dovrebbero essere sacrificati alle divinità. Di ragazze madri che subiscono violenze e persecuzioni continue in quanto figlie o sorelle degli oppositori di regime.

Se sapessimo che su un barcone proveniente dalla Libia si trova Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace agli arresti domiciliari in Myanmar, faremmo di tutto pur di salvarle la vita, ed il mondo ci direbbe pure grazie. Ma allora cosa ci impedisce di dirci grazie da soli? Ogni volta che riusciamo a conoscere la storia unica e travagliata di chi attraversa “l’acqua grande” tra Africa ed Europa, possiamo dirci grazie, perché usando un briciolo di buona volontà e di intelligenza – applicando sino in fondo tutte le leggi –, possiamo forse salvare tanti piccoli “premi Nobel” sconosciuti.

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